I Laghi del Mucrone 
e della Vecchia

 

 

 

 Analisi delle caratteristiche 
geologico-naturalistiche e culturali 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


PREFAZIONE

 

Durante il triennio del corso di studi da noi seguito, il 10% dell’orario scolastico è stato destinato alla preparazione e alla stesura dell’area di progetto, un lavoro interdisciplinare che ha visto impegnati tutti gli allievi e diversi professori.

Scelto il tema dell’area di progetto, la classe è stata suddivisa in diversi gruppi, ciascuno dei quali ha esaminato una delle varie sezioni di cui essa si compone.

Ecco elencate le aree tematiche affrontate dai cinque gruppi:

-         Biologica (Canazza, Fenaroli e Persico)

-         Cartografica (Peraldo L., Scapin e Spagarino)

-         Chimica (Bergamo, Delpiano, Pezzin, Pozzetto, Quaregna e Scardoni)

-         Geologica (Fabbricatore, Fiamma, Grasso, Martino, Peraldo N., Rey e Scala)

-         Turistica e Storica (Dughera, Folino, Vialardi e Zampieri)

Ogni gruppo ha approfondito l’area tematica di propria competenza attraverso la consultazione di testi, articoli on-line, lezioni di docenti e di esperti esterni; sono inoltre state organizzate alcune uscite sul territorio, grazie alla disponibilità del Preside e di docenti accompagnatori, ai laghi del Mucrone e delle Bose, nel corso dell’anno scolastico 2002 - 2003 e al lago della Vecchia, nell’anno scolastico corrente, che ci hanno permesso di raccogliere dati utili e campioni delle acque da destinare all’analisi.

Il lavoro è stato svolto con criteri differenti dal normale metodo didattico, il che ci ha permesso di sperimentare una collaborazione più intensa all’interno del gruppo classe; tutto ciò non sarebbe stato possibile senza la grande disponibilità del personale docente e di tutti coloro che ci hanno accompagnati nella preparazione e nel completamento dei lavori svolti singolarmente.

Per questo un ringraziamento particolare va agli insegnanti che hanno collaborato attivamente alla stesura e alla correzione dell’area di progetto, al Preside e agli addetti dell’ufficio stampa.

Si ringrazia inoltre il geologo Stefano Maffeo, il personale dell’ufficio di igiene e della Provincia, il Corpo Forestale dello Stato e tutti coloro che hanno preso parte in qualche modo alla creazione di questa area di progetto.

 

 

 

 

Gli Allievi della 5° D L.S.T. dell’ ITIS “Q.Sella”

 

 

Biella, maggio 2004

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Analisi delle Caratteristiche Culturali 
della Valle Oropa e della Valle Cervo

 

 

Componenti gruppo: Dughera Alice, Folino Alessandra, Vialardi Vanessa, Zampieri Daniela.

 

 

 

Indice:

 

- Informazioni geografiche, storiche e demografiche  pag.4

- Cultura  pag.5

- Rappresentazioni orali e scritte  pag.6

- Turismo  pag.14

·        Rifugi  pag.14

·        Passeggiate  pag.20

·        Sentieri  pag.20

- Sport  pag.22

·        Arrampicate  pag.22

·        Sci  pag.28

·        Ciclismo  pag.28

- Caccia e pesca  pag.29

- Artigianato  pag.30

- Bibliografia pag.30

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INFORMAZIONI GEOGRAFICHE, STORICHE E DEMOGRAFICHE

 

Alle spalle della città di Biella si aprono a ventaglio i sistemi vallivi, tra i quali spiccano la Valle Oropa e la Valle Cervo;le due valli si caratterizzano per l’elevato livello di insediamento, nonché per la loro ricchezza culturale.

La Valle Oropa, dove gli insediamenti estremamente limitati sono attestati su versanti di scarsa insediabilità, è dominata  dal Santuario che ne organizza la vita e le stesse attività economiche.

La Valle Cervo è invece caratterizzata da insediamenti di non trascurabile valore storico - culturale. Nell’alta valle gli insediamenti storici di Rosazza, Piedicavallo e Campiglia Cervo godono di una modesta residenzialità permanente. La bassa valle invece è sede di attività produttive e dei maggiori insediamenti residenziali.

 

Facendo un salto nel passato scopriamo, da ritrovamenti archeologici, che i primi abitanti della Valle Oropa furono, in epoca preistorica, popolazioni liguri e celtiche, dedite alla caccia, pesca e, successivamente, alla pastorizia. Nella parte bassa della Valle Oropa gli abitanti seguirono lo sviluppo del principale centro: Biella, già fiorente in epoca romana. L’alta valle invece era ricoperta da rigogliosi boschi tanto che Emanuele Sella identificò nei versi del poeta latino Stazio l’immagine della flora Biellese e della Valle Oropa in particolare.

La tradizione eusebiana, non suffragata però da documenti, fa risalire l’origine del Santuario d’Oropa e quindi dei primi nuclei stabili nella media valle, nel IV secolo d.C..

La prima fonte certa che testimonia la presenza stabile nella media valle, risale al 1207, in un documento che testimonia la presenza di due chiese con annesse residenze; mentre un nuovo documento del 1295 cita la presenza di una terza chiesa.

In conformità a questi documenti, alla fine del 1200 la media valle era dotata di alcuni insediamenti stabili ma completamente disabitata oltre i 1200 metri.

La popolazione andò poi progressivamente aumentando, tanto che sul finire del 1300 furono censiti abitatori stabili a Cossila ed al Favaro.

Il Santuario d’Oropa contemporaneamente aumentò la sua importanza ed influenza richiamando migliaia di pellegrini. Inoltre nel 1960, dopo 2 secoli di progetti e di lavori, venne consacrata la seconda chiesa di Oropa che presenta una cupola di 80 metri e può contenere fino a 3000 fedeli.

L’andamento demografico della valle dopo l’Unità d’Italia vide prima un incremento di popolazione, a cui fece seguito un decremento, cosa comune a tutte le valli alpine.

Nella montagna biellese, infatti, l’aumento della popolazione per motivi naturali e il mantenimento della stessa si ebbero fino a quando fiorenti furono l’agricoltura e l’artigianato e, nelle altre valli biellesi, l’industria tessile. Ebbe inizio poi un lento e continuo esodo, che prosegue tutt’oggi, verso il piano (processo di pianurizzazione) dove il lavoro nell’industria e i servigi offerti dal centro urbano sono causa di attrazione notevole. Questo esodo fu minore nella bassa valle dove maggiore era l’attività industriale.

La Valle Cervo invece era inizialmente conosciuta come Valle di Adorno e la parte alta della vallata contava un territorio montano di circa 73 Kmq.

Le notizie storiche prima del X secolo d.C. sono scarse e quindi non è possibile tratteggiare un profilo preciso sui fatti antichi e sui primi insediamenti valligiani. Non sono stati trovati reperti o testimonianze, ma è certo che, seppur scarsamente, la Valle fu abitata da popolazioni di provenienza diversa.

In questa zona di confine e di transito tra Italia e Francia, infatti, si alternarono popoli di razza mediterranea provenienti dalle pianure, e stirpi celtiche che filtravano dalle montagne.

In quest’area ricca di boschi di castagno e di faggio, ma anche caratterizzata dalla massiccia presenza della pietra, non fu semplice per l’uomo trovare un equilibrio con l’ambiente naturale.

Già i primi abitanti valligiani, i Leponzi, che alcuni indicano di origine celtica, altri ligure, seppero adeguarsi alla rigidità del clima e vincere l’acclività del suolo. Popolo di cacciatori, di pescatori e inclini all’esercizio della guerra, erano soprattutto dediti alla pastorizia, dalla quale ricavavano i mezzi di sussistenza. La pastorizia fu, infatti, a lungo un elemento determinante dell’economia valligiana: i prati e l’uso che se ne faceva, il numero dei capi posseduti da ogni gruppo famigliare erano sottoposti a regolamenti, tesi ad un corretto ed equo sfruttamento delle risorse.

A questa popolazione, stabilitasi in Valle prima del VI secolo a.C., ne seguirono altre provenienti dal nord, di origine celtica, che si fusero con le autoctone.

Successivamente ci furono le guerre contro i Romani e altre infiltrazioni di popoli di estrazione svizzera e francese, penetrati dalla Valsesia e, in modo più consistente, dalla Valle di Gressoney.

Il primo documento autentico in cui si parla dell’Alta Valle è una bolla papale redatta da Innocenzo III il 2 maggio del 1207, nella quale si fa riferimento alla chiesa di San Martino di Campiglia Cervo: questa citazione è importante perché attesta l’esistenza di alcuni insediamenti già organizzati con un proprio luogo di culto. L’unica testimonianza rimasta dell’architettura religiosa medievale è la chiesa di Santa Maria di Pedeclosso.

All’inizio del 1300, dunque, sono pochi i centri valligiani stabili e costituiti solo da pochi casolari sparsi: molti villaggi, infatti, si svilupparono lentamente nel corso del XIV secolo.

Nel 1694, in seguito a contese di ordine amministrativo e a incomprensioni con la Bassa Valle, l’Alto Cervo ottenne l’autonomia dal Marchesato di Andorno. Qui il Santuario di San Giovanni, già meta devozionale agli inizi del XVI secolo quando era una piccola grotta scavata nella roccia, diventa il monumento più significativo dell’Alta Valle Cervo in epoca barocca. La chiesa venne realizzata tra il 1602 ed il 1608 e ampliata nel 1742 dall’architetto Bernardo Vittone.

Importante è inoltre da ricordare la strada di collegamento tra San Giovanni e Oropa, fatta costruire dal Senatore Rosazza Pistolet dal 1889 al 1897 per agevolare gli spostamenti tra le due vallate e unire due importanti luoghi di culto.

A partire dal ‘500 la pastorizia non fu più il lavoro primario: l’uomo valligiano trovò infatti nella consistente presenza di pietra, uno strumento per migliorare la propria condizione sociale. Essi infatti si ingegnarono nella costruzione delle abitazioni, delle strade, degli edifici pubblici e delle strutture collettive sfruttando il materiale che avevano a disposizione: la sienite e lo gneis. Si crearono così veri e propri esperti del mestiere quali i “mastri da muro” e i “pica pere”.

L’utilizzo della sienite portò allo sviluppo nella Valle di attività industriali. Questo materiale, infatti, dal 1830 venne estratto in grandi quantità. Inizialmente l’avviamento industriale non fu semplice per la carenza di infrastrutture viarie e per la mancanza di mezzi di trasporto adeguati, poi però alla fine dell’ottocento fu realizzata la linea tranviaria Biella - Balma, che agevolò le comunicazioni e soprattutto gli scambi.

L’avvio delle attività industriali si accompagnò ad una grande offerta di lavoro che portò nella zona operai lombardi, veneti e pugliesi.

Il flusso immigratorio ha, per qualche tempo, compensato l’esodo delle famiglie locali, ma non è stato sufficiente a ripopolare la vallata.

 

 

CULTURA

 

La Valle Oropa è caratterizzata dalla presenza del Santuario, un luogo permeato da una religiosità profonda e particolarmente viva, che affonda le sue radici in sei secoli di devozione popolare. Il suo patrimonio artistico di grande valore va dalla Scala Regia alla Basilica antica, alla Chiesa nuova, fino alle molte opere d’arte e alla famosa statua lignea della Madonna Nera.

Essa è il simbolo stesso del santuario: a lei si rivolgono i pellegrini che ogni giorno affluiscono ad Oropa. Semplice e maestosa è custodita nell’antica Basilica, in un sacello decorato con splendidi affreschi del ‘300.

Oropa in generale offre un patrimonio unico d’arte e cultura: dalla settecentesca Porta Regia dello Juvarra al Padiglione Reale dei Savoia, dalla biblioteca ricca di antichi volumi alla collezione di arredi sacri e gioielli fino alle due gallerie di ex-voto.

Inoltre vicino al Santuario sorge il Sacro Monte: 19 cappelle dedicate alla vita della Vergine e popolate da centinaia di statue policrome, scolpite a partire dal 1620.

La valle Cervo, invece, è caratterizzata dalla presenza del Santuario di San Giovanni Battista di Andorno. L’origine di questo luogo sacro è sconosciuta: attorno al Simulacro del Santo, trasportato qui in tempi antichi e venerato in una grotta naturale, sorse nel XVII secolo la Chiesa primitiva. Questa fu in seguito ingrandita fino all’aspetto attuale con il suggestivo chiostro con “burnell”, il porticato e la chiesa sullo sfondo. San Giovanni è collegato con una strada, non del tutto carrozzabile, attraverso la Galleria Rosazza, con il Santuario di Oropa.

 

 

RAPPRESENTAZIONI ORALI E SCRITTE

 

Rappresentazioni scritte non meno importanti che esulino dal campo religioso e riguardanti le due valli oggetto di questa ricerca, sono sicuramente le leggende relative ai due rispettivi laghi: del Mucrone e della Vecchia.

Esse costituiscono l’aspetto più curioso di questi luoghi, ma contengono anche un fondo schiettamente morale, poiché recano nella loro conclusione un consiglio od un ammonimento. Esse ci appaiono perciò particolarmente interessanti in quanto si ricollegano alla pedagogia del folklore.

Ve ne presentiamo alcune.

La prima fu inizialmente narrata da un mandriano di Oropa, ed è qui esposta in una nuova rielaborazione letteraria. Le altre sono inedite.

 

 

La Trota d’Oro (Lago del Mucrone)

 

Sui monti di Oropa quattro tagliaboschi attendevano al loro faticoso lavoro. Uno disse: <<Mezzogiorno è già inoltrato, a giudicare dal corso del sole. Lavorare va bene, ma e  mangiare?>>.

<<Giusto - rispose un altro - sediamoci, dunque>>.

Si sedettero e trassero le provviste dai canestri. Mangiavano di buon appetito larghe fette di pane scuro e i formaggini freschi.

<<Non sarebbe male - riprese un terzo - se avessimo qualche trota da far arrostire sulla brace: la legna non ci manca!…>>.

<<Ben pensato - intervenne il quarto - uno di noi scenda al lago del Mucrone a pescarle>>.

Uno scese. Affondò l’amo nelle acque grigiastre ed immote del lago alpino, prigioniero tra le rocce, vigilato dalla sommità dei monti, e lo trasse quasi subito. All’amo si contorceva, sprigionando iridati barbagli, una trota di autentico oro.

Il tagliaboschi la mirava stupefatto e, certo, un poco sgomento. Si dipartì da essa una voce armoniosa e sottile: <<Lasciami andare, buon uomo, sono la fata del lago>>.

<<M’importa assai che tu sia la fata del lago - rispose il tagliaboschi che nel frattempo si era ripreso - ora che ti ho pescata non sarò così stolto da lasciarti scappare>>. (Pensava che la trota d’oro fuor dell’acqua sarebbe morta, e che lui, vendendola, si sarebbe arricchito).

<<Attento - riprese la vocina, questa volta con intonazione minacciosa - attento, che il castigo non si farà aspettare>>.

Contemporaneamente l’uomo avvertì nel mezzo del lago un improvviso ribollimento.

<<Che cosa succede?>>.

<<Succede - rispose la trota-fata - che in fondo al lago esistono misteriose fessure e che se io sono portata via queste si apriranno sino a raggiungere i più profondi abissi delle Alpi, e ne seguiranno terribili inondazioni che travolgeranno paesi interi>>.

L’uomo si commosse al pensiero della tragedia che incombeva su tanti suoi fratelli e lasciò libero il pesce, rinunciando ad essere ricco. Ritornato dai suoi compagni narrò quanto aveva visto ed inteso.

Gli altri tre si sbirciarono sospettosi; decisero, ognuno fra di sé, quello che intendevano fare: pescare la trota, sprezzanti delle rovine che ne sarebbero seguite.

Poco dopo i tre scesero, all’insaputa uno dell’altro, e tutti insieme si trovarono presso il lago. Ognuno poi decise in cuor suo di sopprimere gli altri due compagni, non appena la trota fosse stata pescata, per restare il solo ed unico padrone del tesoro; ma il pesce guizzava avanti e indietro, sott’acqua, innanzi i loro ami, quasi beffeggiando.

L’altro tagliaboschi, quello onesto, non vedendo più tornare i compagni comprese la ragione della lunga assenza e scese egli pure al lago.

<<Amici miei, lasciate la triste impresa: grandi calamità avverranno, ripeto, se la trota d’oro sarà pescata>>.

<<Occupati dei fatti tuoi>> risposero i tre malvagi cocciuti, e persistettero con tanto accanimento da lasciar trascorrere tre giorni e tre notti senza bere, mangiare e riposare, sì che finirono col morire di sfinimento innanzi al lago grigio ed impassibile da cui si era sprigionato l’incantesimo meridiano che li aveva perduti.

 

 

“Le acque offrono innumerevoli motivi alle leggende e per le insidie che esse nascondono e per quella melanconica suggestione di cui le loro sponde sono pervase e che contribuisce ad immaginare erranti sovr’esse inquieti spiriti dominati da un rimpianto o un rimorso.”

 

E’ questa la suggestiva introduzione alla nota leggenda biellese del Lago della Vecchia che ci è offerta in tre dissimili versioni dovute certo alla diversità del tempo di cui essa reca l’impronta.

Il tema sostanziale, che è dato da un bianco fantasma femminile con lunghi capelli che si aggira intorno alle sponde del lago alpestre nelle ore notturne, non muta: mutano gli elementi che lo compongono.

 

 

Trilogia Del Lago Della Vecchia

 

Al tempo degli “Uomini delle Querce”

 

Nell’Alta Valle del Cervo (fiume a corso torrentizio che scaturisce dalla Mologna) poco oltre il pittoresco paesino di Piedicavallo, si diparte una strada mulattiera che conduce, dopo due ore circa di cammino, al lago della Vecchia.

Sovrastante al lago abbiamo il colle omonimo che segna il passo di confine fra il Biellese e la Valle d’Aosta. Incise a graffito sulla roccia si possono scorgere, in questo estremo limite, due figure di alpigiane, in costume della Valle di Gressoney una e della Valle del Cervo l’altra.

Sopra esse si scorge, incisa, una rosa e una didascalia. Dice la figlia del Lys: <<Guten tag!>>.

Risponde la figlia del Sarvo: << Buon giorno!>>, e l’altra: <<Figlia del Sarvo, perché sotto i tuoi piedi si spianarono i dirupi?>>. <<Per abbracciarti, sorella, o figlia del Lys, sull’alpe un fiore educai: fatto adulto questa via si aprì!>>. Poco distante dal lago una trattoria-rifugio offre ai viandanti il conforto del cibo e del riposo. Ivi si può anche pernottare e godersi, nell’ipotesi che… non si voglia dormire, l’indimenticabile spettacolo delle stellate notti alpine.

Nel muricciolo che fiancheggia il rifugio si staglia nella pietra una fontana, raffigurante la testa di una vecchia, dalla bocca della quale scaturisce un fresco zampillo d’acqua. Vi si legge la dicitura: <<Della Vecchia il bacio ti disseterà>>.

Dal piccolo piazzale della trattoria alpina si domina lo stupendo panorama della vallata e dei monti circostanti: il M.Conetta, il Bò, il Bonom, l’Artignaia, il Montuccio, il Casto, la Colma, il Bric di Zumaglia, ora con il suo nuovo castello, il Cresto, gli ultimi contrafforti del Camino, del Tovo, del Cimone e, infine, si scorge la pianura degradante ora in morbide tonalità di pastello nelle ore del mattino, ora quasi incandescente nella gloria del sole meridiano, o della luce ardente del tramonto che dipinge pennellate di fuoco sull’orizzonte, ora avvolta dal malinconico eppure suggestivo velo di nebbie che sommergono, in una indeterminatezza di sogno, i colori ed i contorni delle cose.

A pochi passi dal lago, incisa su di una parete rocciosa, sempre a graffito, accoglie il viandante una figura di una vecchia, la quale si appoggia ad un nodoso bastone; presso alle sue gonne si stringe amorevolmente un orso, come un cane fedele. Si legge la dicitura: <<Son del Lago la vecchia ombra amica: vi saluto o passeggeri!>>. Essa è dunque uno spirito benigno dell’alpe.

La <<Vecchia del Lago>> è la protagonista di una antichissima leggenda d’amore e di fedeltà che si ricollega al periodo celtico.

I Celti, adoratori del Sole, non erigevano a quello che essi credevano onnipotente Iddio, i templi per il culto: pareva a loro indegno ad una divinità essere rinchiuso fra le mura. Ma tempio era l’immensità della montagna, pareti le querce, i faggi, i pini e gli abeti, altari le rocce, cupola il cielo. Lassù essi, che erano alti e forti e dotati di coraggio non comune, vivevano con le loro donne leggiadre, bianche di carnagione e bionde di capelli. Fra di esse una ve ne era che tutte le sorpassava in bellezza. Era una fanciulla quindicenne. Un giovanissimo guerriero del luogo se ne invaghì ed essa lo corrispose; innanzi al sole si giurarono amore eterno. Venne il giorno delle nozze. La roccia, che era altare, appariva adorna di fiori alpestri e di verdi fronde; il sole sorgeva incandescente. Un poco oltre il lago verso nord, benché fosse il mese di agosto, si stendevano larghe chiazze di neve che nel gioco della luce traevano riflessi di rubini e zaffiri. Tutto era pronto per il rito e la natura appariva in festa. La sposa ornata di ricche vesti, di collane ed armille attendeva. Ma lo sposo ritardava. Di mano in mano il tempo passava, l’attesa si trasformava negli astanti in inquietudine: nella sposa in disperazione. Il sole, indifferente deità, seguiva il suo corso: s’innalzò, sfolgorò, decrebbe, scomparve: la giornata era trascorsa. Scesero le viole del crepuscolo: la vallata si riempì di ombra: l’ombra salì a sommergere la montagna: il cielo si fece oscuro, s’accese la prima stella. E, vigilata dalle stelle, la sposa giovinetta attese tutta la notte sola, presso la roccia inghirlandata e deserta. Verso il mattino il cielo minacciò uno di quei terribili ed improvvisi temporali estivi: dalla densa nuvolaglia l’alba filtrò a fatica livida e stanca. Giunse un uomo trafelato e sconvolto e annunziò alla giovane che lo sposo era stato trovato morto con uno stile piantato nel cuore, nel fitto di una boscaglia, nel declivio del monte presso una quercia. Volle la sposa che l’amato le fosse recato innanzi e dispose quindi che ad esso si donasse sepoltura in fondo al lago. E da quelle sponde la fanciulla, che era rimasta vedova prima di essere moglie, più non si mosse… . Un orso fu la sua unica compagnia.

Passarono gli anni e la solitaria vergine, purissima custode di un imperituro sogno di amore, fu tenuta in conto di maga e di profetessa. Ad essa traeva la sua gente per rimedi, sortilegi, responsi. Invecchiava: la bella persona s’incurvava; i biondi capelli si incanutivano: divenne <<La Vecchia del Lago>> e per conseguenza il lago fu chiamato (denominazione che tutt’ora serba) il <<Lago della Vecchia>>. Non potè mai scoprire chi le avesse ucciso lo sposo: forse un amante respinto o forse, per qualche recondito disegno, l’ordine sinistro, quale inappellabile sentenza, era partito da un <<Uomo delle Querce>> (Druido) che aveva deciso, dalla sua cupa solitudine, la sorte dell’infelice. La <<Vecchia>> morì senza sapere. Fu calata nel fondo del lago ove da anni riposava la spoglia del suo diletto, ma nelle superne regioni (i Celti credevano ardentemente e fermamente nella immoralità dell’anima) i due spiriti s’incontrarono e si fusero. E ancora oggi, nelle magiche notti di luna che sembrano animare la montagna di una misteriosa vita, i mandriani affermano di scorgere sorvolare sulla superficie del lago un fantasma dai lunghi e bianchi capelli.

 

 

Al tempo della “Dominazione Romana” (2a Versione)

 

In una lontana terra del Sole viveva un re con la sua giovanissima e bellissima sposa. Poiché la loro unione era d’amore, la felicità albergava nel cuore di entrambi. Un giorno il loro regno venne invaso dalle Legioni Romane che trionfalmente sottomettevano il mondo al loro dominio. I sovrani orientali, per non essere presi in ostaggio, riuscirono a fuggire travestiti da popolani. Un guerriero biellese li scoprì e, ignorando il loro vero essere, li condusse nella sua terra in qualità di schiavi. Ma un servo fedele e devoto ai sovrani li seguì, e diede loro la libertà, riscattandoli. Ma il re poco sopravvisse: gli strapazzi ed i dispiaceri lo avevano logorato. La vedova, fatta costruire dal servo una cassa intagliata negli annosi tronchi di quercia, fece chiudere in essa l’amata spoglia e cercò nella solitudine delle prealpi biellesi un luogo che le sembrasse degno dell’eterno riposo del suo signore. Il piccolo lago montano le apparve tacito ed ospitale.

Nelle sue acque tranquille fu calata la cassa e, licenziato il servo pregandolo di ritornare al suo paese, sola ella volle rimanere a vegliare il suo diletto.

La donna, bruna come la Sulamita, era di mirabile bellezza: tuttavia gli alpigiani fuggivano la <<straniera>> come una perfida masca. Ella viveva in una caverna presso il lago; si nutriva di erbe, di frutti selvatici e del latte di una capretta che le faceva affettuosa compagnia insieme ad un orso che essa aveva addomesticato. La chiamavano <<La Donna del Lago>>. Un giorno il fanciullo di un alpigiano si ammalò gravemente. Il caso era disperato. Giunse <<La Donna del Lago>> e gli apprestò i filtri che essa componeva con erbe alpine. Il giovanetto risanò. Fu gridato al miracolo e la bellissima venne idolatrata da quella gente semplice e primitiva come una divinità del luogo. Tutto ciò che di meglio essi possedevano nella loro sobria esistenza lo recavano alla <<Donna del Lago>> che li ricambiava curandone gli infermi ed apprendendo loro molte delle utili cognizioni che essa possedeva. Gli anni passavano, la bella persona s’incurvava; s’imbianchivano i capelli; era ormai <<La Vecchia del Lago>> ed il lago, che i montanari le riconoscevano come indiscutibile dominio, lo dicevan il <<Lago della Vecchia>>. Essa morì in tarda età; la piansero e, chiusala in una cassa d’abete, sotto una coltre profumata di fiori della montagna, la calarono in fondo al lago accanto allo sposo perdutamente amato… .

E delle sue creature, simbolo del perfetto amore coniugale che dura per la vita ed oltre, le acque tranquille furono soave rifugio e sempiterno mausoleo.

E ancora oggi nelle magiche notti di luna che sembrano animare la montagna di una misteriosa vita, i mandriani affermano di scorgere sorvolare sulla superficie del lago un fantasma dai lunghi capelli bianchi. Essa è del lago la <<Vecchia>> ombra amica che ama i mortali, salva i viandanti smarriti, protegge gli innamorati.

 

…e nel 1600   (3a Versione)

 

Nella prima metà del XVII secolo viveva serena e felice nel grazioso paese di Rosazza, così suggestivamente imprigionato, quasi una gemma, dal castone dei colli e delle prealpi che la stringono dappresso, così ricco d’acqua e di alberi fronzuti e, in primavera, di una multiforme e smagliante fiorita, una bella ragazza di nome Lena. Un giovane che si chiamava Toniotto l’amava ed essa lo corrispondeva: prossime erano le nozze. Rosazza contava allora solamente una quarantina di case sparse qua e là sul pendio tra il Campiano ed il torrente Pragnetta. L’attuale chiesa parrocchiale, ricca di marmi e di pregevoli quadri allora non c’era; una modesta chiesuola sorgeva pressappoco nel medesimo luogo; tranquilla, operosa, trascorreva per i valligiani l’esistenza. Semplici e rari erano gli svaghi e le feste tradizionali. Due fra di esse, apparivano le più importanti: la festa del “risotto” e quella dell’ “ovo”.

A Rosazza le case non vedono il sole per due mesi all’anno, perché la sua luce è intercettata dai monti che chiudono, a mezzodì, il paese. Quando il primo raggio appariva su di esse, il suo ritorno veniva festeggiato dal famoso “risotto” paesano.

La festa dell’ “ovo” ricorre il giorno dopo pasqua: Pasquetta. I valligiani si recano in allegre comitive alle Selle, o a Desate o altrove, a consumare le ova pasquali; ammanite sode o in frittata, con l’insalata fresca. Dopo i vespri si riunivano nella piazzetta di S. Pietro e la danze avevano inizio.

In un pomeriggio di Pasquetta aveva dunque luogo il tradizionale ballo. Le giovani valligiane, leggiadre come rose nel pittoresco costume regionale, si abbandonavano gioiosamente al loro divertimento preferito. Certo è che la coppia più ammirata era quella di Toniotto e di Lena. Le madri e le persone anziane stavano a guardare benevolmente sorridendo. I suonatori si erano allogati in un vano della facciata della chiesa. Dirigeva un certo Sciaborda, vecchio e quasi cieco. “Furlana”, “Monferrina” si susseguivano animatamente. Ad un tratto apparve un uomo in divisa con un tamburo a tracolla il quale salì sulle scalinate della chiesa, era un certo Capello, valletto comunale.

Con un lugubre rullio di tamburo impose il silenzio: l’orchestra tacque d’improvviso, la folla, prima allegra, si fece triste e preoccupata. Fra terra e cielo passò quel non so che di misterioso, d’invisibile e di imponderabile, ma che è immancabilmente avvertito, e che reca il presagio di qualche grave e forse doloroso avvenimento. Il Tapello trasse dal giustacuore un foglio di carta con il sigillo comunale e con voce stentorea incominciò: “Ascoltate, ascoltate: Toniotto r… ed Eusebino M… ambedue nati e domiciliati nel cantone di Rosazza, sono designati a far parte della leva ordinaria del signor Duca di Savoia, felicemente regnante. La partenza è fissata fra dieci giorni”.

Ripetè, a guisa di chiusura, il rullio e si allontanò. La costernazione regnò fra i presenti.

Toniotto ed Eusebino si misero a protestare contro ciò che definivano una ingiustizia: gli amici tenevano bordone. Lena, con la bella testolina bionda abbandonata sulla spalla materna, singhiozzava forte. Il clamore confuso della folla in subbuglio giunse fino alle stanze del parroco che comparve sulla piazza. Appreso il motivo li redarguì “Cos’è questa ribellione? … inutile inquietarsi, figli miei; noi tutti dobbiamo ubbidire a chi è nostro padrone in terra, così come dobbiamo ubbidire al nostro signore che è in cielo. Su, su, Lena, smetti di piangere: non sai che le lacrime femminili tolgono agli uomini ogni valore e virile virtù? E tu, Toniotto, e tu, Eusebino, animo: niente lamentele, niente imprecazioni; fate il vostro dovere, e così come siete stati dei buoni ragazzi, siate ora dei buoni e bravi soldati, e fate in modo che possiamo essere fieri di voi”. Le parole del vecchio pio e saggio funzionarono per calmare gli spiriti eccitati. La folla si sciolse lentamente e sulla piazzetta già tanto animata, cadde melanconicamente, colla solitudine e il silenzio, la sera. Attraverso i vetri chiusi delle case, vividi si accesero costellando di punti luminosi l’ombra invadente, gli occhi delle lampade… . Nel cielo brillava la prima stella, e la notte, col suo riposo, o colle sue inquietudini, s’approssimava a scendere su quella giornata che era stata, per la tranquilla vita paesana, tanto densa di avvenimenti. Cantava la ninna - nanna il mormorio delle acque.

Giunse il giorno della partenza. Il parroco benedì Toniotto ed Eusebino, ammonendoli ancora una volta di far sempre il loro dovere di cristiani e di soldati. Lena accompagnò il fidanzato per un buon tratto di strada; si lasciarono dopo rinnovato giuramento e, da parte di Lena, in un profluvio di lacrime.

Dopo alcuni giorni Toniotto scrisse da Torino informando Lena, ed i suoi amici, che gli facevano fare gli esercizi militari, e che si parlava molto di una prossima guerra. Passò un mese e riscrisse affrettatamente che egli era in procinto di partire, poiché il suo reggimento era stato designato a far parte del corpo di esercito che il signor Duca inviava in aiuto ai Veneziani, per combattere i Turchi in lontano paese. Giunsero notizie da Venezia, Zante, Paros ed infine da Candia. Da quei luoghi inviava lettere descriventi gli orrori della guerra contro gli infedeli che non avevano nessuna pietà per i feriti e per i prigionieri. Lena viveva in una indicibile angoscia e si struggeva come un cero. Unico conforto lo trovava nel pregare per il suo caro, prostrata in chiesa, innanzi all’Effige della Consolatrice degli afflitti… . Intanto quei quattro lunghi anni trascorsi dalla partenza del suo amato e la guerra non accennavano a finire. Lena era sempre triste, il suo dolore aveva perso la forma disperata dei primi tempi: con un grande spasimo nel cuore non si vive, o si muore o ci si rassegna, e Lena, che non era morta, si era alfine rassegnata. Accadde che una sera di giugno giunse al paese una ricca famiglia torinese composta dal capo di essa, il signor Spiridione, dalla moglie, da due figlie e da un figlio, il signorino Carlo. Essi, abbandonata temporaneamente Torino per sfuggire la peste che allora vi infieriva, avevano affittato la miglior casetta del paese. Non passò molto tempo che il giovane Carlo, in principio per ingannare la noia, in seguito seriamente, si mise a corteggiare la bella Lena. Essa, benché lusingata, per qualche tempo lo respinse, ma poi poco a poco dimenticò il povero Toniotto lontano ed ascoltò il giovane signore che prometteva di sposarla. I genitori di lui che prima si erano opposti alla loro unione, dovettero cedere.

Toniotto nel frattempo non aveva mai più scritto. “Tanto meglio - pensò Lena - vuol dire che mi ha dimenticata”. Ma poiché il silenzio di Toniotto persisteva, i suoi vecchi genitori si inquietarono, e ricorsero al parroco il quale, per mezzo di alcuni suoi autorevoli amici di Torino, fece scrivere direttamente al capo generale dei Piemontesi a Candia, il marchese Villa, il quale rispose che Toniotto si comportava da valoroso, e che era stato decorato e promosso sergente. Marta, la madre di Lena, che non poteva del tutto dimenticare quello che doveva essere il suo futuro genero, sospirò: “Mia figlia è senza cuore per abbandonare un bravo giovane, un giovane d’onore come Toniotto”. Oltre a ciò l’infedeltà di Lena la inquietava, perché temeva che quelle nuove e ricche nozze portassero sventura a tutti. Anche il parroco era ostile, e spesso le diceva: “Marta,Marta! Siete un brava donna, ma non abbastanza forte. Se la buona anima di vostro marito fosse ancora in vita, egli si che avrebbe potuto impedire questa cattiva azione di vostra figlia”. La povera Marta viveva in continue preoccupazioni. Infine decise di recarsi a Piedicavallo ad interrogare una zingana. Mise il vestito delle grandi occasioni: il grembiule ricamato, lo scialletto di seta, il fazzolettone a fiorami sul capo, i pendenti agli orecchi, i dorini al collo; preso un paniere, lo riempì di frutta, formaggini e ova; acchiappò una starnazzante gallina e si mise in cammino. La zingana era una donna di mezza età; anzi non si poteva comprendere con precisione l’età sua: una volta appariva straordinariamente giovane, un’altra improvvisamente vecchia e brutta.

Magra e pallida, con in sé qualcosa di satanico, aveva due grandi occhi grigi che incantavano, capelli neri e crespi, una rossa tumida bocca, denti d’alabastro. Portava, estate e inverno, una veste nera e su questa, attorno alla vita a mo’ di cintura, un’ampia fusciacca di stoffa scarlatta che acconciava anche, a seconda della stagione, con sciarpa o scialle: ignoravano il suo nome perciò la chiamavano semplicemente la zingana. Anche ignoravano il paese della sua origine. Dicevano “L’ha portata la bura” che era giunta in una notte di nubifragio (il fiume Cervo era straordinariamente ingrossato) e al mattino avevano trovato questa singolare straniera accompagnata da un caprone nero dagli occhi fosforescenti. Si stabilì in una casupola mezzo diroccata, posta a circa un quarto d’ora di strada dalla parrocchia di Piedicavallo. L’anonimo scrittore del volumetto informa che… “essa era in fama di fattucchiera e di indovina. Le comari più rispettabili e più degne di fede di Piedicavallo, Montesinaro e di Rosazza, attestavano che faceva il sabbat (su nel piano d’Irogna) e che danzava e ridava in compagnia del suo caprone sulla più alta cima del noce che ombreggiava il suo abituro, e che a cavalcioni dell’animale si spiccava in men che non si dica dalla Sella alla Gragliasca, e da questa alla Mologna”.

Non pochi furono coloro che in odio alla zingana, che era poi una masca, tentarono di abbattere il noce, ma tutti furono colpiti da grave malore, tanto che fu deciso di lasciarlo: lo definirono il noce maledetto. La straniera però rispettava la roba altrui, poiché viveva delle generose offerte che, in cambio dei suoi consigli e dei suoi rimedi ritenuti prodigiosi, le venivano dai suoi clienti di Biella, Vercelli e anche, dicevano, di Torino. Le autorità civili ed ecclesiastiche la lasciavano in pace, perché non esisteva a suo carico prova alcuna che avesse affatturato cristiani o bestie.

Quando Marta giunse nell’abituro il caprone brucava l’erba, e nell’interno la zingana, curva sopra il focolare, stava rimestando in una pentola di broda nera che bolliva sopra una gran fiamma. Gufi, pipistrelli, lucertole e rospi, imbalsamati o disseccati, si vedevano sopra il canterano o inchiodati alle pareti o gettati alla rinfusa qua e là tra i fiori alpestri e le erbe. Dagli animali e dalla flora alpina la zingana estraeva i suoi misteriosi medicamenti.

Appena vide entrare Marta si alzò di scatto, fissando la donna colle sue grigie pupille allucinate e allucinanti. Marta, sgomenta, fece il suo dono che la zingara accolse con le sue mani rapaci in silenzio: seduta stante tirò il collo al pennuto e lo gettò in un angolo della stanza: poi liberò il canestro dal suo contenuto e lo restituì senza ringraziare; offrì alla visitatrice uno sgabello indicandolo con una mano. Marta accennò timidamente a parlare: la fattucchiera le fece un gesto come per dire “risparmia il fiato, so già tutto”. Afferrò uno scranno a tre piedi, vi impose le mani tracciandovi sopra segni cabalistici ed interrogandolo in lingua straniera. Lo scranno si mosse e rispose con alcuni colpi secchi. La zingara ritrasse le mani e si coprì fuggevolmente il volto colla rossa fusciacca come dinnanzi ad una visione di orrore. Poi fissò la donna con uno sguardo ove c’era un lampo di commiserazione e per la prima volta nella seduta fece udire  la sua voce strana che aderiva singolarmente alla sua figura scabra e pur ardente, voce calda, ricca di note centrali. “Tre morti - mormorò - tre morti”. La donna atterrita chiese spiegazioni: nuovamente la strega ripeté “Tre morti!” e ricadde nel suo cupo mutismo.

Marta tornò a Rosazza affranta. Incontrò nella piazzetta di S. Pietro il parroco e sinceramente gli raccontò tutto. Aggiunse anche che un giorno di mattino presto (era ancora buio) allo stretto delle Balmucce le era apparsa una misteriosa fiammella: che una civetta ogni notte strideva presso la sua casa, e che a mezzanotte su e giù per la scala di legno, e lungo il ballatoio udiva un pauroso scalpiccio; si era fatta coraggio e aveva guardato: nessuno; ma appena coricata lo scalpiccio riprendeva.

Il parroco la redarguì “Avete fatto malissimo ad interrogare la zingara; colle sue frottole e il suo apparato vi fa tutte impazzire, voi connette: in quanto al resto… allucinazioni! E’ la vostra coscienza che non è tranquilla. Date retta a me; pregate perché Dio vi illumini: narrate tutto al signor Carlo, e fate in modo che vostra figlia mandi all’aria queste infauste nozze”.

Lena non si lasciò persuadere: il miraggio di diventare una delle più ricche signore di Torino era troppo lusinghiero. Passarono alcune settimane. Un brutto giorno il messo comunale, Pierin Capello, con volto rabbuiato, quasi già ne presagisse il contenuto,  recò un plico al parroco. Il messaggio informava che Toniotto era rimasto ucciso durante un assalto dato dai Turchi a Candia. La costernazione del paese fu generale: non si poteva credere che quel bel giovane, buono, forte, audace, che tante volte aveva preso parte alle battute di caccie contro l’invasione di lupi ed orsi che nella rigida stagione invernale scendevano dai monti spingendosi fin presso all’abitato, fosse morto. Solo Lena non era sincera nel suo dolore: la morte dell’antico fidanzato le appariva come una liberazione.

Giunse il giorno stabilito per le nozze. Il paese era in gran movimento. All’ora indicata il lungo corteo nuziale, pittoresco per gli sgargianti costumi contadineschi e per i lussuosi abiti cittadini, s’apprestava ad entrare in chiesa. Tutti erano lieti e sorridenti: solo la sposa, pallidissima sotto il velo bianco, e Marta, la madre apparivano inquiete, quasi presentissero un qualche sinistro avvenimento. Lo Sciaborda e la sua rustica orchestra erano stati messi da parte: artisti celebri fatti venire apposta da Torino accolsero l’entrata del corteo in chiesa colle note di un mottetto del Frescobaldi. La Chiesa sfavillante di ceri, guarnita da ricchi tappeti che coprivano quasi tutto il pavimento, era fiorita come una serra. Tuttavia nulla valeva a rasserenare la fronte della giovanissima sposa, poiché la pena che le pesava in cuore era lancinante. Durante il periodo di fidanzamento essa aveva potuto, sopraffatta dalle svariate occupazioni, far tacere il ricordo e con il ricordo il rimorso.

E’ della natura umana lo sforzarsi a dimenticare ciò che ci torna sgradito: ma un ricordo non si abolisce anche se dorme nel profondo della memoria: ad un tratto si risveglia nella sua nitidezza cruda e parla; è anche della natura umana tentare di far tacere il rimorso: per lungo tempo esso può fasciarsi di silenzio, ma ad un tratto, proprio quando è inaspettato, come un cane rabbioso che sbuca all’improvviso da una siepe di ortiche e di pruni, si getta sulla sua vittima e la dilania. Così il rimorso si accompagna, sinistro fratello, al ricordo.

Ben ricordava ora Lena la sera che precedeva la partenza del povero Toniotto, di quella lunga preghiera di entrambi, in quello stesso luogo, allora melanconico e deserto nelle ombre vespertine, prostrati innanzi alla statua della Vergine che aveva ascoltato materna e dolente il vicendevole giuramento: se uno dei due fosse morto l’altro non avrebbe dovuto sposarsi mai più. Lena aveva fatto di peggio, aveva incominciato a mancare al giuramento quando Toniotto era ancora vivo, e di ciò che faceva non aveva mai risentito alcun turbamento. Ma ora, sul punto di infrangere definitivamente la sua promessa, ogni baldanza le veniva meno; il terrore la invadeva; comprendeva ben chiaro che c’era una cosa che essa, anche con tutto l’oro del suo novello sposo, non avrebbe potuto comprare, la pace della sua coscienza.

Entrati in chiesa, gli sposi presero posto in due inginocchiatoi parati di velluto rosso e oro. Ad un tratto dalla folla si sollevò un inquieto bisbigliare e tutti si voltarono verso un punto. Chi era l’uomo appoggiato ad un pilastro, ammantellato di nero, il volto coperto da un cappellaccio a larghe falde?

Nel momento in cui il parroco, benedetti gli anelli, li consegnava allo sposo e questi faceva l’atto di infilarlo all’anulare di Lena il torvo intruso si lanciò in un balzò e carpì l’aureo cerchietto: “A me spetta donartelo, a me, Toniotto tuo sposo”. Il mantellaccio ed il cappello caddero, e agli occhi degli astanti apparve uno scheletro che piombò, scricchiolando a terra. Marta a quella vista diede un grido straziante e si abbatté senz’anima. La folla si disperse urlando “Si salvi chi può”. Lo sposo e la sua famiglia scapparono prima degli altri: solo il parroco non perdette il controllo di se stesso. Fece dare cristiana sepoltura allo scheletro e alla spoglia della disgraziata Marta. E di Lena che ne era stato? … Terrorizzata anche lei era fuggita con gli altri. Ma, dopo, dove era andata che non la trovarono più? … .

In seguito a quel macabro e sopranaturale intervento dello scheletro alla cerimonia il parroco apprese da un reduce di Candia in qual modo Toniotto fosse stato messo al corrente dell’infedeltà di Lena. Eusebino, l’altro rosazzese che in primo tempo era partito per la guerra, non tardò a morire in uno scontro, lasciando a Toniotto i suoi pochi effetti in eredità. Rovistando nella valigia dell’amico, Toniotto trovò alcune lettere che Eusebino aveva ricevute dai suoi familiari di Rosazza che narravano degli amori di Lena con il ricco signore di Torino e del suo prossimo matrimonio. Da quel giorno Toniotto non scrisse più in paese e cercò volontariamente la morte lanciandosi là dove la mischia era più feroce; ma la morte sempre lo deludeva ed il soldato, sospinto da un disperato eroismo, non riusciva che a meritarsi sempre maggiori decorazioni al valore: alla fine l’audace cadde nell’assalto di Candia.

Lena, dunque era scomparsa. Dopo parecchi giorni, alcuni pastori informarono di aver scorto la fanciulla (sparsi al vento i capelli biondi rapidamente incanutiti, lacera la bella veste nuziale) errare su per i monti e attorno al lago: invano avevano cercato di impadronirsene. Non passò gran tempo che fu trovata morta presso quelle tranquille sponde. Fu trasportata in paese ove ebbe cristiana sepoltura, ma il suo spirito, narravano paurosamente i mandriani, rimase lassù e lassù dovrà restare per chissà quanti secoli ancora insino a che abbia scontata la pena del suo voto infranto, e ancora oggi nelle magiche notti di luna i mandriani affermano di scorgere sorvolare sopra la superficie del lago la candida figura femminile dalle folte e candide chiome sparse e di udire, nelle notti tempestose, commisto al sibilar della bufera, il lugubre lamento di questo malplacato spirito che rimprovera, con la sua, tutte le infedeltà d’amore. Per la sua bianca parvenza e i suoi bianchi capelli, l’inquieto fantasma fu per i semplici mandriani la “Vecchia del Lago” e da essa il lago trasse il nome.

Così, come vedete, il vaticinio della maga dalle grigie pupille selvagge, si era avverato: “Tre morti”: Toniotto, Marta, Lena.

 

 

TURISMO

 

Il richiamo esercitato dal Santuario della Madonna Nera e l’amenità dei luoghi fa sì che si assista da secoli ad un continuo flusso di pellegrini, villeggianti, e ultimamente grazie alle attrezzature sciistiche anche di sportivi.

 

 

Come ci si arriva

 

Sono molti i turisti interessati alla visita o alla villeggiatura in queste due valli, provenienti non solo dall’Italia. Ecco alcune informazioni per raggiungere questi luoghi ricchi di cultura e risorse naturali incontaminate:

in entrambi i casi, per chi non è delle immediate vicinanze piemontesi, bisogna imboccare l’autostrada A4 Torino - Milano, uscendo a Carisio e seguendo le indicazioni per Biella (circa 20 km).

Nel primo caso si prosegue per la Valle Cervo, circa altri 20 km; da Bielmonte tramite la panoramica Zegna, scesi nella valle, prendere a destra per Rosazza poi seguire le indicazioni.
In Valle Cervo le strade non sono molto larghe, sono a giusta misura di camper.

Oropa invece è unita a Biella da una comoda statale, lunga 12 Km che sale gradualmente, toccando graziose frazioni e offrendo suggestivi scorci delle montagne biellesi. Per chi non disponesse di un’auto privata, vi sono numerose corse di autobus che collegano in 40 minuti la stazione ferroviaria di Biella al Santuario. Per avere gli orari aggiornati, si consiglia di telefonare all’ATAP (015-401715). Durante tutto l’arco dell’anno, poi, sono numerose le persone che, per recarsi in visita alla Madonna Nera, scelgono di andare a piedi lungo il vecchio percorso del tram o vari sentieri boschivi, come ad esempio il sentiero della Madonna d’Oropa o il sentiero del Soleri.

 

 

Rifugi

 

Nelle vecchie cascine sparse per le due valli si è sempre data ospitalità ai pellegrini. L’alpigiano non poteva offrire dapprima che un giaciglio nel fienile e un piatto di polenta e latte, trasformatosi poi nella <<polenta concia>>. Con l’andar del tempo questa attività inizialmente sporadica è diventata sempre più complementare e quando ha permesso introiti superiori a quelli dell’allevamento, le stalle si sono trasformate in ristoranti e le casere in cucine. Permangono pur sempre ancor oggi alcuni esempi di trattorie annesse alla cascina, dove nell’ambito della famiglia rurale agli uomini spetta il lavoro della stalla ed alle donne quello della cucina e del servizio.

Queste due valli non avendo itinerari alpinistici di rilievo è sede di escursioni facilitate dalla presenza di numerosi rifugi, la maggior parte dei quali costruiti dalla Società Sportiva Pietro Micca. Sono qui di seguito presentati i più conosciuti:

 

 

 

Rifugio Rosazza - 1818m (Alta Valle Oropa)

 

 

Il rifugio è di proprietà dell’Amministrazione del Santuario d’Oropa.

Accesso: si trova poco sotto la stazione di arrivo della funivia Oropa - Lago; oppure a piedi da Oropa in 1 ora e 30 (sentiero D13).

E’ aperto tutti i giorni dal 1° al 31 Agosto, mentre dal 1° Giugno al 31 Luglio, dal 1° al 30 Settembre e dal 1° al 31 Dicembre solamente nei week-end. Nei mesi di Maggio e di Ottobre sarà aperto solo la Domenica. Fornisce bevande, pasti e pernottamento; dispone di 24 posti letto, ma non di un locale invernale. E’ gestito da Coda Zabetta Walter - Via Delleani, 7 - 13057 Pollone Tel. 015/61526.

 

 

 

 

 

 

Rifugio Capanna Renata - 2391m (Monte Camino, Alta Valle Oropa)

 

 

Il rifugio è di proprietà dell’Amministrazione del Santuario di Oropa.

Accesso: si trova all’arrivo della cabinovia Oropa Lago - Monte Camino; oppure a piedi da Oropa in 3 ore (sentieri D13 e D 21).

E’ aperto tutti i giorni dal 1° al 31 Agosto, mentre dal 1° Gennaio al 1° Agosto, dal 31 Agosto al 30 Settembre, solamente nei week-end. Fornisce bevande, pasti e pernottamento; dispone di 8 posti letto, ma non di un locale invernale. Tel 015/20437. E’ gestito da Filippetti Tiziana - Regione Cascine Bianche - 13818 Tollegno Tel.015.421436.

 

 

 

 

Rifugio della Vecchia - 1872m (Alta Valle Cervo)

 

 

Il rifugio è di proprietà della Comunità Montana Alta Valle Cervo - La Bursch

Accesso: si raggiunge in due ore da Piedicavallo (sentiero E50).

E’ aperto tutti i giorni dal 30 Giugno al 30 Settembre, mentre a Giugno solamente nei week-end e dal 1° al 28 Maggio solamente la Domenica. Fornisce bevande, pasti e pernottamento; dispone di 16 posti letto, ma non di un locale invernale. E’ gestito da Cabarle Alberto - Via Corridoni, 14 - Fraz. Montesinaro 13060 Piedicavallo. Tel 015/609270 depositario delle chiavi e che si può eventualmente contattare anche durante i periodi di chiusura.

 

 

Rifugio  Madonna Della Neve – 1480 m (Alta Valle Cervo)

 

Il rifugio è di proprietà del Sig. Rosazza Gianin Giovanni.

Accesso: è raggiungibile da Piedicavallo in un’ora (sentiero E40) e da Rosazza in un’ora e trenta (sentieri E30 e E32).

E’ aperto tutti i giorni dal 1° Maggio al 31 Ottobre. Fornisce bevande, pasti e pernottamento; dispone di 15 posti letto, ma non di un locale invernale. E’ gestito da Rosazza Gianin Giovanni - Via Piave, 3 - Piedicavallo (Bi) - Tel 015/609211. Tel Ufficio 015/402682 (studio Altieri - Via Gorizia 4 - Biella) che si può eventualmente contattare anche durante i periodi di chiusura.

 

 

Rifugio Alfredo Rivetti - 2150m (Alta Valle Cervo)

 

 

Il rifugio è di proprietà del CAI Sezione di Biella.

Accesso: si raggiunge in due ore e trenta da Piedicavallo (sentiero E60).

E’ aperto tutti i giorni dal 3 Giugno al 1° Ottobre, e l’ultimo week-end di Maggio.
Fornisce bevande, pasti e pernottamento; dispone infatti di 58 posti letto e di un locale invernale sempre aperto, attrezzato e con 8 posti letto. Tel 015/473201. E’ gestito da Zoia Alessandro - Veglio (Bi) - Tel. 015.748282.

 

 

Bivacco Padre Mauro Antoniotti - 2556m (Cima di Bo, Alta Valle Cervo)

 

 

Accesso: si raggiunge in quattro ore da Piedicavallo (sentieri E70 e E72).

Questo piccolo rifugio venne ricostruito negli anni 1980 - 81 da volenterosi abitanti della Valle Cervo ed è stato dedicato alla memoria di Padre Mauro Antoniotti, parroco di Rosazza e volontario del Soccorso Alpino. Si trova ad una decina di metri sotto alla vetta della Cima di Bo, sul versante occidentale. E’ incustodito e sempre aperto; può ospitare 10-15 persone sul tavolato per il pernottamento, attrezzato con coperte e materassi.

 

 

 

PASSEGGIATE E SENTIERI

 

Per esplorare le due valli si offrono passeggiate semplici e  accessibili che permettono di trascorrere una piacevole giornata nel mezzo della natura. Proponiamo qui di seguito tre diversi itinerari.

 

 

Lago del Mucrone - Monte Camino

 

Lago del Mucrone m. 1900

Monte Camino m. 2391

Tempo: 1,30 ore

Segnaletica: D21

 

Questa escursione non presenta difficoltà benché abbia inizio a 1900 metri di altitudine. Si percorre un sentiero agevole, sempre ben segnato e frequentatissimo.

L’ambiente, ovviamente, è roccioso, senza vegetazione, affascinante perché si raggiunge una vetta. Il monte Camino è infatti fra le più alte cime del Biellese.

Raggiunta Oropa si sale con la funivia fino al lago. Vicino alla stazione di partenza della cabinovia che porta al monte Camino parte il sentiero segnalato D21. Inizialmente la pendenza è notevole ed il tracciato segue la direzione della cabinovia.

In pochi minuti ci si trova ad un bivio a sinistra vi è il sentiero D22 per il colle della Balma, a destra prosegue il D21 verso il monte. In questo primo tratto si vede quasi costantemente in basso il lago del Mucrone. Il percorso è vario nel senso che presenta continue svolte dopo brevi tratti e ciò permette di ammirare diversi aspetti della montagna. Dopo circa 40 minuti si attraversa il rio Camino e in lieve pendenza si raggiungono le baite dell’Alpe Camino. La stazione della cabinovia è quasi sempre visibile per cui si ha la direzione da seguire.

Superate le baite si procede verso sinistra e poco oltre si passa sotto l’impianto di risalita. Ancora qualche centinaio di metri e ad una svolta si presenta lo strappo finale, ampio e in qualche modo erboso che conduce alla Capanna Renata. Mancano ormai pochi minuti alla vetta dove, su un terrapieno, a 2391 metri, vi è la chiesetta. Lo spettacolo che si presenta è ineguagliabile e con una cartina è possibile individuare facilmente le vette più note della Valle d’Aosta.

È bene programmare questa escursione in una giornata serena e fare in modo di arrivare in vetta a metà mattinata (lo si può fare prendendo la prima corsa della funivia) poiché verso metà giornata nella stagione estiva sale la nebbia che pregiudica il godimento del panorama.

 

 

Oropa - Lago Bose - Lago Mucrone

 

Oropa m. 1180

Lago Bose m. 1560

Lago Mucrone m. 1900

Tempo: 1.30 ore

Percorso: sterrata e mulattiera

 

Parcheggiare nel piazzale a fianco della stazione di partenza della funivia e incamminarsi lungo la via Crucis che parte vicino alla vecchia stazione ora in disuso.

Salire fino alla cappella Paradiso, vicina un centinaio di metri, e proseguire nella carreggiata fra i faggi e gli abeti. Dopo circa 40 minuti si esce dal bosco all’inizio dell’Alpe Gè. Nelle vicinanze a destra comincia la mulattiera che, aggirando il pendio, va in direzione della stazione superiore della funivia.

In piano, e in mezzo a vaste estensioni di rododendri si arriva presto al lago delle Bose, che si trova proprio alle spalle di un ammasso di rocce, alla sinistra della mulattiera. Da qui si gode la vista delle montagne circostanti, ossia il Mucrone, il Camino e il Tovo e l’avvallamento del colle Trescone fino al colle Colma, sopra la Galleria Rosazza.

In breve la mulattiera prende a scendere per innestarsi quasi subito nella pista Busancano (in inverno pista di sci). Si continua sulla pista che a tratti si fa più ripida ed in mezz’ora circa si aggiunge alla stazione di arrivo della funivia. In altri dieci minuti si arriva alla conca del lago del Mucrone.

Complessivamente la durata dell’escursione è di circa 90 minuti ed è poco impegnativa. Si può variare il ritorno scendendo dalla mulattiera che passa vicino al rifugio Rosazza, poco più basso della stazione, e che porta all’Alpe Pissa e attraverso la carreggiata a Oropa.

 

 

 

 

 

 

Piedicavallo - Lago della Vecchia

 

Piedicavallo m. 1030

Lago della Vecchia m. 1872

Tempo: 2 ore circa

Percorso: mulattiera e sentiero

 

Meta di molti appassionati della montagna, la Piedicavallo-Lago della Vecchia è da considerare una escursione facile che tutti possono percorrere; in circa due ore si raggiunge la conca del lago.

L’escursione inizia in fondo al paese di Piedicavallo, dalla piazzetta appena sopra il parco vicino al torrente. Il primo tratto è tutto all’ombra, immerso com’è nel bosco di faggi. Si tratta peraltro di solo mezz’ora di cammino fino al villaggio Rosei, folto gruppo di casolari utilizzati dai villeggianti.

Da qui in poi i faggi lasciano il posto per lo più a gruppetti di betulle ed il contesto è molto più aperto. Si lascia il fondovalle per alzarsi rapidamente dal torrente che finora è stato assai vicino al percorso ed in breve si sale sull’alpe Casetti a m. 1410. Il tempo fin qui impiegato è circa un’ora.

Ci si alza adesso più rapidamente in quota avvicinandosi ad uno sperone di roccia che si valica agevolmente sul sentiero a tornanti: ancora 15 minuti circa di pendenza accentuata fino a che riprende la mulattiera. Si va avanti quasi in piano ed in breve ci si trova in località Vecchia Inferiore, indicata su una roccia a m. 1727. Restano da attraversare alcuni canaloni per poi prendere il costone che porta alle baite a m. 1872.

Scendendo lievemente dalle baite, la mulattiera ci porta al lago da cui nasce il torrente Cervo. In prossimità del lago, su un grosso masso, è scolpita la sagoma della vecchia e la sua leggenda che vuole vagasse nella zona in compagnia di un orso. Quest’opera è stata realizzata dagli scalpellini della Valle Cervo alla fine del 1800. La zona intorno al lago è in buona parte prato adatto per sostare.

Questa passeggiata è priva di difficoltà, tuttavia pur essendo il fondo bel levigato, è necessario affrontarla con calzature solide, che coprono le caviglie.

L’ambiente è ricco di faggi e betulle. Nel lago è possibile pescare trote.

 

 

 

SPORT

 

Arrampicate

 

Michele Fardo, Istruttore Nazionale di Alpinismo, pensava che la scarsa frequentazione della montagna biellese fosse dovuta principalmente alla poca conoscenza che se ne ha: le caratteristiche del territorio possono sembrare un limite per gli amanti dei brevi percorsi a piedi e delle alte difficoltà sulle vie corte. Se per anni si è avuto notizia solo delle splendide vie classiche, ora si sta diffondendo la pratica di un’arrampicata eseguita in sicurezza e si tende a renderle accessibili a tutti. Questo, quindi, per rivalutare e diffondere l’alpinismo biellese, alla riscoperta di un nuovo terreno di gioco e d’avventura. Lo sprone principale, nel 1994, quando gli è stato chiesto dal C.A.I. Valsessera di valutare la possibilità di aprire un nuovo settore di arrampicata. La Palestra dell’Oliva, con le sue belle e facili placche grigie appoggiate su scoscesi pratoni, è stata organizzata seguendo criteri già da tempo ampiamente diffusi. Il notevole successo si è riscontrato soprattutto tra i giovani.
Le vie di salita presenti su un territorio così diversificato e ricco di opportunità sono state raccolte e divulgate in una guida, nella speranza di una loro più ampia frequentazione, in collaborazione con Gianni Lanza, Guida Alpina, e Fabrizio Lava, fotografo e editore. Il Biellese non ha nulla da invidiare ad altre zone, offre itinerari di difficoltà sostenuta, in luoghi selvaggi e di una bellezza particolare, anche per l’inverno.

 

 

Monte Mucrone  (B5)

 

E’ la montagna simbolo delle Alpi Biellesi, isolata, molto scoscesa, leggermente avanzata verso la pianura e ricca di pareti rocciose. E’ anche un ottimo punto panoramico.
Nonostante l’apparente impossibilità ad essere scalata, presenta appigli in gran numero seminascosti. E’ il fulcro dell’arrampicata biellese per il tipo di roccia, la facilità d’accesso, la spittatura di alcune vie, secondo moderne concezioni, e l’apertura di vie lunghe in tempi recenti, con la possibilità di discesa in doppia. Da sempre ha avuto la funzione di palestra per gli alpinisti biellesi di punta, che sulle sue pareti si allenano per le ascensioni in alta montagna. La discesa è agevole dalla parete nord - ovest, un dolce pendio su cui è segnata la Via Normale molto facile. Date le numerose vie aperte per meglio descriverle si é scelto di dividere le pareti in quattro settori: la Parete Piacenza, a nord-est, la Parete sospesa, al di sopra della Piacenza, la Parete sud con le Traversagne e la Parete sud-ovest. Per la via normale riserviamo uno spazio a parte.
Accesso:
a) Con gli impianti: dalla stazione superiore della funivia di Oropa, salire per largo
sentiero al Lago del Mucrone, percorrere il lato sinistro del Lago, per circa 200 m, e iniziare a salire per tracce di sentiero fino a raggiungere la cresta. Scendere poi alcuni metri ed attraversare l’erto pendio erboso seguendo tracce di sentiero; superare una conca e poi continuare sempre a mezza costa fino ad una seconda cresta che si scavalca (il percorso è interamente attrezzato con corde fisse). Si arriva alla base della parete Piacenza in 40’.

b) Dal parcheggio delle funivie si sale la pista Busancano fino alla curva a gomito, si
prosegue per alcune centinaia di metri fino a raggiungere un falsopiano che si percorre fin dove la pista volta verso destra. Da qui reperire un sentierino che, attraverso un boschetto di pini mughi ed un ripido prato, porta all’ Alpe delle Bose (1705 m). Aggirare la baita salendo verso sinistra, superare un ruscello e risalire un vallone per tracce di sentiero, che sbuca tra grandi massi sotto la parete Piacenza, in 2h15’.

 

Punti d’appoggio: Oropa, Rifugio Rosazza

 

B5.01 Via Normale

Difficoltà: F

Dislivello: 450 m

Esposizione: nord-ovest

Periodo consigliato: tutto l’anno

Quota: 2335 m

Descrizione: dal Lago del Mucrone si sale alla Bocchetta del Lago. Procedere a sinistra
fino all’altezza dei ruderi della vecchia funivia Anticima, senza raggiungerla. Salendo
direttamente sul ripido sentiero si arriva alla vetta in 1 h e 15’.

Commento: viene usata come via preferenziale di discesa per le salite che seguiranno.

 

 

B5.02 Via del Canalino

Difficoltà: AD +
Dislivello: 250 m
Esposizione: nord-est
Periodo consigliato: tutto l’anno
Quota: 2335 m
Sul posto: spit e chiodi lungo la via, spit e catene per le soste
Equipaggiamento: nuts e friends
Commento: il Canalino taglia in modo evidente tutta la parete. E’ molto interessante
nel periodo invernale con ottimo innevamento, quando neve e ghiaccio rendono il canale
simile, ma più duro, alla rampa della Nord dell’Eiger. Nel periodo estivo è consigliabile
salire il canale quando è ben asciutto.

 

 

 

 

 

 

Dente della Vecchia (C3)


Lungo il sentiero che da Piedicavallo va al Lago della Vecchia sulla destra si intravede un salto di roccia isolato.

 

Difficoltà: TD -
Dislivello: 70 m
Esposizione: sud
Periodo consigliato: estivo
Quota: 1650 m circa
Sul posto: vecchi chiodi
Equipaggiamento: chiodi e nuts
Commento: breve ma simpatica arrampicata su roccia ottima.

 

Su iniziativa dellATL di Biella, della TIKE SAAB GUIDE ALPINE, della Provincia di Biella e in collaborazione con il Comune di Biella e lamministrazione del Santuario di Oropa, sono state sistemate le principali vie di arrampicata delle Alpi Biellesi e si è realizzata una via ferrata al Monte Mucrone nella conca di Oropa.  Gli itinerari si sviluppano in assenza di pericoli oggettivi, l’arrampicata su placche e camini di roccia compatta è di notevole soddisfazione, inoltre le vie di carattere alpinistico sono ideali per essere frequentate da corsi e scuole di alpinismo, soprattutto nel periodo estivo e autunnale, ed alcune anche in inverno. Le vie riattrezzate sono: Cresta Carisey e Sperone Innominata sul Monte Mars, Canalino, Parete Piacenza, Spigolo del Limbo, la 35, Parete Sud e Via Fasoletti sul Monte Mucrone. Altre vie sono state lasciate con l’attrezzatura originale per preservare intatto il terreno d’avventura proprio della montagna.

La via ferrata ed il sentiero attrezzato del Limbo, sono una possibilità per chi, non ancora scalatore, voglia comunque cimentarsi in sicurezza con qualcosa di più verticale ed impegnativo dei soliti sentieri.  Le vie riattrezzate mantengono comunque il loro carattere, quindi oltre al normale equipaggiamento può essere utile avere 2 o 3 amici. PER LA VIA FERRATA E’ OBBLIGATORlO L’USO DEL CASCO, LIMBRAGATURA, CORDINI CON MOSCHETTONI E DISSIPATORE ED ESSERE A CONOSCENZA DELLE TECNlCHE DI PROGRESSlONE SU VIE FERRATE. La segnaletica è molto chiara e facile da seguire, il nome delle vie è indicato alla base.  RICORDATEVI CHE NELLALPINISMO LA VOSTRA RESPONSABILITÁ E LA VOSTRA SICUREZZA.

 

 

Monte Mucrone 2335 m   

 

Sentieri di Accesso e Discesa

 

1° possibilità: dalla stazione superiore delle funivie di Oropa seguire i segnavia verso la pista di sci Busancano, in discesa fino alla cava di serizzo; prendere la strada della cava e seguirla fino al 3° tornante, lasciarla e andare a sinistra, inizialmente per un breve tratto di pietraia poi su buon sentiero in leggera discesa, raggiunta la baita del “Fatin”, proseguire alla sua destra prima tra vegetazione e poi per pietraie, giungendo alla base del canale del Limbo dove parte la via ferrata - ore 1.

2° possibilità: dalla stazione superiore delle funivie raggiungere il Lago del Mucrone e reperire il sentiero che parte sulla sponda sinistra del lago, con lunghi ed esposti traversi su prati molto ripidi, in 45’ si raggiunge la base del canale del Limbo e la partenza della via ferrata (il sentiero è stato attrezzato con corde fisse nei tratti più esposti).

 

 

Per la parete Piacenza ed il Canalino laccesso è lo stesso della via ferrata, le vie salgono la stessa parete, 70 e 150 m più a destra. Lo Spigolo del Limbo si raggiunge traversando orizzontalmente a sinistra a 70 m dalla partenza della ferrata. Per le vie 35, Parete Sud, Fasoletti, dalla ferrata si continua a salire il canale fino al colle del Limbo; poi a destra per 10 minuti si raggiunge la base della 35. Poco prima a sinistra, ha inizio la cengia delle Traversagne che, con sentiero attrezzato, porta in breve alla base della parete Sud e poco dopo alla via Fasoletti – ore 1h 30’.

 

Dalla croce, salire la breve cresta erbosa che conduce alla vetta principale, scendere sul versante opposto il sentiero segnato (D24) che in breve porta ai ruderi della funivia Anticima; sempre su sentiero si raggiunge la bocchetta e, scendendo a destra, il lago del Mucrone e la stazione della funivia - ore 1.

 

 Le Vie

 

Bella e varia, via ferrata di media difficoltà, si sviluppa su ottima roccia prima sul versante nord-est, poi lungo la cresta est del Mucrone. La via è stata realizzata dalle Guide Alpine di TIKE SAAB utilizzando attrezzatura di ottimo livello: tutti gli infissi sono in acciaio inox, riservando una particolare attenzione verso il problema dell’impatto ambientale, il tracciato non interferisce con precedenti vie di arrampicata o con zone potenzialmente interessanti per il futuro sviluppo alpinistico. Tempo di percorrenza: 2h, difficoltà EEA, dislivello m 300.

 

Panoramico percorso che, sempre su terreno esposto, con catene e passi di 1° grado, sale in mezzo alle rocce del versante est del Mucrone.  Tempo di salita: 1h, difficoltà EE, dislivello m 200.

 

Originale percorso che segue il fondo di un enorme canale superando strettoie e sassi incastrati; bellissimo anche in inverno quando si trasforma in un impegnativo percorso di misto. La via parte da una placca rossastra poco a destra del canale principale.  Tempo di salita: 2h, difficoltà AD+, dislivello m 250. Alluscita salire il pendio con vegetazione che in breve porta alla croce di vetta.

      

Bella arrampicata classica su ottima roccia, un tempo la più difficile delle Alpi Biellesi, ora una piacevole salita a portata di molti. Attacco in una fessura che si raggiunge con un passo strapiombante verso destra. Tempo di salita: 2h, difficoltà D, dislivello m 120. Dall’uscita è possibile calarsi lungo la via di salita con corde doppie da 25 m, oppure salire ancora 45 m tra la vegetazione e attraverso una cengia a sinistra si raggiunge in breve la base della via 35, che si segue con bella arrampicata sino in prossimità della cima ore 1.

 

Si tratta della breve cresta che delimita a sinistra il canale che scende dal colle del Limbo, ottima roccia e moderata difficoltà. Dal colle è ideale proseguire lungo la via 35’ solo di poco più impegnativa.  Tempo di salita: 1h, difficoltà AD-, dislivello m 100.

 

Breve arrampicata su roccia bellissima: 3 tiri sul 1° salto e uno sul 2° salto. Tempo di salita: 1h 30, difficoltà AD, dislivello m 100.

 

Arrampicata in pieno sole su roccia scolpita, panorama aperto su tutta la pianura, ambiente dolce e gradevole. Attenzione: allattacco sulla destra, chiodo e fettuccia fuori via.  Tempo di salita: 2h, difficoltà D, dislivello m 150.

 

Arrampicata tecnica soprattutto in placca, ma con un diedro fessura non banale nella parte alta. Alluscita si unisce alla parete Sud.  Tempo di salita: 2h 30, difficoltà TD, dislivello m 150.

Sci: piste per il fondo e la discesa

 

I Corsi

 

Organizziamo: Corsi e lezioni di “free-ride”, Gite di sci “fuori pista”, Gite con guida alpina di sci alpinismo e con racchette da neve. I Maestri vi aspettano: la scuola di Sci Oropa - Mucrone offre corsi per sci alpino e nordico, avvalendosi di maestri ed allenatori federali, riconosciuti dalla Scuola Italiana Sci, garantendo sempre professionalità e sicurezza. Grazie ai due uffici della Scuola potrete sempre avere informazioni e prenotare le vostre lezioni. Il 1° ufficio è situato c/o il piazzale/partenza; il 2° ufficio è ubicato presso la stazione superiore della funivia, a quota 1900 mt

 

Le Piste

 

PISTE DA DISCESA

Lunghezza totale piste: 12 Km

 

PISTE DA FONDO

 

 

Ciclismo

 

Ecco finalmente la nuova stazione del divertimento tutta dedicata alla MTB. Inaugurata a giugno 2001, la stazione permanente OROPAEXTREMEBIKE è situata a 10 minuti da Biella nella conca di Oropa, bellissimo comprensorio montano nel quale è possibile godere di panorami tra i più suggestivi delle Alpi Occidentali. Nella nostra stazione potrai trovare sicuramente il percorso che fa per te, essendo presenti tutte le discipline: Downhill-Freeride (con risalita in funivia!) e Cross Country. Vieni a OROPAEXTREMEBIKE. Potrai realizzare tutti i tuoi desideri più reconditi (riferiti alla mountain bike, sintende!).

 

I Percorsi

 

Dal piazzale di Oropa (1180 m slm) potrai salire in funivia - in soli 5 minuti - fino al Rifugio Savoia (situato a quota 2000 m) da dove partono i percorsi di discesa e freeride, tutti opportunamente segnalati. Non avrai che limbarazzo della scelta: abbiamo realizzato per te percorsi veloci, altri più tecnici ed alcuni veramente extreme tra sassi e dirupi, dedicati ai veri amanti del rischio!

Sia dal piazzale di Oropa che dal Rifugio Savoia in quota, potrai scegliere tra una miriade di percorsi di diverse lunghezze e grado di difficoltà (il giro del Lago delle Bose, il Tracciolino, la Passeggiata dei Preti e così via), ma tutti immersi nella natura incontaminata e generosi di panoramici punti di osservazione.

 

 

I Servizi  

 

·        BIKE PARKING

Per darti la massima libertà, è possibile un parcheggio con lucchetto di sicurezza dove lasciare il tuo mezzo.

 

E’ il servizio di lavaggio del quale puoi liberamente fare uso prima di caricarti il mezzo in macchina.

 

Per dare lopportunità, a chi è privo delle due ruote , di provare i nostri percorsi, c’è la possibilità di affittare bici da cross country.

 

 

L’Accoglienza

 

Ad Oropa troverai bar e ristoranti per ogni tua esigenza: dalla famosa polenta concia allo spuntino veloce, dalla merenda alla degustazione di prodotti tipici della cucina biellese.

 

Nelle immediate vicinanze degli impianti di risalita è possibile usufruire della ricettività dellhotel del Santuario, mentre chi desidera dormire in quota, può approfittare del rifugio Savoia, situato proprio allarrivo delle funivie.

 

 

CACCIA & PESCA

 

La caccia come attività produttiva non ebbe mai importanza in queste zone. Anticamente veniva effettuata per l’eliminazione di orsi e di lupi, mentre attualmente solo per diletto. Particolarmente, in Valle Oropa, dall’ 11 - 02 - 1957, è in vigore, con Decreto Ministeriale, una Bandita di caccia che funge da rifugio e da serbatoio di irraggiamento per la selvaggina.

La pesca, grazie all’elevato numero di corsi d’acqua, è ben sviluppata come attività sportiva  del tempo libero. In seguito alle semine effettuate a cura del Consorzio Biellese Tutela Pesca la pescosità delle acque è buona e rari sono i casi d’inquinamento in quanto non sono presenti industrie nella parte alta. La possibilità di utilizzare le acque a fini ittici venne presa in considerazione, attorno al 1880, dalla sezione di Biella del C.A.I. ed in particolare dell’allora presidente Corradino Sella, sollecitando l’Amministrazione del Santuario a tentare il ripopolamento delle acque ed in particolare del Lago del Mucrone. L’Amministrazione non procedette però a quanto richiesto perché precedenti tentativi fatti in questo lago fallirono a causa “del gelo che stante la poca profondità del lago investe l’intera massa”.

Ulteriori tentativi furono poi fatti negli anni 1915-1919 a cura del Comizio Agrario di Biella, sotto la direzione di Pietro Zublena, direttore della sezione di pescicoltura. Questi impiantò al Santuario un’incubatoio procedendo quindi alla semina di avanotti di trota e di salmerino.

 

 

ARTIGIANATO

 

L’attività industriale importante che caratterizza queste zone ha, naturalmente le sue fondamenta in attività esercitate nei secoli passati.

Così i tessuti fini, di gran successo, prodotti con attrezzature sofisticate e supermoderne hanno come antenati i grezzi panni confezionati in casa. Lavare la lana, cardarla, filarla con filarelli da fiaba, tesserla, erano attività che vedevano impegnati i nostri nonni durante gli inverni che la mancanza di luce elettrica, di riscaldamento, di automobili,di giornali rendeva lunghi e silenziosi. Non tutti confezionavano panni. Femminili e abili mani biellesi ordivano semplici fili traendone un pizzo di incomparabile bellezza: il puncet. Altre mani altrettanto abili, particolarmente in Valle Cervo, confezionavano con lana e canapa comode e calde calzature: gli scapin. Gli uomini non avvezzi ai giochi di dita troppo difficili, costruivano attrezzi agricoli: manici da falce, rastrelli, marche da burro. Qualcuno, particolarmente dotato, si dedicava alla costruzione di rustici mobili. Ne nacque una sorta di casta di intagliatori e di ebanisti. Qualcun altro batteva il ferro, altri impagliavano: sedie, fiaschi, fiasche, damigiane; si facevano gerle per portare a casa il fieno dal prato. In Valle Cervo i “pica pere” davano alla sienite nobili forme. Le attività facilmente meccanizzabili sono diventate industrie, le altre hanno vista ridotta la propria importanza fino quasi a scomparire. Il turista attento può però trovare nelle frazioni, piccoli atelier, scuola anche, dove gente di altri tempi vive facendo piccoli capolavori ancora oggi. Da osservare che l’artigianato tipico della Valle Oropa, la fabbricazione di seggiole impagliate a Cossila, va lentamente scomparendo. Al suo posto sono sorte altre attività artigianali, dall’officina meccanica, all’impresa di costruzioni, che ancora occupano buona parte della popolazione.

 

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Ø      Comunità montane del biellese e della Val Sesia - Un muro - Cassa di Risparmio di Biella

Ø      Passeggiate biellesi - La nuova Provincia di Biella a cura di Pierluigi Cereia Varale

Ø      Le guide del Biellese - Atl biellese:   - Le vie della fede

                                                     - Il Biellese

Ø      L’incantesimo della mezzanotte – Virginia Majoli Faccio – Il Biellese nelle sue leggende

Ø      Siti internet:       www.biellacittà.com/oropa

                              www.rosazza.net

                              www.atl.biella.it

                              www.alpibiellesi.it

 

 

 

 

 

   

 

 

 

Sezione Geologica

 

 

Componenti gruppo: Fabbricatore Andrea, Fiamma Filippo, Grasso Simone, Martino Davide, Peraldo Niccolò, Rey Andrea, Scala Valentino.

 

 

 

Indice:

 

- L’orogenesi alpina  pag.32

- La struttura geologica del Biellese  pag.32

- I ghiacciai  pag.33

- Il caso di Oropa  pag.34

- Le rocce di Oropa  pag.35

- Bibliografia  pag.37

- Ringraziamenti  pag.37

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’OROGENESI ALPINA

 

Le Alpi sono una catena montuosa relativamente giovane, hanno circa 20 milioni di anni, la cui formazione si ebbe a causa delle forti pressioni esercitate dalla placca Africana contro quella Euroasiatica che portò, oltre alla formazione di catene montuose, anche sismi e vulcani. Le Alpi, come è già stato detto, sono montagne giovani, e ciò si può dedurre anche dal fatto che sono molto irte e irregolari, cioè non ancora intaccate in modo evidente dagli agenti esogeni. Nonostante la catena sia di formazione recente la zona delle Alpi Carniche presenta ancora tracce, seppure molto ridotte, della precedente orogenesi Ercinica, infatti, si possono ritrovare ancora delle rocce metamorfiche risalenti al Paleozoico. Analizzando il territorio alpino si può notare la presenza di basalto non metamorfosato la cui presenza è giustificata dal fatto che prima dell’orogenesi il Nord Italia era sommerso dall’acqua del mare, e i fondali marini sono composti quasi esclusivamente da basalto. Inoltre proprio nella zona Nord - Ovest c’era l’oceano Ligure - Piemontese che sommergeva i territori di Piemonte e Liguria e, a causa dello scontro tettonico della placca Eurasiatica contro quella Africana alla fine del Mesozoico, l’oceano si chiuse e tutto ciò che stava al suo interno fu inghiottito per subduzione. Sempre al Nord-Ovest 300 milioni di anni fa si formarono i graniti che compongono la zona del Monte Bianco che, grazie all’orogenesi alpina, vennero spinti in superficie e poi portati alla luce dall’erosione. 50 - 30 milioni di anni fa le Alpi si trovarono nella fase parossistica e il materiale metamorfosato si accatastò formando le falde alpine che possiamo vedere. Dai materiali erosi dalla nuova catena montuosa si crearono le rocce sedimentarie, le argille e le arenarie che possiamo ritrovare ai piedi della catena sotto il nome di Pianura Padana, di origine detritica. Ma fu nel Quaternario che le Alpi assunsero l’aspetto che conservano ancora adesso e questo grazie all’azione dei ghiacciai che erosero e modellarono le rocce della catena, formando le tipiche valli a U. L’azione si ridusse sempre più fino a 10.000 anni fa, quando i ghiacci si ritirarono.

 

 

LA STRUTTURA GEOLOGICA DEL BIELLESE

 

Il Biellese si suddivide in due zone geologiche distinte delimitate da una faglia, cioè una linea di separazione e di movimento fra blocchi rocciosi, chiamata Linea del Canavese. Questa faglia fa parte della grande linea tettonica Insubrica che percorre longitudinalmente tutta la catena alpina dal Piemonte all’Austria. Nel Biellese si sviluppa con andamento Sud - Ovest e Nord - Est, mettendo a contatto due complessi rocciosi ben diversi: la zona Sesia - Lanzo a Nord - Ovest e le Alpi Meridionali a Sud - Est. La zona chiamata “Alpi Meridionali” è costituita da complessi rocciosi molto antichi, attraversati da una seconda faglia chiamata Linea della Cremosina, che si trova tra Andorno e il colle della Cremosina. Anche questa faglia segna una variazione di complessi rocciosi tra la zona collinare del Biellese e bassa Valsesia dalla zona di media montagna compresa tra le due faglie, caratterizzata da rilievi non più alti di 2000 metri; invece i rilievi che si trovano a Sud - Est della Linea del Canavese sono di minore altezza ad eccezione di qualche parete rocciosa lungo i versanti orientali del Monte Barone di Coggiola.

Le rocce che si possono trovare nella zona Sesia - Lanzo si differenziamo molto da quelle della zona Alpi Meridionali: è costituita da rocce con caratteri trasformati e deformati, queste rocce prendono il nome di metamorfiche e si sono formate durante l’orogenesi alpina. All’interno delle rocce scistose sono presenti anche masse di metagranitoidi cioè di rocce granitiche che hanno subito un intenso metamorfismo di alta pressione che ha variato profondamente la composizione mineralogica, ma che ciononostante non ha eliminato la struttura massiccia e compatta originaria. In corrispondenza di questi affioramenti granitici ci sono le aree alpinisticamente più interessanti del Biellese. All’interno della zona Sesia - Lanzo inoltre si trova un vasto ammasso di rocce intrusive denominato Plutone della Valle Cervo, formato da rocce granitiche con struttura massiccia ed equigranulare. Invece nella zona Sud - Est della Linea del Canavese si trova l’unità strutturale della zona Ivrea - Verbano, che si sviluppa appunto tra Ivrea e Locarno e ospita, nella parte montana del Biellese, rocce intrusive facenti sempre parte di questo complesso.

Durante l’innalzamento della catena alpina si sono verificate una certa serie di fenomeni di modellamento, tra cui quello erosivo che ha inciso maggiormente sul paesaggio. I rilievi biellesi sono caratterizzati da versanti ripidi e solchi torrentizi incisi, con sezioni molto ristrette che caratterizzano in modo particolare il paesaggio. Durante le glaciazioni pleistoceniche i ghiacciai hanno occupato solo in parte le valli perciò solo alcune zone, tra cui quelle d’Oropa, sono state modificate dall’azione dei ghiacciai creando circhi glaciali, valli a “U” e pareti e creste strapiombanti.

 

 

I GHIACCIAI

 

Il processo di formazione dei ghiacciai è abbastanza semplice: la neve si raccoglie in zone adatte che prendono il nome di nevai, essi si trovano in zone poco o per niente esposte ai raggi solari e sono sempre al di sopra del limite delle nevi perenni che nei periodi glaciali era naturalmente molto più basso di quello attuale. Lì la neve si compatta sempre più finché l’ambiente non diventa asfittico e la neve compattata diventa ghiaccio, il vero “motore” del ghiacciaio, infatti, è proprio il ghiaccio che con il suo peso trova come via d’espansione, soprattutto nei periodi freddi, le pendici delle montagne e, scivolando lungo i versanti, sfrega sulle rocce superficiali e gli enormi attriti le riscaldano e le consumano con i detriti che si staccano dalla roccia madre e la roccia si “lima”, viene modellata in una maniera unica nel suo genere da queste enormi forze. Il ghiaccio scava fino a che le temperature più elevate della bassa montagna non lo obbligano a cambiare stato e a divenire acqua e qui l’azione del ghiaccio si arresta lasciando come traccia le morene, cioè il fronte del ghiacciaio ricco di detriti e con un torrente residuo delle nevi sciolte. Le morene naturalmente non si trovano solo davanti al ghiacciaio, ma lungo tutte le zone che confinano con esso, quindi anche i lati. Quest’azione, ripetuta più volte durante la vita del ghiacciaio a causa dell’aumento e abbassamento di temperatura, porta il ghiaccio a espandersi o arretrare e nasce il movimento attivo del ghiacciaio, quel movimento che riesce a modellare le rocce. Quando i ghiacciai si estinguono lasciano il solco del nevaio, che ha una forma circolare concava che prende il nome di circo, qui l’acqua col tempo si può accumulare fino a formare i laghi alpini a circo glaciale, che sono il punto di indagine.

 

 

IL CASO DI OROPA

 

A Oropa il lago del Mucrone è un valido esempio di lago a circo glaciale: il Monte Mucrone era la zona di alimentazione dei ghiacci, il cui circo giaceva a 1902 metri di altezza, dove appunto ora c’ è il lago. Il ghiacciaio scendeva poi per 3 Km lungo un ripido gradino, la zona della pista da sci Busancano, in cui il ghiaccio accelerava la sua corsa provocando un’estesa seraccata, e da circhi minori, come quelli del Monte Camino (2391 metri) e il Pian della Ceva, riceveva altro ghiaccio. Un’ulteriore testimonianza del ghiacciaio a Oropa è la forma dell’omonima Conca (1150 metri), cioè alla conformazione ad U tipica delle valli glaciali e si può ancora ben distinguere il deposito morenico e i massi erratici. Le rocce che compongono il basamento della Conca di Oropa sono tutte arrotondate, levigate e striate dal movimento del ghiacciaio. Queste rocce sono dette “Montonate” e conservano le tracce di sfregamento dei massi trasportati dal ghiaccio. Queste rigature prendono il nome di “strie” e presentano un’incavatura allungata. Le morene sono regolari sui fianchi dell’ormai estinta lingua glaciale, mentre le morene anteriori furono parzialmente demolite dalle acque di scioglimento provenienti dal fronte glaciale. Queste morene si originarono in più movimenti di avanzamento e arretramento della lingua glaciale, formando anche diversi cordoni morenici. La morena destra della Conca di Oropa è ben distinguibile alle falde del Monte Mucrone, e sopra di essa ospita le cappelle del Sacro Monte, la morena sinistra è meno distinguibile, sorge vicino al Monte Tovo (2232 metri) e valle Orone dove lo sbarramento dell’omonimo torrente portò alla formazione di un lago poi colmato dai sedimenti, ma il terreno resta ancora oggi ricco d’acqua. Verso la fine dell’era glaciale si smantellarono gli apparati morenici e il lago Orone e Oropa si svuotarono formando torrenti che erosero le morene, soprattutto la sinistra, lasciando solo i blocchi rocciosi maggiori. A destra del torrente Canalsecco le morene non furono intaccate e l’acqua deviò verso la zona dove ora sorge il cimitero, lasciando la morena destra quasi completamente integra. Nel 1700 il colle San Francesco, cioè la morena di fronte, fu smantellato per permettere la costruzione del Santuario e per poter ammirare la valle rendendo la zona più panoramica, ora vi trova posto il Prato delle Oche. Nel 1800 la deviazione del Torrente Oropa verso la morena sinistra permise la costruzione della Chiesa Nuova. Oropa fa parte della facies alpina o alta montagna, è caratterizzata da pareti nude, erose dagli agenti atmosferici che creano forme molto singolari secondo la fragilità della roccia e pendii erbosi. Le rocce sono molto scistose e quindi è normale vedere pareti rocciose così facilmente intaccabili. I detriti sia in posto che in falda formano le cassare. Il Mucrone è un monte dall’aspetto imponente, il suo nome deriva da mucro, cioè acuto e rigido e ne esprime bene la morfologia.  Presenta 3 cime, a Ovest le sue pendici sono erbose e regolari, gli altri versanti hanno pareti rocciose e canaloni, se ne contano 3 grandi più molti minori che contengono detriti di falda micacei e quarzosi. Il monte di Oropa contiene quarzo, gneiss, rame (pirite cuprifera, calcopiriti), zoizite, limonite, epidoto, tormalina nera e anche una minima quantità di oro. Sul Monte Tovo c’è una presenza rilevante di rocce vetrificate, probabilmente per opera dei fulmini.

Il ghiacciaio non fa distinzione granulometrica quindi trasporta rocce di varia grandezza, è così giustificata la presenza di massi erratici sparsi per la Conca di Oropa. I massi erratici sono grandi ammassi rocciosi staccati dalla montagna dal ghiacciaio e poi ridepositati; i massi erratici vengono trasportati dal ghiacciaio quindi non subiscono particolari mutazioni e rimangono spigolosi, a forma angolare e grossolana. Queste rocce sono formate prevalentemente dal serizzo e sono quindi dure e resistenti. I massi erratici nella Conca di Oropa assunsero, in passato, un grande valore religioso e divennero soggetti a un vero e proprio culto, infatti, la maggior parte delle cappelle di Oropa sorge vicino a questi massi.

 

 

LE ROCCE DI OROPA

 

Le principali rocce che si possono trovare nella Valle d’Oropa sono:

 

Il serizzo: uno gneis anfibolitico - eclogitico che forma rocce metamorfiche, è un derivato del granito. Ha caratteristiche scistose in modo irregolare, una tonalità verde con fitte nervature di quarzo bianco e plagioclasi, la mica muscovite ne conferisce la lucentezza. Si trova prevalentemente nella zona orientale del Monte Mucrone, ed è un componente dei massi erratici.

 

I micascisti: roccia metamorfica derivata da sabbie e arenarie, formatasi grazie alle elevate pressioni e temperature. Ha anch’esso natura scistosa a letti alterni in cui si possono vedere lamelle di muscovite (mica bianca) e biotite (mica nera), sono assolutamente privi di feldspati. E’ molto fragile, si divide in lastre sottili, è tanto di color argenteo secondo la muscovite che contiene. Lo si trova prevalentemente sulle Vette del Mucrone, del Camino e del Tovo, questo perché il ghiacciaio lo ha trasportato un po’ovunque.

 

La sienite: è una roccia magmatica intrusiva generata dal raffreddamento di un magma in profondità in tempi lunghi, ciò la porta ad essere ricca di cristalli, è composta da feldspato ortose (silicato di alluminio e potassio) dal colore bianco - carnicino. Contiene l’anfibolo orneblenda dal colore verde scuro nero. Ha grana fine e grossa ed è una roccia resistente, in particolare la sienite di Oropa (chiamata anche della Balma) contiene magnetite che sotto l’effetto dell’acqua assume un colore giallo da cui il nome della nuova roccia: limonite. La formazione di queste rocce deve risalire a circa 30 milioni di anni fa. La struttura di questo tipo di roccia è granulare, con un colore che va dal grigio chiaro al grigio violaceo, ben distinguibili i plagioclasi bianchicci, feldspati rosa e quarzi vitrei. La parte scura comprende l’anfibolo, pirosseno e lamine di biotite. Si può trovare nella zona orientale della valle.

 

La migmatite: è una roccia che si suddivide in due parti distinte: una scura e antica, chiamata paleosoma, l’altra più chiara e recente, chiamata neosoma. Questo si spiega poiché la roccia esistente è venuta a contatto con un magma vulcanico che l’ha permeata fondendola in parte e si è iniettata in ogni sua frattura. La roccia risultante è quindi metamorfica ed eruttiva al tempo stesso. A seconda di come appaiono si dividono in omogenee ed eterogenee. La loro formazione è stimabile a circa 300 milioni di anni fa, partendo da una roccia madre sedimentaria, a una grande profondità e a forti pressioni.

 

Lo gneiss: è simile al granito e ne rispetta tutte le caratteristiche ad eccezione che ha le miche orientate in un’unica direzione. Lo si può trovare, come per i micascisti, su quasi tutte le cime poichè il ghiacciaio lo ha trasportato ovunque.

 

La diorite: è una roccia di colore verde più o meno intenso a seconda della quantità di orneblenda presente al suo interno, è molto dura e distinta in due parti: l’oligoclasio e l’orneblenda, da cui il nome della roccia che significa appunto “distinguo”.

 

La serpentina: è una roccia di alterazione metamorfica che ha subito un’idratazione di silicati ferro - magnesiaci come il pirosseno e il peridoto (olivina), è una roccia dura e resistente.

 

La Kinzigite: è una roccia del tipo dello gneiss, costituita da oligoclasio, biotite, granato, ortosio in bassa percentuale, quarzo e, a volte, grafite.

 

Inoltre al di sotto delle valli Oropa, Cervo e Sessera c’è un’enorme plutone eclogitico di circa 35 Km quadrati (il già citato Plutone della Valle Cervo), che ha composizione eterogenea e struttura concentrica: l’anello esterno è composto da rocce monzonitiche, l’anello medio è invece composto da monzo - sieniti e quarzo - sieniti, nella parte centrale troviamo una grossa massa granitica rossastra con cristalli di ortoclasio e masse più piccole di graniti biancastri a grana fine. Naturalmente la Valle Oropa non presenta tutti i tipi di rocce sopra elencati, vi si può trovare solo la monzonite, poiché la valle fa parte dell’anello più esterno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Ø      “Strada Biella-Oropa: incessante succedersi di rocce sorprendenti” articolo de “Eco di Biella” 25 Febbraio 1985.

Ø      “Sulle tracce dei ghiacciai” articolo de “Eco di Biella” 27 Settembre 1984.

Ø      “Scopriamo le rocce su cui Biella sorge” articolo de “Eco di Biella” 6 Febbraio 1984.

Ø      “Un sollevamento iniziato 100 milioni di anni fa” testo tratto da “Piemonte Parchi” Numero 54 Gennaio 1994.

Ø      “Le Rocce Pellegrine” di Stefano Maffeo

Ø      “Oropa” del 1927 di Camillo Sormano

Ø      Materiale fornito dal Personale Docente

 

 

 

Rivolgiamo un ringraziamento speciale ai professori Soppeno Marina, Pizzato Luca, Savoia Chiara, Torriere Carlo Felice, Vicenzetto Marco, per i testi che hanno fornito, per le attrezzature che hanno messo a disposizione, per il tempo ed il lavoro che ci hanno dedicato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sezione Cartografica

 

 

 

Componenti gruppo: Peraldo Lorenzo, Scapin Alessio, Spagarino Vittorio.

 

 

 

Indice:

 

- La cartografia  pag.39

- La Valle Cervo  pag.40

- La Valle Oropa  pag.41

·        Commento della carta geologica ed ecologica della Valle Oropa  pag.41

·        Commento della carta idrografica della Valle Oropa  pag.42

·        Commento della carta climatica della Valle Oropa  pag.42

- Bibliografia  pag.42

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CARTOGRAFIA

 

La cartografia è la scienza che abbraccia il complesso di operazioni scientifiche, tecniche e artistiche necessarie, sulla base dei risultati dei rilevamenti originali del terreno e di quelli ricavati dall’interpretazione dei dati di una documentazione, a consentire tanto l’elaborazione e l’allestimento di carte, di piani o di altri sistemi di espressione quanto la loro lettura e la loro utilizzazione.

Oggetto della cartografia è la realizzazione delle carte intese come particolare sistema di espressione della realtà: a tal fine essa si avvale dei contributi informativi di molte discipline scientifiche per illustrare sia il terreno sia le molteplici manifestazioni dei fenomeni naturali e umani, sia la loro distribuzione spaziale e le eventuali interazioni.

Una rappresentazione cartografica si può definire coma la rappresentazione ridotta, approssimata e simbolica di una zona più o meno vasta della superficie terrestre. La rappresentazione cartografica è ridotta, essendo impossibile riprodurre la Terra o parte di essa nelle sue vere dimensioni. Queste dovranno quindi essere rimpicciolite secondo un rapporto di riduzione che coinvolga le lunghezze (e quindi anche le aree) misurate sulla carta e quelle corrispondenti sul terreno: tale rapporto si dice scala.

La rappresentazione cartografica è approssimata, poiché non è possibile sviluppare su un piano una superficie sferica (come quella della Terra) senza che subisca delle deformazioni. I metodi utilizzati per rappresentare in piano la superficie terrestre sono le proiezioni geografiche.

Gli oggetti (rilievi, fiumi, opere umane, ecc…) dovranno essere indicati tramite simboli cartografici, detti segni convenzionali, i quali ci consentono di riconoscere gli elementi rappresentati. Perciò una carta geografica è anche simbolica.

Importante per qualsiasi rappresentazione cartografica è la scala numerica (lineare), cioè il rapporto tra una lunghezza misurata sulla carta e la corrispondente lunghezza sulla superficie terrestre. Tale rapporto è espresso sotto forma di una frazione (1:N) in cui il numeratore rappresenta l’unità e il denominatore N esprime il numero di volte di cui le distanze reali sono ridotte sulla carta. Ad esempio <<scala 1:100000>> (si legge: scala uno a centomila) vuol dire che ad una certa lunghezza misurata sulla carta corrispondono 100000 di tali lunghezze sul terreno; cioè 1 mm sulla carta è uguale a 100000 mm (ossia 100 m) sul terreno, 1 cm sulla carta è uguale a 100000 cm (ossia 1 Km) sul terreno ecc….

Dato che questo rapporto è espresso sotto forma di frazione, la scala di una carta geografica sarà tanto più grande quanto più piccolo è il denominatore, e viceversa.

Oltre alla scala numerica, sulle carte è riportata spesso anche la scala grafica, cioè la rappresentazione grafica del rapporto numerico di riduzione. Si tratta di due segmenti paralleli divisi in tanti tratti uguali, detti unità grafiche, che corrispondono a determinate lunghezze sul terreno.

In base al metodo di costruzione, le carte geografiche possono essere distinte in carte rilevate e carte derivate. Le prime sono costruite e disegnate basandosi su misure e osservazioni dirette eseguite sul terreno (o mediante fotografie aeree o telerilevazione), mentre le seconde si ottengono dalle precedenti tramite semplificazioni e riduzioni (onde il nome di derivate).

Per quanto riguarda le carte rilevate, se si tratta di rappresentare aree molto vaste oggi ci si avvale dell’aerofotogrammetria e dei sistemi di telerilevamento. Questi ultimi producono specifiche immagini della superficie terrestre derivate dall’elaborazione di dati raccolti da satelliti artificiali appositamente preparati. L’impiego dei satelliti consente di realizzare in tempi brevissimi la copertura cartografica di aree molto vaste, anche a grande scala e ha reso superflue molte operazioni di rilevamento geodetico appoggiate a stazioni terrestri. Contemporaneamente allo sviluppo dei sistemi di telerilevamento è proseguito quello della cartografia computerizzata, in grado di soddisfare la necessità di efficienti sistemi informativi relativi al territorio.

Invece, se si tratta di rappresentare arre di modesta vastità, soprattutto carte topografiche e simili, si utilizzano strumenti come tacheometri, teodoliti e geodimetri.

Per la determinazione di punti si utilizzano le relazioni della trigonometria piana, sferica e ellissoidale. Per le determinazioni planimetriche si utilizzano i procedimenti della triangolazione e della poligonazione, misurando angoli e distanze. Le determinazioni altimetriche consistono nella misura dei dislivelli tra punti impiegando metodi di livellazione geometrica o trigonometrica.

 

In base alla scala, si possono distinguere quattro gruppi di carte:

- Piante e mappe, con scala maggiore di 1:10000. Sono carte molto dettagliate, sia per le limitate zone rappresentate, sia per la ricchezza di particolari. Le piante raffigurano la planimetria dei centri urbani; le mappe sono utilizzate per la rappresentazione di proprietà rurali (poderi, zone boscose, pascoli ecc…).

- Carte topografiche, con scala compresa fra 1:10000 e 1:150000. Queste carte sono particolareggiate e rappresentano piccoli territori, dei quali evidenziano sia le fattezze naturali, sia le opere umane. Queste carte vengono rilevate nei vari Paesi e servono per la costruzione delle carte a scala minore.

- Carte corografiche, con scala variabile da 1:150000 a 1:1000000. Esse raffigurano aree abbastanza estese della Terra (anche intere regioni) con un discreto numero di particolari.

- Carte geografiche, propriamente dette, nelle quali la scala è minore di 1:1000000.

Esse rappresentano aree molto estese della superficie terrestre, come uno o più Stati o addirittura un continente.

 

In base al contenuto, si possono dividere in:

- Carte generali, dove sono rappresentate o le sole caratteristiche naturali (carte fisiche), o gli aspetti umani (carte politiche) o entrambi i suddetti elementi (carte fisico-politiche).

- Carte speciali, che sono costruite per uno scopo specifico. Ad esempio carte idrografiche o carte geologiche.

- Carte tematiche, che mettono in risalto particolari aspetti fisici, biologici o antropici.

Ad esempio le carte geomorfologiche rappresentato le forme di rilievo e la loro genesi, le carte climatiche la distribuzione dei climi.

 

 

LA VALLE CERVO

 

La Valle del Cervo, conosciuta anche come Valle di Andorno, è una breve vallata che si insinua per poco più di 20 Km nel versante padano delle Alpi Pennine. Guardando da Biella, ove essa ha termine, ha inizialmente un andamento verso nord, per poi descrivere un’ampia curva verso ovest.

Quella del Cervo è l’unica valle alpina biellese abitata permanentemente stretta ad ovest ed ad est dai grandi complessi vallivi della Valle d’Aosta e della Valsesia. Questa caratteristica rende la parte alta della vallata molto diversa, sia geograficamente che dal punto di vista storico e culturale, da tutto il resto del territorio biellese, anche se rimane profondamente inserita in quel tessuto sociale, soprattutto per la vicinanza e per la dipendenza economico - sociale con Biella.

È chiusa in alto da un arco di montagne con altezza media di 2500 m s.l.m. (Monte Cresto 2545, Punta Tre Vescovi 2501, Cima di Bo 2556 ) e tra queste cime si aprono i passi che hanno accesso pedonale alle vallate confinanti (Colle della Vecchia, Mologna e Croso ). Aspra e severa nella sua parte superiore, l’alta valle del Cervo conserva tracce evidenti del modellamento glaciale, specie nei circhi della testata. E’ questo il territorio de “La Bürsch”, cioè la casa o tana dell’antica parlata locale, toponimo adottato dai 5 comuni della Comunità Montana Alta Valle del Cervo: Piedicavallo, Rosazza, Campiglia, San Paolo e Quittengo. Tra le Comunità Montane piemontesi è la più piccola per superficie e popolazione.

Scendendo, la valle si apre verso la pianura all’altezza della frazione Passobreve di Sagliano. Un primo gradino, sulla sinistra orografica ospita i contigui paesi di Sagliano Micca e di Andorno che formano l’agglomerato urbano più importante della valle; molto vicini ad esso sono i paesi di Miagliano e di Tavigliano: il primo in basso, sulla destra orografica del torrente Cervo mentre il secondo in alto, verso levante. Più a valle troviamo Tollegno, importante centro industriale ormai alle porte di Biella.

Questi comuni fanno parte della Comunità Montana Bassa Valle Cervo che comprende anche la vallata del torrente Oropa. Questo territorio, che è praticamente la zona montana del Comune di Biella, è limitato in alto dai monti Mucrone, Rosso, Camino e Tovo che fanno da corona al Santuario di Oropa. Scende poi verso valle con a destra i paesi di Favaro e Cossila S. Giovanni (frazioni di Biella), mentre a sinistra troviamo il comune di Pralungo. L’Oropa entra nel torrente Cervo poco a monte di Biella, delimitando in quel punto il confine inferiore della Comunità.

Fanno anche parte della Comunità stessa i comuni di Zumaglia, Ronco e Ternengo situati ad est in una felice posizione, sugli ampi terrazzi orientati a mezzogiorno e aperti verso la pianura.

 

 

LA VALLE OROPA

Commento della carta geologica ed ecologica della Valle Oropa

 

La Valle Oropa è caratterizzata dall’omonimo torrente che la influenza per quanto riguarda la sua geologia ed è molto importante per la vita animale e vegetale.

Come si può notare dalla cartina, lungo il torrente Oropa, sono presenti numerosi residui di tipo alluvionale che si sono depositati nell’era quaternaria.

Nella parte Sud - Est della Valle Oropa, vi è una forte presenza di rocce magmatiche come ad esempio filoni andesitici e trachiandesiti.

Risalendo la vallata, in corrispondenza della faglia vi è la presenza di dioriti, migmatiti e serpentiniti; più in alto verso destra notiamo filoni quarzitici e sulla sinistra di monzoniti di plutone della Valle Cervo.

Nella parte finale risalendo verso la sorgente prevalgono i micascisti eclogitici.

 

Seguendo lo stesso percorso di risalita del torrente, trattiamo ora la parte botanica e faunistica.

A Sud - Est, nella bassa valle, si può notare la presenza delle tipiche piante dell’orizzonte submontano: boschi di castagni, betulle, frassini, noccioli e aceri, alternati a praterie di Arrhenatherum Elatius. In questa fascia, lungo il corso del torrente, la vegetazione riparia è costituita da ontani neri e salici.

In questo ambiente la fauna è caratterizzata dalla presenza di scoiattoli, ghiri, donnole, fringuelli, merli, picchi, lepri, volpi e passeracei vari.

Salendo d’altitudine il faggio è la pianta predominante del paesaggio e proseguendo verso la sorgente il larice del cembro si alternano al faggio.

Sempre in questa zona vi sono presenti ancora praterie e pascoli e boschi di abeti bianchi e rossi.

Qui l’ambiente diventa adatto per merli acquaioli, ballerine gialle, toporagni, merli dal collare ed ermellini.

Nei pressi della sorgente, dove le altitudini sono nettamente maggiori, predominano gli arbusteti alpini, praterie alpine e pareti rocciose, l’ambiente tipico per fagiani di monte, lepri alpine, marmotte, coturnici, pernici bianche, picchi muraioli, rondini montane, gheppi, gracchi e corvi imperiali.

Da ricordare inoltre la presenza di trote mormorate e di trote fario in tutti i corsi e specchi d’acqua della vallata.

 

 

Commento della carta idrografica della Valle Oropa

 

La cartina evidenzia la fitta presenza di corsi d’acqua nella vallata.

Il torrente principale, come più volte citato, è il torrente Oropa cui si aggiungono i numerosissimi affluenti provenienti dalle vallate laterali.

Come abbiamo avuto già modo di notare nella cartina geologica, la morfologia del terreno ha favorito la formazioni di laghi di piccole dimensioni, alcuni di questi di natura glaciale, dai quali si originano altrettanti piccoli ruscelli.

Questi sono: il Lago della Ceva, il lago della Mora, il lago delle Bose, il lago del Camino, il lago del Rosso ed infine il più importante il Lago del Mucrone da cui nasce appunto il torrente Oropa.

 

 

Commento della carta climatica della Valle Oropa

 

La vallata è caratterizzata da un clima decisamente rigido durante la stagione invernale, e fresco durante quella estiva.

Le precipitazioni sia piovose che nevose sono abbondanti, con una maggiore concentrazione nei mesi tra Giugno e Settembre.

Le temperature medie annuali sono basse rispetto alla media e variano tra gli 11°C nella bassa valle rasenti lo zero nella parte più a nord.

Ciò è dovuto sia all’elevata altitudine sia al fatto che le ore annue di insolazione reali sono molto scarse a causa dell’inclinazione dei pendii, anche se si può notare che la situazione varia da zona a zona.

Da non dimenticare infine la presenza di venti notturni freddi che soffiano verso valle da Nord - Ovest a Sud - Est.

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Ø    “La Terra nello spazio e nel tempo” di Elvidio Lupia Palmieri e di Maurizio Parotto edizioni Zanichelli.

Ø    Enciclopedia De Agostini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sezione Biologica

 

 

 

 

Componenti gruppo: Canazza Andrea, Fenaroli Gerolamo, Persico Valentina.

 

 

 

Indice:

 

- Le acque stagnanti  pag.41

- Il lago  pag.44

·        Origine dei laghi  pag.44

·        Le stagioni dei laghi  pag.44

·        L’eutrofizzazione  pag.45

·        I pesci  pag.46

·        Il clima  pag.47

- La Valle Cervo  pag.47

·        Note geografiche  pag.47

- La Valle Oropa  pag.49

·        Idrografia e clima  pag.49

- La fauna  pag.51

·        Boschi e prati submontani e montani  pag.52

·        Torrenti e laghetti montani  pag.54

·        Arbusteto subalpino  pag.54

·        Pascoli e macereti  pag.55

·        Invertebrati  pag.56

- La flora  pag.59

·        Crittogame  pag.59

·        Fanerogame  pag.60

·        Provenienza delle specie  pag.60

·        La vegetazione  pag.61

·        Caratteristiche generali  pag.62

·        Vegetazione reale e potenziale  pag.63

·        Inquadramento fitogeografico  pag.64

- Schede naturalistiche  pag.65

- Bibliografia  pag.139

- Ringraziamenti  pag.139

 

LE ACQUE STAGNANTI

 

A seconda delle dimensioni e dell’origine gli ambienti ad acque stagnanti possono essere classificati in: laghi (specchi d’acqua di maggiori dimensioni con profondità non inferiore a 35 metri), stagni (la vegetazione acquatica è molto abbondante soprattutto presso le rive con ampie zone con profondità intorno ad almeno 2 metri), paludi (la vegetazione ingombra tutta la superficie e la profondità massima raramente supera il metro), acquitrini (con acque ancora più basse, si tratta di ambienti che si prosciugano più di una volta l’anno) e torbiere (estensioni che sono molto spesso ciò che rimane dei naturali processi di riempimento di laghi e stagni; si tratta di terreni non più occupati dall’acqua anche se da quest’ultima impregnati per tutto l’anno). Le zone umide ad acque stagnanti sono definibili come “raccolte d’acqua non turbate da correnti unidirezionali”.

 

 

IL LAGO

 

ORIGINE DEI LAGHI

 

I laghi sono depressioni continentali colme d’acqua, più o meno profonde. Escludendo i laghi artificiali, quelli naturali possono avere origini assai diverse. Si pensi ai laghi vulcanici (Bracciano, Nemi, Albano, Bolsena) dall’aspetto tipicamente sub - circolare perché occupano il fondo di crateri di vulcani spenti. Masse di materiale, in seguito a frane, possono sbarrare un corso d’acqua formando una sorta di diga naturale che dà origine ai bacini. I laghi più grandi e più noti sono, senza dubbio, quelli sub - alpini (Maggiore, Orta).

Durante l’era Quaternaria, più o meno l’ultimo milione di anni della storia della Terra, vi furono notevoli cambiamenti climatici. In particolare, facendo riferimento alle regioni italiane, vi furono quattro periodi freddi (le glaciazioni), intercalati ad altri decisamente più caldi (interglaciali). La prima glaciazione cominciò circa un milione e duecentomila anni fa e l’ultima terminò diecimila anni prima di Cristo. Attualmente stiamo vivendo in un periodo post - glaciale che segue l’ultima glaciazione. Nel periodo interglaciale le grandi masse di ghiaccio dei poli erano assai ridotte e di conseguenza il livello marino era assai più alto, tanto che la pianura padana era parzialmente invasa dall’Adriatico. Nei periodi glaciali invece le basse temperature facevano sì che le grandi masse di ghiaccio ai poli si estendessero invadendo buon parte del continente nord - europeo e nord - americano. Il livello marino di conseguenza era più basso. Le Alpi erano ricoperte da grandi masse di ghiaccio  che scendevano lentamente fino ad invadere la pianura, scavando il fondo e i fianchi delle valli e trascinando grandi quantità di materiali detritici. Dopo lo scioglimento dei ghiacciai tali vallate risultarono talmente sovraescavate da presentarsi come vere e proprie depressioni, mentre a valle i detriti costituirono degli sbarramenti (cerchie moreniche) a forma di anfiteatri, dando origine ai laghi subalpini, alcuni dei quali così profondi da costituire delle “criptodepressioni”.

Oggi in alta montagna vi sono numerosi piccoli laghi di circo, veri e propri gioielli dalle limpidissime acque incastonati tra le pendici più aspre. In conclusione si può affermare che gran parte del paesaggio delle regioni settentrionali è stato modellato dall’acqua nella sua fase solida (i ghiacciai quaternari).

 

 

LE STAGIONI DEI LAGHI

 

Il lago, per quanto riguarda la produzione vegetale, viene suddiviso in una zona superiore trofogenica, corrispondente alla zona fotica (cioè fin dove arriva la luce sufficiente per il processo di fotosintesi) nella quale avvengono i processi produttivi e una zona inferiore, trofolitica, corrispondente alla zona afotica in cui prevalgono i fenomeni di decomposizione del materiale organico prodotto nel lago e proveniente dal bacino imbrifero.

Oltre agli effetti sulla produzione algale, l’energia solare provoca un fenomeno di particolare importanza per la biologia del lago: la cosiddetta stratificazione termica, misurando la temperatura dell’acqua a varie profondità durante il periodo estivo, si può in modo chiaro individuare questo fenomeno. La massa d’acqua, nei mesi estivi, non ha infatti valori di temperatura omogenei, ma si presenta stratificata in una zona superiore calda (epilimnio) ed in una zona più fredda (ipolimnio) separate da una zona di transizione (metalimnio) in cui si ha un brusco abbassamento dei valori termici. Dato che l’acqua a seconda della temperatura varia la propria densità, l’epilimnio, meno denso, tende nettamente a galleggiare sugli strati sottostanti. Viene così ostacolato il rimescolamento dell’intera massa d’acqua: di conseguenza nell’ipolimnio non può avvenire la graduale sostituzione dell’ossigeno consumato nei processi metabolici dell’idrofauna di profondità e degli organismi decompositori. Al sopraggiungere dell’autunno lo strato superficiale, non più riscaldato dai raggi solari, cede progressivamente calore all’ambiente esterno, fino a raggiungere una temperatura simile a quella degli strati sottostanti. L’acqua diventa più pesante, scende verso il fondo fino a che, in tempi più o meno lunghi a seconda della profondità del lago, tutta la massa d’acqua assume la stessa temperatura, generalmente 10°C e mai inferiore a 4°C. L’omeotermia così raggiunta e la conseguente circolazione verticale rendono possibile il trasferimento all’ipolimnio dell’ossigeno molto abbondante nell’epilimnio; in altri termini le acque profonde del lago ricevono una “boccata d’ossigeno” essenziale al mantenimento dei processi vitali. In inverno le acque superficiali si raffreddano ulteriormente raggiungendo temperatura di 4°C diventando così più leggera; si creano quindi le condizioni di una nuova stratificazione che, pur non essendo pronunciata come quella estiva, si evidenzia come uno straterello superficiale di acqua con temperatura fra zero e 4°C che “galleggia” su una massa con temperatura pari o leggermente superiore a 4°C. Se il freddo invernale è intenso in superficie si può formare inoltre uno strato di ghiaccio che, comportandosi come isolante, riduce notevolmente la cessione di energia termica dall’acqua all’aria impedendo quindi l’ulteriore raffreddamento del lago. Al termine della stagione invernale, il maggior apporto di energia solare determina il riscaldamento dell’epilimnnio la cui temperatura sale fino a valori simili a quelli delle acque sottostanti. Si ha così un secondo periodo di omeotermia che precede la nuova stratificazione estiva.

 

 

L’EUTROFIZZAZIONE

 

Consideriamo un ipotetico lago, relativamente profondo e poco produttivo: le acque sono trasparenti e la luce solare può superare i trenta metri di profondità. L’ipolimnio estivo è assai vasto rispetto al volume totale. Le concentrazioni dei nutrienti (principalmente sali dell’azoto e del fosforo) sono modeste; di conseguenza la produzione di materia organica nella stagione calda (ad opera soprattutto del plancton vegetale) non è eccessiva e la quantità di ossigeno necessaria per la sua successiva decomposizione è notevolmente inferiore a quella totale presente nelle acque profonde: si è ben lontani del rischio di un deficit di ossigeno ipolimnico.

Il pesce non è abbondante, ma pregiato (Salmonidi e Coregonidi). Un lago di questo genere è, molto probabilmente, “giovane” come genesi e per il fatto di essere così poco produttivo e così povero di vita vegetale e animale, viene indicato come “oligotrofico”. Con il passare del tempo (decenni secoli o millenni) le acque incanalate o di ruscellamento portano al nostro ipotetico lago sali nutritizi asportati dai terreni circostanti. In occasione di piene, gli immissari trasportano argilla e limo che sedimentano sui fondali. Le foglie portate dal vento, gli insetti catturati dai pesci, gli escrementi degli uccelli acquatici contribuiscono all’ingresso di nuova materia nel lago. Quando il nuovo materiale giunge al letto di un fiume viene immediatamente rimosso e trascinato a valle se la velocità dell’acqua è sufficiente al trasporto; oppure si deposita, ma solo provvisoriamente perché in occasione della prima piena tale materiale viene comunque portato via. Diversa è la situazione dei laghi; le acque non vengono ricambiate facilmente e rapidamente come nei fiumi: nella migliore delle ipotesi i tempi teorici necessari al ricambio totale possono essere anche di alcuni anni, ma la realtà è ben diversa. Nel Lago Maggiore per esempio in 25 anni si rinnova soltanto l’80% del volume d’acqua. La conseguenza  è che praticamente tutto ciò che arriva al lago ne diventa parte sedimentando o entrando nei cicli biologici. Dunque, con il passare del tempo, il nostro ipotetico lago diventa meno profondo per il processo di sedimentazione e più produttivo per l’apporto di nutrienti dai territori circostanti. La vita è più abbondante, maggiore è la produzione del plancton nella stagione favorevole. Il materiale organico prodotto costituisce a questo punto una massa notevole, ma l’ossigeno ipolimnico è ancora sufficiente per la sua totale decomposizione, senza che si verifichino situazioni di deficit. Le acque soprattutto in estate per la presenza di maggiori quantità di plancton sono meno trasparenti anche se presso le rive è ancora possibile scorgere il fondo anche oltre i due metri di profondità. La produzione di pesci è buona (oltre ai Salmonidi si trovano Ciprinidi, quali le scardole, i cavedani, le carpe…).

Un lago di questo tipo viene considerato “maturo” in termini di età e per la maggior produttività viene indicato con il termine “mesotrofico”.

L’evoluzione dell’ecosistema lacustre non si ferma qui perché con il passare del tempo, dai territori circostanti arriva altro materiale, che tende a ridurre sempre di più la profondità del lago ed ad aumentarne la produttività (per il continuo apporto di nutrienti). In queste condizioni, sia per il diminuito volume dell’ipolimnio, sia per l’eccessiva mole di sostanza organica prodotta nella stagione calda (che richiede troppo ossigeno per essere consumata integralmente), cominciano ad instaurarsi situazioni di deficit di ossigeno ipolimnico. Il quadro generale è quello di un lago molto produttivo dal punto di vista biologico (abbondante la fauna ittica, ma costituita quasi esclusivamente dai Ciprinidi meno esigenti), con grande sviluppo del plancton e dei vegetali superiori e con proliferazione del canneto lungo le rive. Vi è assenza di ossigeno presso i fondali in estate e i sedimenti sono fetidi perché formatisi in ambiente anossico, ricco di ammoniaca e di acido solfidrico. Un lago di questo tipo è detto “vecchio” e viene indicato con il termine “eutrofico”. Oligotrofia, Mesotrofia, Eutrofia sono gli stadi attraverso i quali un lago deve passare durante il corso della sua evoluzione, dalle sue condizioni giovanili a quelle di vecchiaia. Si assiste cioè a un graduale processo di eutrofizzazione naturale durante la maturazione del lago che porta alla sua estinzione, trasformandolo in uno stagno e poi in una palude; questa può definitivamente colmarsi dando origine a una prateria umida. Il processo, che inizia dalla formazione del lago e che si conclude con la palude e la prateria, si attua in natura in tempi lunghissimi: secoli, millenni o decine di migliaia di anni, a seconda del tipo morfologico del bacino lacustre.

 

 

I PESCI

 

I pesci possono essere considerati particolarmente adatti per caratterizzare la varietà di ambienti acquatici lacustri. Le acque fredde e povere di nutrienti non riescono a sostenere una buona produttività biologica: la trota fario è la specie ittica più rappresentativa, quasi sempre l’unica. Spesso compare lo scozzone, un piccolo pesce bentonico preda della fario. La fario diminuisce, in modo direttamente proporzionale alla temperatura, come consistenza numerica per lasciare posto alla trota marmorata. Compare di conseguenza il temolo ed è presente pure la sanguinerola. Quest’ultimo è uno dei pochi Ciprinidi che prediligono le acque fresche insieme con il vairone, il barbo canino e la lasca.

 

 

 

IL CLIMA

 

Il clima è certamente una delle variabili tra quelle che condizionano la natura delle nostre regioni. La temperatura media annua diminuisce di circa un grado ogni duecento metri in più di quota. Il clima dunque si fa via via  più rigido salendo dalla pianura verso la montagna e una delle conseguenze più evidenti è il rapido cambiamento dei tipi di vegetazione.

Si passa infatti dai boschi di latifoglie (dominati dalla quercia, quindi dal castagno, dal faggio e, a quote maggiori, dalla betulla) a quelli di conifere (pini e abeti) dove il larice segna spesso il confine con gli arbusti e le praterie, subito sotto le cime delle nevi perenni. La variazione del clima con l’altitudine soprattutto in una regione come il Piemonte, hanno una grande importanza nel determinare le caratteristiche ambientali dei corsi d’acqua. Intorno ai 2700 - 2800 metri le temperature medie mensili sono inferiore ai 0°C per almeno metà dell’anno con precipitazioni principalmente nevose e con accumulo di neve al suolo. All’aumentare dell’altitudine si giungerà quindi a una linea ideale al di sopra della quale la neve caduta durante il periodo più freddo dell’anno non viene interamente disciolta, questa linea prende il nome di “limite climatico delle nevi persistenti ”che sulle alpi italiane è pari a 3000 m circa. Al di sopra del limite delle nevi persistenti vi sono le condizioni per un continuo accumulo di neve al suolo anno dopo anno.

L’aumento di spessore comporta chiaramente un aumento del peso della massa nevosa e la sua conseguente trasformazione in ghiaccio e discesa verso il basso. Questo è il meccanismo di formazione del ghiacciaio. In Piemonte la disponibilità delle risorse idriche è largamente condizionata dal contributo d’acqua proveniente dallo scioglimento delle masse di ghiaccio e di neve in alta montagna. La vita vegetale ed animale non è mai abbondante. Intorno a 1800 m di altitudine l’ambiente è ancora caratterizzato da un clima molto rigido e la temperatura delle acque è ancora molto bassa anche in estate; sono più frequenti gli alberi d’alto fusto, ma si tratta ancora prevalentemente di conifere adattate ai climi freddi (larici, pini cembri) costituenti boschi radi. La quota 1600 m è il limite climatico dello zero termico medio del trimestre invernale. Il regime pertanto è ancora spiccatamente nivoglaciale. Più avanti il clima si fa meno rigido e la temperatura delle acque in estate può raggiungere e talora superare i 10°C; è caratterizzante la presenza di fitti boschi più ricchi di vita vegetale ed animale, dove insieme al larice domina l’abete, mentre poco più a valle oltre ai pini silvestri nei versanti più esposti sono sempre più estese le faggete. Per quasi tutto l’anno le precipitazioni al di sotto di questa quota alimentano quasi immediatamente le portate dei corsi d’acqua: sul regime idrologico inizia a farsi sentire l’influenza del regime pluviometrico.

 

 

 

LA VALLE CERVO

Note geografiche

 

La valle del Cervo, conosciuta anche come valle di Andorno, è una breve vallata che si insinua per poco più di 20 Km nel versante padano delle Alpi Pennine. Guardando da Biella, ove essa ha termine, ha inizialmente un andamento verso nord, per poi descrivere un’ampia curva verso ovest.
Quella del Cervo è l’unica valle alpina biellese abitata permanentemente, stretta ad ovest ed a est dai grandi complessi vallivi della Valle d’Aosta e della Valsesia. Questa caratteristica rende la parte alta della vallata molto diversa, sia geograficamente che dal punto di vista storico e culturale, da tutto il resto del territorio biellese, anche se rimane profondamente inserita in quel tessuto sociale, soprattutto per la vicinanza e per la dipendenza economico - sociale con Biella.

La Valle è chiusa in alto da un arco di montagne con altezza media di 2500 m s.l.m. (Monte Cresto 2545, Punta Tre Vescovi 2501, Cima di Bo 2556) e tra queste cime si aprono i passi che hanno accesso pedonale alle vallate confinanti (Colle della Vecchia, Mologna e Croso).

Aspra e severa nella sua parte superiore, l’alta valle del Cervo conserva tracce evidenti del modellamento glaciale, specie nei circhi della testata. E’ questo il territorio de “La Bürsch”, cioè la casa o tana dell’antica parlata locale, toponimo adottato dai cinque comuni della Comunità Montana Alta Valle Cervo: Piedicavallo, Rosazza, Campiglia, San Paolo e Quittengo. Tra le Comunità Montane piemontesi è la più piccola per superficie e popolazione.

Scendendo, la valle si apre verso la pianura all’altezza della frazione Passobreve di Sagliano. Un primo gradino, sulla sinistra orografica, ospita i contigui paesi di Sagliano Micca e di Andorno che formano l’agglomerato urbano più importante della valle; molto vicini ad esso sono i paesi di Miagliano e di Tavigliano: il primo in basso, sulla destra orografica del Torrente Cervo, il secondo in alto, verso levante. Più a valle troviamo Tollegno, importante centro industriale ormai alle porte di Biella. Questi comuni fanno parte della Comunità Montana Bassa Valle Cervo che comprende anche la vallata del Torrente Oropa. Questo territorio, che è praticamente la zona montana del Comune di Biella, è limitato in alto dai monti Mucrone, Rosso, Camino e Tovo che fanno da corona al Santuario di Oropa. Scendendo poi verso valle troviamo a destra i paesi di Favaro e Cossila S. Giovanni (frazioni di Biella), mentre a sinistra troviamo il comune di Pralungo. L’Oropa entra nel Torrente Cervo poco a monte di Biella, delimitando in quel punto il confine inferiore della Comunità.
Fanno anche parte della Comunità stessa i comuni di Zumaglia, Ronco e Ternengo situati ad est in una felice posizione, sugli ampi terrazzi orientati a mezzogiorno e aperti verso la pianura.

Il meridiano medio si trova a 4°30’ di longitudine ovest da Roma ed il parallelo medio a 45°40’ di latitudine nord. La quota altimetrica minima sul livello medio marino è di 633 metri.

Per quanto riguarda l’aspetto fisico l’Alta Valle Cervo si presenta, agli occhi del visitatore, orlata da montagne imponenti, anche se non altissime, frastagliate e pietrose nella parte alta, cosparse di folta vegetazione nella parte bassa.

Tale vegetazione arborea si compone di faggi, frassini e betulle, con aspetto assai vario e pittoresco per il susseguirsi dei valloni e delle strettoie, di terse luci e fitte ombre, per lo scintillare delle acque spumeggianti dai numerosi ripidi ruscelli.

La strettezza della valle e la direzione del suo asse da nord - ovest a sud - est aggiungono, in estate, una nota di frescura e di ombra, quale non si registra, a parità di altitudine, che raramente in altre regioni.

Naturalmente ha lo svantaggio di essere poco soleggiata d’inverno, senza però registrare temperature troppo rigide, ma mantenendo costante un clima temperato.

Il regime pluviometrico è comune alla zona dell’alto Biellese: mentre, in genere, si hanno inverni secchi con cielo terso, si verificano piogge abbondanti specialmente in primavera e all’inizio dell’autunno, piogge che favoriscono lo sviluppo della vegetazione.

L’intero bacino acqueo della valle viene assorbito dal Torrente Cervo per mezzo dei suoi numerosissimi affluenti ai due lati.

Il Cervo ha un regime di magra minimo, ma nei periodi delle piogge assume un volume d’acqua copiosissimo ed un’impetuosità straordinaria.

La maggiore estensione di terreno è ricoperta da boschi, mentre la zona prativa è ridotta a piccole strisce fiancheggianti il torrente nelle sole conche più larghe o alla confluenza dei ruscelli.

I pascoli sono abbastanza estesi nell’alta montagna, mentre nella parte più bassa sono stati invasi dalla boscaglia a causa dell’abbandono e della diminuzione dell’allevamento del bestiame.

I campi si limitano ai soli orti nelle vicinanze degli spazi abitati ed a quelli artificialmente creati, per mancanza di spazio, sui pendii dei monti, sostenuti da muri a secco, della larghezza media di quattro o cinque metri ciascuno.

La flora è simile a quella oropense, ma più popolata di piante, in particolare a sud del colle della Vecchia e del Conetta.

A definire i caratteri della flora locale concorrono due caratteristiche geografiche della Valle Cervo: l’assoluta predominanza dei terreni silicei e la frequenza e l’abbondanza delle precipitazioni dovute alla brevità della valle, largamente aperta verso la Pianura Padana nel suo punto più umido (le risaie).

La flora dell’Alta Valle Cervo è dunque una flora silicica ed è inoltre una flora di regione a frequenti precipitazioni, alternate tuttavia da periodi secchi e luminosi.

Sarebbe errato pensare che la valle del Cervo presenti una fisionomia vegetale uniforme: come in tutte le montagne si succedono anche qui, via via che ci si innalza, varie zone di vegetazione gradatamente diverse le une dalle altre, e corrispondenti alle varie zone di vegetazione in cui si divide l’Europa dal sud al nord.

 

 

LA VALLE OROPA

Idrografia e clima

 

Il sistema idrografico della Valle Oropa è costituito da numerosi e modesti ruscelli che alimentano, quasi sempre direttamente, l’unico importante corso d’acqua denominato Torrente Oropa. Tale corso d’acqua principale ha un’origine precisa nascendo dal Lago del Mucrone (1898 m) che si trova in una conca tra le vette del Monte Mucrone e del Monte Rosso; nel suo primo tratto il Torrente Oropa divalla rapidamente in un modesto alveo interrotto da piccole cascatelle fino al’Alpe Pissa dove, dopo la confluenza con il Rio Trotta, prosegue con un alveo sempre più ampio. Lambisce il lato orientale del Santuario di Oropa con un percorso in parte deviato artificialmente, poi scende incassato e a tratti nascosto, fino alla località valle di Pralungo, dove diminuisce la sua pendenza. Qui ha inizio il suo corso inferiore, sempre inciso nella roccia e caratterizzato dalla presenza di diverse opere di presa che servono rogge sviluppantesi su ambedue i versanti della valle. Il corso termina nella confluenza con il Torrente Cervo poco a valle del ponte del Bardone alla quota di trecentonovanta metri e dopo un percorso di circa 13 km sviluppantesi per un dislivello di 1500 m. La pendenza media molto elevata (110 - 115 per mille) influisce notevolmente sul regime accentuandone le caratteristiche torrentizie. Quando nell’alta valle si verificano precipitazioni temporalesche, il Torrente Oropa si ingrossa rapidamente smaltendo in poche ore notevoli volumi di acqua, raramente però tali furiose piene danno luogo ad alluvionamenti, essendo l’alveo prevalentemente incassato. Attualmente il Torrente Oropa svolge un’intensa attività erosiva lungo buona parte del suo percorso e anche l’ultimo tratto prima della confluenza nel Torrente Cervo è inciso nella roccia; solamente nella parte centrale della valle, l’alveo scorre entro alluvioni grossolane recenti. Tutti gli affluenti del Torrente Oropa sono ruscelli con portate di magra insignificanti; nella maggior parte essi confluiscono direttamente nell’asta principale superando con brevi percorsi forti dislivelli (ad esempio il Rio Furia ha una pendenza attorno al 400 - 450 per mille). Gli affluenti presenti sul fianco destro orografico sono i rii Limbo, Bose, Canal Secco col tributario Mora, Cavalle, Fenereccio, Pissone, Ferraris, Furia (alimentata dai riali Signora, Scaglia, Pozzo), Frera, Freddo, Riale e Varola.

Sul fianco sinistro sono invece presenti i rii Rosso, Camino, Trotta, Scudo, Gias Comune, Orone (che con l’affluente Inferno ha un bacino di dominio di quasi 3 km delimitato dal Monte Tovo, dalla cima Tressone e dal Monte Becco), Campo, Cimone, Grande, Moscarola, Neggia, Burrone, Bija, Moje, Cherpo, Cino (maggiore affluente del Torrente Oropa avendo un bacino di circa 3 km e sviluppantesi sulle pendici meridionali del Monte Cucco; suo tributario è il rio Affità) e Scalop.

Nell’alta valle, oltre ad alcuni modestissimi laghetti (Rosso, Camino, Bose, Mora, Ceva), è presente il Lago del Mucrone (quota 1898 m, superficie 19000 mq), caratteristico lago di circo originato dall’esarazione glaciale, alimentato principalmente dalla fusione delle nevi, da cui si origina il Torrente Oropa.

 

Una sintesi climatica della Valle Oropa, per quanto si disponga di numerosi dati, non è facile, a causa delle variazioni che i fattori orografici (in particolare altitudine ed esposizione) impongono, pur sul ristretto territorio, agli elementi del clima.

Un tentativo di sintesi climatica, relativo alla sola stazione di Oropa, è stato effettuato dal Balzerani (1955). Scriveva questo Autore che il clima di Oropa è “freddo d’inverno ma non freddo intenso come nella pianura padana, e temperato d’estate. Umidità relativa che non sorpassa i limiti del giusto. Trovandosi Oropa in un regime sublitoraneo, ha due massimi di pioggia: in primavera ed in autunno con piogge cicloniche per le pressioni basse e piogge di rilievo per le zone montane. Periodo nevoso da ottobre a maggio, con una punta massima in marzo. Temporali veri e propri se ne registrano pochissimi, perché difesa da monti più alti intorno. Grandinate ancor meno ed esclusivamente da aprile ad ottobre. Venti dominanti di levante e di ponente, ma poco forti”.

Anche altri Autori, quali il Rizzi (1930), il Palladinelli (1940) ed il Renier (1948) hanno studiato le caratteristiche degli elementi climatici della zona, traendo però conclusioni relative ai singoli elementi e non una sintesi completa.

Recentemente Perino (1977) ha effettuato un tentativo di sintesi relativo all’intera valle:

“Il clima della Valle Oropa, geograficamente appartenente alla zona temperata di transizione, è notevolmente influenzato dalle caratteristiche orografiche vallive, cosicchè più che di clima si ritiene di dover parlare di mesoclima, e precisamente di clima azonale di montagna (secondo Peguy, 1970).

La radiazione globale ad Oropa assume valori massimi in luglio e minimi in dicembre, ed è inferiore a quella di altre località situate alla stessa altitudine, in quanto l’effetto conca assume un ruolo notevole sia come influenza del contorno apparente che come immagazzinamento delle nubi. Analoghe considerazioni possono ritenersi valide anche per l’eliofania, che ad Oropa è fra le più basse della zona alpina, mentre allo sbocco della valle è discreta.

La temperatura è influenzata in modo preponderante dall’altitudine; la temperatura media, sia mensile che annua, decresce infatti con l’aumentare della quota, e la curva termica, che allo sbocco della Valle è positiva per tutto l’anno, sul Monte Camino è positiva solo per sei mesi.

Se si tiene conto, oltre che dei valori medi, anche di quelli estremi, si deduce che il regime termico nella bassa e media valle è caratterizzato da inverni miti e da estati temperate, compatibilmente all’altitudine, anche se nelle zone più incassate si verificano fenomeni di inversione termica. Alle alte quote invece l’inverno assume caratteristiche di rigidità tipiche delle zone alpine.

Le massime e le minime non sono generalmente eccessive; l’escursione termica annua decresce con l’altitudine, al contrario di quella diurna, fatta eccezione per quest’ultima, della stazione di Oropa, dove assume determinante rilievo l’effetto conca.

La frequenza dei giorni senza gelo è inversamente proporzionale all’altitudine, al contrario della frequenza dei giorni con gelo e con ghiaccio.

Secondo la classificazione termica proposta dall’Eredia (1942) per l’Italia, Biella può essere inquadrata nel clima freddo di collina, Oropa nel clima freddo di montagna, il Lago del Mucrone nel clima rigido subalpino ed il Monte Camino nel clima rigido alpino.

La tensione del vapore, ad Oropa, non esula i limiti del giusto mentre l’umidità relativa è minore a Biella rispetto a Oropa e la spiegazione è da ricercarsi nell’effetto conca. Anche se elevata, l’umidità relativa, non è però eccezionale e i mesi più umidi sono quelli autunnali.

Le precipitazioni sono sempre abbondanti (fra le più elevate delle alpi occidentali) e la causa è da ricercare nella particolare conformazione orografica della valle che, insaccando le masse d’aria umida provenienti dalla pianura, le costringe a risalire lungo i versanti dove, a causa della minor temperatura, si condensano dando origine ad abbondanti precipitazioni.

Le precipitazioni annue sono mediamente superiori a 1300 mm in tutta la valle ed aumentano con l’altitudine fino a m 1200 circa - con massimo ad Oropa (poco meno di 2000 mm) - per poi decrescere, dapprima insensibilmente e poi notevolmente (oltre i 2000 m) mano a mano che ci si innalza verso le vette.

Il regime delle precipitazioni e di tipo equinoziale, con massimo principale in primavera e secondario in autunno, e minimo principale invernale e secondario estivo. La maggior durata e profondità del minimo invernale rispetto a quello estivo ascrive il tipo più al regime subcontinentale che a quello submediterraneo.

Il regime pluviometrico della Valle Oropa si inquadra nel regime “sublitoraneo padano di tipo II” di Eredia (1908), nella “varietà piemontese del regime prealpino” di Mori (1957) e nel “tipo con predominanza di primavera” di Mennella (1967).

I giorni piovosi si verificano con maggior frequenza in primavera per poi decrescere gradatamente, eccetto che nell’alta valle dove si verifica un andamento simile a quello delle precipitazioni.

L’intensità delle precipitazioni è ragguardevole, in particolare nei mesi primaverili ed autunnali e rovesci di pioggia di notevole intensità sono abbastanza frequenti.

La neve costituisce, particolarmente oltre i 1000 m, la quasi totalità delle precipitazioni invernali e, a seconda dell’altitudine, sono nevosi anche alcuni mesi primaverili ed autunnali. L’altezza della neve caduta, la sua frequenza e la permanenza del manto nevoso sul suolo variano proporzionalmente all’altitudine.

Fenomeni grandinigeni e temporaleschi si verificano nella media valle dalla primavera all’autunno con concentrazione estiva e quasi essenzialmente in estate nell’alta valle.

La nebulosità è maggiore ad Oropa rispetto a Biella in quanto il rilievo circostante esercita un azione di immagazzinamento delle nubi.

La pressione atmosferica è inversamente proporzionale all’altitudine e solo eccezionalmente subisce sbalzi notevoli.

La ventosità è limitata con prevalenza delle calme per quanto i venti spirino ad Oropa con una certa costanza, da SE di giorno e da NO di notte”.

 

 

LA FAUNA

 

Le specie animali della Valle Oropa e della Valle Cervo sono all’incirca le stesse che si trovano nel resto delle Alpi e si possono dividere in tre categorie:

-         specie strettamente montane, che vivono preferibilmente a quote elevate;

-         specie elettivamente montante, che si trovano a media altitudine;

-         specie adattabili, così definite perché abitano sia i monti che le pianure.

Le specie considerate montane sono il risultato dell’incontro, a causa di forti sconvolgimenti climatici, tra due faune: meridionale ed artica.

Infatti durante il primo periodo (Pleistocene) dell’Era Quaternaria, avvennero diverse glaciazioni e la fauna artica, spinta dall’estendersi dei ghiacci, precedette o seguì il loro spostamento venendo a contatto con quella locale.

Naturalmente l’incontro tra questi due gruppi faunistici portò ad una lotta selezionatrice determinante per cui alcune specie artiche, meglio adattate a condizioni climatiche severe, soppiantarono quelle locali. Con l’ultima regressione glaciale, avvenuta circa ventimila anni fa, si ebbe il definitivo assestamento faunistico alpino.

Gli animali variabili, come la lepre alpina, il lagopede e l’ermellino, sono sicuramente di origine artica, mentre la marmotta, nonostante gli adattamenti sopravvenuti, svela la provenienza meridionale mediante il letargo.

Oggi l’integrità faunistica originaria non è più riscontrabile nell’intero arco alpino in quanto il disboscamento, ma soprattutto la caccia indiscriminata, hanno provocato l’estinzione di alcune specie.

Secoli addietro, anche nella Valle Oropa e nella Valle Cervo, le specie animali erano sicuramente più numerose ed importanti in quanto annoveravano, ad esclusione dello stambecco, che per motivi climatici pensiamo non sia mai vissuto in esse, grossi mammiferi quali l’orso, il lupo, la lince, il gatto selvatico.

Purtroppo nella Valle Oropa e nella Valle Cervo, a causa della forte pressione turistica su buona parte del suo limitato territorio, alcune specie hanno scarsa consistenza numerica.

Abbiamo suddiviso le valli in sei biòtopi principali, cioè nelle più importanti unità ambientali dove vive una popolazione animale; questo perché pur sussistendo anche per gli animali una certa stratificazione altitudinale questa non è paragonabile a quella dei vegetali, completamente condizionati dal clima e dal suolo, ma è piuttosto una preferenza ambientale.

 

 

BOSCHI E PRATI SUBMONTANI E MONTANI

 

La fauna dei boschi e prati submontani e montani, formata da specie legate molto più all’habitat che non al clima e all’altitudine, è all’incirca quella della vicina pianura che qui ha trovato un ambiente non ancora troppo “valorizzato” dall’uomo. Questo settore, che in Valle Oropa e Valle Cervo occupa circa la metà della superficie, è caratterizzato dal fatto che boschi e prati non sono mai molto estesi, ma intercalati tra di loro come una scacchiera. Perciò gli animali ivi presenti beneficiano delle numerose possibilità vitali offerte da questi due tipi di formazioni: arboree ed erbacee.

La fauna ornitica è rappresentata principalmente da passeriformi di numerose famiglie: i Fringillidi con il fringuello (Fringilla coelebs), il verzellino (Serinus serinus), il cardellino (Carduelis carduelis), il lucherino (Carduelis spinus) ospite autunno - invernale non tutti gli anni presente in egual numero, il verdone (Carduelis chloris), il ciuffolotto (Pyrrhula pyrrhula) dal melanconico canto che abita di preferenza le faggete, il crociere (Loxia curvirostra) dal singolare becco incrociato e dallo splendido color rosso - vermiglio nel maschio, legato ai boschi di Conifere, occasionalmente osservabile nei vecchi rimboscamenti di abete, pino e larice (ad esempio nei pressi della Galleria Rosazza); i Turdidi col merlo (Turdus merula), il pettirosso (Erithacus rubecola), il codirosso (Phoenicurus phoenicurus) che ha preferenza per i luoghi rocciosi e i vecchi muri, e quel cantore meraviglioso che è l’usignolo (Luscinia megarhyncos); i Muscicapidi con la balia nera (Ficedula hypoleuca) e il pigliamosche (Muscicapa striata), i Motacillidi con la ballerina bianca (Motacilla alba); i Trogloditidi con lo scricciolo (Troglodites troglodites) che si incontra sovente anche nell’arbusteto subalpino; i Lanidi con l’averla cenerina (Lanius minor) e l’averla piccola (Lanius collurio); i Corvidi con la bella e rumorosa ghiandaia (Garrulus glandarius) e la cornacchia grigia (Corvus cornix); i Silvidi con la capinera (Sylvia atricapilla), il beccafico (Silvia borin) e la bigiarella (Sylvia curruca); i Regulidi col regolo (Regulus regulus) e il fiorrancino (Regulus ignicapillus).

Essi abitano di preferenza i boschi di Conifere perciò hanno beneficiato del conoferamento di ampie zone della Valle Oropa.

I boschi misti montani al loro limite superiore, e l’arbusteto subalpino sono frequentati dalla passera scopaiola (Prunella modularis) un Prunellide color grigio ardesia e marrone dal comportamento tranquillo, ma schivo.

Tra i Paridi oltre alle conosciute cinciallegra (Parus major) e cincia mora (Parus ater), anni addietro si incontrava numeroso un piccolo uccello dalla lunga coda, il codibugnolo nella sottospecie meridionale (Aegithalos caudatus rosaceus). Purtroppo da diversi anni se ne vedono molto pochi. Il nido di questo uccello merita di essere descritto perché molto bello: oviforme, foderato da licheni all’esterno e di piume all’interno.

Il caratteristico volo ondulato, la voce squillante ed il tambureggiare sono propri della famiglia dei Picidi col picchio verde (Picus viridis) ed i picchi rossi (Dentrocopos major, medius e minor). Questi uccelli, dell’ordine dei Piciformi, oltre che nei boschi, dove nidificano, si incontrano anche nei terreni aperti quando li perlustrano in cerca di formiche.

Durante la buona stagione il cuculo (Cuculus canorus), dell’ordine dei Cuculiformi, famiglia dei Cuculidi, è ancora abbastanza comune e sale, al seguito dei piccoli uccelli, fino agli ultimi alberi sparsi. A dispetto del comportamento parassitario è doveroso riconoscere a questo uccello la sua utilità quale insettivoro mentre purtroppo, a causa dell’insensata e antibiologica caccia primaverile, molti sono uccisi al loro arrivo sulle nostre coste.

Sono presenti anche due specie di Galliformi: il fagiano (Phasianus colchicus) e la starna (Perdix perdix) entrambi della famiglia dei Fasianidi. Mentre la starna è un elemento della fauna europea, il fagiano, anche se perfettamente naturalizzato, è stato anticamente introdotto dall’Asia e precisamente dalla Colchide, regione caucasica corrispondente all’attuale Mingrelia. Ambedue queste specie appartengono alla selvaggina stanziale e si avvantaggiano dei periodici lanci di ripopolamento.

I boschi submontani sono frequentati in primavera - estate da due rappresentanti dell’ordine dei Columbiformi, famiglia dei Colmbudi: il colombaccio (Columba palumbus) grosso colombo con vistoso anello bianco sui lati del collo e una larga fascia pure bianca sulle ali; la tortora (Streptopelia turtur) più piccola del colombaccio e con striature nere sul collo.

L’ordine dei Coraciformi è rappresentato dall’upupa (Upupa epops) della famiglia degli Upupidi, uccello facilmente identificabile grazie al suo bel piumaggio marrone rosato barrato di bianco e nero sulle ali e la coda e per la sua cresta erettile. L’upupa nidifica nelle cavità degli alberi e il suo nome è onomatopeico perché esprime molto bene la caratteristica voce: pupu - puu - uu.

Tra i Mammiferi i più numerosi sono i Roditori con le famiglie degli sciuridi a cui appartiene lo scoiattolo (Sciurus vulgaris); dei Moscardinidi con tre specie: il grazioso moscardino (Muscardinus avellanarius), il ghiro (Glis glis) e il quercino (Elyomis quercinus) che è il più montano dei tre arrivando ben oltre la fascia dei boschi; dei Microtidi con l’arvicola rossiccia (Clethrionomys glareolus nageri) che si trova anche nell’arbusteto subalpino, e i generi Microtus e Pitymis; dei Muridi col topo selvatico (Apodemus sylvaticus).

I boschi e i prati submontani e montani sono pure abitati dalla lepre comune (Lepus europaeus) che appartiene all’ordine dei Lagomorfi. Questo Leporide è considerato selvaggina pregiata perciò la sua maggior o minor abbondanza è legata alla protezione accordatagli e ai lanci di ripopolamento.

Numerosi sono anche gli Insettivori con il riccio (Erinaceus europaeus) degli Erinaceidi; il toporagno comune (Sorex araneus) dei Soricidi; e la talpa (talpa europaea) dei Talpidi. Nei pascoli montani vive una talpa più piccola, da alcuni naturalisti classificata come specie (Talpa caeca) mentre per altri non è che una sottospecie della talpa comune.

In Valle Oropa l’ordine dei Carnivori è rappresentato da due sole famiglie: i Mustelidi con la faina (Martes foina), la donnola (Mustela nivalis), la puzzola (Mustela putorius); e i Canidi con la sola volpe (Vulpes vulpes crugigera). A proposito di questo bistrattato carnivoro bisogna chiarire che le molte colpe addossategli sono frutto dell’esagerazione popolare. Nella realtà la volpe svolge, come tutti i predatori, un’importante azione di controllo e pulizia e quindi l’etichetta di “nocivo” è, nella maggioranza dei casi, interessata.

Per convincersi basterebbe osservare le sue feci o, in volpi abbattute, il contenuto gastrico. Topi e roditori vari e, durante l’estate, molti insetti costituiscono la maggior parte della sua dieta abbondantemente integrata, verso l’autunno, da vari frutti.

Anche i depositi di immondizie sono sue fonti di alimentazione. Certamente i pollai e le conigliere mal custoditi e la selvaggina da allevamento costituiscono un richiamo irresistibile e le volpi, specialmente le femmine coi piccoli da allevare, ne approfittano volentieri.

E’ inoltre importante sottolineare che, al di fuori dello scoiattolo, tutti i mammiferi sopra descritti, o per abitudini innate o a causa delle persecuzioni cui sono fatti oggetto, sono animali prevalentemente crepuscolari perciò difficili da osservare.

I Rettili sono rappresentati dai Sauri con l’orbettino (Anguis fragilis) della famiglia degli Anguidi; la lucertola dei muri (Lacerta muralis), il ramarro (Lacerta viridis) il più grosso sauro nostrano, e la lucertola vivipara (Lacerta vivipara) della famiglia dei Lacertidi. Questa lucertola che è più corretto definire ovovipara, genera piccoli completamente sviluppati e racchiusi in una sottile membrana biancastra che viene poi lacerata dagli stessi. Questa specie supera di molto in altitudine le altre raggiungendo l’Orizzonte alpino.

Agli Ofidi appartengono la coronella austriaca (Coronella austriaca) della famiglia dei Colubridi, così chiamata per il caratteristico segno scuro bordato di nero che ha sulla testa; L’aspide (Vipera aspis) e il marasso (Vipera berus) della famiglia dei Viperidi. L’aspide differisce dal marasso per il muso rincagnato, per le due file di squame tra le labiali e l’occhio e per il disegno dorsale meno netto.

In Valle Oropa questi viperidi sono abbastanza diffusi, ma mentre l’aspide lo si può trovare di norma fin verso i 1400 - 1500 m, il marasso sale più in alto. Sono animali timidi; solo il marasso può in alcuni casi diventare aggressivo, ed è per imprudenza o sfortuna che si può essere morsicati.

 

 

TORRENTI E LAGHETTI MONTANI

 

Le acque correnti dei vari rii e torrenti ed i laghetti montani, molto ben rappresentati in Valle Oropa e Valle Cervo, hanno in comune la bassa temperatura e notevoli variazioni del livello delle acque e ciò consente la vita solo a poche specie di vertebrati. Nel Torrente Oropa, dove le variazioni di livello sono meno ampie, vive la trota marmorata (Salmo trutta marmoratus) della famiglia dei Salmonidi. E’ importante segnalare che gli ittiologi, per evitare confusione, hanno operato un drastico sfoltimento tra le varie sottospecie riconoscendo questa sola per tutti gli affluenti di sinistra del Po. Le trote che si trovano nel Lago del Mucrone sono state immesse artificialmente.

Meno abbondante che nel passato, il gambero di acqua dolce (Astacus pallipes italicus) è ancora ospite del Torrente Oropa e di alcuni suoi affluenti. Le sconsiderate raccolte e il crescente inquinamento sono le cause del forte regresso numerico di questo Crostaceo.

Tra gli Anfibi Anuri (acaudati), la rana temporaria (Rana temporaria), che frequenta, durante l’epoca della riproduzione, i vari laghetti nelle cui acque avviene la deposizione delle uova e la metamorfosi dei girini; il rospo comune (Bufo bufo) che utilizza anch’esso le acque per la riproduzione, e, nella bassa Valle, la raganella con la sottospecie meridionale (Hyla arborea meridionalis), unico anfibio italiano che pur vivendo in prossimità di corsi d’acqua, stagni e laghetti ha abitudini strettamente arboricole.

Altri abitatori delle pozze d’acqua nel periodo della riproduzione e negli stadi giovanili sono gli Anfibi Urodeli (caudati) di cui la salamandra (Salamandra salamandra) abita la Valle Oropa fino all’altezza del Santuario.

In prossimità delle acque e nei luoghi umidi della bassa Valle vive la “mirauda” (Natrix natrix) della famiglia dei Colubridi. Questa biscia, lunga anche più di 150 cm, è un’eccellente nuotatrice.

Lungo l’Oropa e alcuni suoi affluenti vive il merlo acquaiolo (Cinclus cinclus) della famiglia dei Cinclidi, uccello legato alle fresche e limpide acque esenti da inquinamento in cui si tuffa e passeggia alla ricerca di insetti, molluschi, uova di trota e di altri animali. Pure la ballerina gialla (Motacilla cinerea) si insedia presso i torrenti, ruscelli e laghetti salendo anche molto in alto.

La beccaccia (Scolopax rustica) della famiglia degli Scolopacidi, ordine dei Caradriformi, è ospite autunnale e, occasionalmente, anche in certi inverni piovosi. Essa sceglie la boscaglia lungo i torrenti e i rii a valle del Santuario, ma sovente si inoltra nell’arbusteto subalpino.

E’ un uccello dal mimetismo perfetto ed è pertanto molto arduo osservarla quando è posata. La si riconosce dal volo veloce e dal frullo rumoroso all’involo.

 

 

ARBUSTETO SUBALPINO

 

L’arbusteto subalpino occupa in Valle Oropa e Valle Cervo circa un quinto del territorio ed è un ambiente con caratteristiche decisamente montane anche se vi abitano alcune specie della sottostante fascia boschiva che trovano ancora nicchie ecologiche loro confacenti. Questo però è l’habitat per eccellenza di quel bellissimo Tetraonide che è il fagiano di monte o gallo forcello (Lyrurus tetrix) il cui maschio, nero a riflessi bluastri e con le ali barrate di bianco, ha la coda foggiata a lira mentre la femmina è bruno - rosiccia con la coda appena forcuta.

Questi splendidi uccelli si possono incontrare sia nel versante destro della Valle sia lungo la cresta spartiacque del versante orografico sinistro (Tressone - Monte Becco).

Numeroso durante la buona stagione è il merlo dal collare (Turdus torquatus) un Turdide meno nero del merlo comune e con una fascia bianca a mezzaluna sul petto.

Poco numerosa e difficile da vedere e la lepre alpina o variabile (Lepus timidus varronis) di origine artica, di color bruno - grigio in estate e bianco, con la sola punta delle orecchie nera, in inverno, che abita sia l’arbusteto con radure sia i pascoli con rocce.

Di aspetto più simile ad un coniglio e più piccola della lepre comune, lascia sulla neve impronte che risultano più grandi per il fatto che le sue lunghe dita pelose si allargano  per sorreggerla meglio.

Un piccolo mammifero insettivoro, anch’esso abitatore del fresco ambiente dell’arbusteto subalpino, è il toporagno alpino (Sorex alpinus). Si riconosce, dagli altri toporagni per il color grigio - nero sul dorso e più chiaro sul ventre, ma soprattutto per la coda lunga quanto il corpo.

I versanti freschi e cespugliosi ricchi di alte erbe (Alneto e Megaforbieto) sono, da noi, l’ambiente preferito dal camoscio (Rupicapra rupicapra). Purtroppo la Valle Oropa non annovera tra la sua fauna questo elegante Artiodattilo. I camosci che eventualmente si incontrano sono di passaggio provenienti dalla vicina Valle Cervo  dal versante gressonaro. A titolo di curiosità segnaliamo che nell’inverno 1887 - 1888, eccezionalmente nevoso, un maschio di camoscio fu visto ed abbattuto sui tetti del Santuario.

 

 

PASCOLI E MACERETI

 

Al di sopra e inframezzati all’arbusteto subalpino si stendono i pascoli e i macereti (pietraie). In Valle Oropa e Valle Cervo occupano il restante del territorio fino alle vette.

Questo ambiente tipicamente alpino con pascoli disseminati di blocchi rocciosi e con le sue pietraie offre rifugio e nutrimento a una numerosa schiera di animali.

Presenti ma in limitato numero due specie di Galliformi: la coturnice (Alectoris graeca) magnifica pernice della famiglia dei Fasianidi che preferisce i soleggiati e ripidi pendii erbosi e la pernice bianca (Lagopus mutus) che vive sugli ultimi lembi di vegetazione fra le rocce, vicino alle vette, particolarmente tra il Monte Rosso e il Monte Camino.

Questo bel Tetraonide di origine nordica ha due livree: una estiva grigio - bruna ed una invernale bianca con i due lati della coda neri; in primavera ed in autunno il piumaggio è intermedio.

Meno diffidente della coturnice, non s’invola all’improvviso ma prima corre sul terreno tra le rocce.

Il codirosso spazzacamino (Phoenicurus ochrurus) della famiglia dei Turdidi è abbondantemente diffuso. Questo uccelletto, così chiamato per la sua livrea nero - fumo, approfitta degli anfratti rocciosi e dei muri delle baite per la nidificazione.

Un ospite estivo, anch’esso della famiglia dei Turdidi, è il culbianco (Oenanthe oenanthe) il cui maschio canta, con un breve gorgheggio sia posato sia durante un breve volo.

Nell’epoca della nidificazione anche lo spioncello (Anthus spinoletta) dei Motacillidi, accompagna l’escursionista col suo volo canoro.

Altri uccelli sono legati ai pascoli rocciosi.

Il sordone (Prunella collaris) un Prunellide con abitudini tranquille e tanto confidente da lasciarsi avvicinare a pochi metri. Con i fianchi picchiettati di marrone e la gola di bianco il resto del suo piumaggio ha colori piuttosto dimessi e si confonde facilmente con l’ambiente.

Lo zigolo muciatto (Emberiza cia) col capo disegnato di nero e la gola grigia della famiglia degli Emberizidi.

E’ più facile incontrare questo uccello sul versante gressonaro soleggiato e caldo che in quello oropense più nebbioso.

Lo stiaccino (Saxicola rubetra) che si trova sia nei pascoli rocciosi che nei prati con alberi e arbusti a minor quota dove si incontra pure il saltimpalo (Saxicola torquata).

Hanno entrambi le stesse dimensioni (13 cm), ma il saltimpalo si distingue per un cappuccio nero.

Una specie di origine steppica, la marmotta (Marmota marmota) della famiglia degli Sciuridi, ha trovato negli aperti spiazzi delle Alpi un ambiente consono alle sue abitudini tanto da divenirne uno dei simboli.

Secoli di caccia hanno reso questo robusto e simpatico Roditore estremamente vigile e nonostante sia in aumento (grazie alle restrittive norme venatorie di questi ultimi anni) la sua osservazione non è facile.

In Valle Oropa le marmotte si possono incontrare già all’altezza dell’Alpe Pissa, ma molto sovente, complice la nebbia, la loro presenza è segnalata soltanto dagli acuti fischi.

L’ermellino (Mustela erminea) è un piccolo Carnivoro che dimostra l’origine nordica con il mimetismo invernale (Omocromia); infatti il suo pelo da rosso - bruno in estate diventa bianchissimo in inverno, con la sola estremità della coda che è sempre nera.

In montagna questo vivacissimo Mustelide lo si può incontrare dovunque ma predilige i macereti e i pascoli con rocce come è appunto l’ambiente nella parte più alta della valle.

E’ un animaletto molto curioso che si avvicina spesso all’osservatore.

Anche l’arvicola delle nevi (Microtus nivalis) non è difficile da vedere durante il giorno perché poco diffidente.

La pelliccia di questo piccolo roditore della famiglia dei Microtidi è spessa e morbida di color grigio - bruno  la sua coda termina a paletta.

Predilige l’ambiente roccioso e detiene, in Europa, il record altitudinale tra i mammiferi.

Per sua sfortuna costituisce una delle prede dell’ermellino.

 

 

INVERTEBRATI

 

La maggioranza degli animali appartiene agli Invertebrati, cioè a tipi animali assai diversi tra loro, ma caratterizzati dalla mancanza di scheletro osseo o cartilagineo.

Tra questi i Molluschi, animali con corpo molle e l’epidermide provvista di numerose ghiandole secernenti muco, divisi in diverse classi.

Di nostro interesse è la classe dei Gasteropodi, le cui specie in Valle Oropa e Valle Cervo, per la prevalenza dei terreni cristallini, non sono numerose anche se varie di esse sono interessanti.

Nelle zone ad ontano verde e rododendro è frequente la chiocciola bruna alpina (Arianta arbustorum f. picea Ziegl.); più rara e localizzata la Helicigona (Chilostoma) zonata strobeli Less.; più piccola, gialla, appiattita con un riga nera la piccola e pelosa Helicodonta obvoluta Mull.; sotto i sassi o, nei periodo piovosi, vaganti sui muri a secco le piccole e turricolate Clausilie, tra le quali caratteristiche quelle del genere Charpentiera (C. baudii Pini, C. hospitiorum Poll. a sistematica ancora piuttosto incerta).

Frequenti specialmente nei periodi più umidi, i molluschi nudi di varie specie, meritevoli di nuove ricerche.

Tra tutti i gruppi animali il più numeroso, il più vario e del più vario interesse sistematico e biogeografico è quello degli Artropodi.

Appartengono a questo tipo i Crostacei (a cui si è accennato a proposito del gambero di acqua dolce), gli Aracnidi, i Miriapodi e, particolarmente importanti, gli Insetti.

La classe degli Insetti è rappresentata da numerosi ordini con innumerevoli specie, solo in parte studiate, con numerose forme endemiche limitate alla Valle Oropa o estese alle vicine valli del Biellese, che, posto al margine delle Alpi, rappresentò una zona di rifugio durante il periodo Glaciale.

L’ordine dei Coleotteri è quello di cui si hanno maggior notizie desunte per la maggior parte dalle importanti raccolte fatte tra il 1927 e il 1933 dall’entomologo Agostino Dodero di Genova, che radunò oltre 1350 specie, scoprendo molte entità nuove per la scienza.

Purtroppo non tutto il materiale è stato classificato ed alcuni gruppi attendono ancora uno studio profondo.

Tra le specie più vistose, oltre alla Cicindela gallica Brulle (Lago del Mucrone), vi sono vari Carabidi, tra cui alcuni Carabus : C. (Orinocarabus) concolor amplicollis Kr., comune e, più raro, C. (Orinoc.) latreilleanus Csiki, Cychrus italicus Bon. e Cychrus cordicollis Chdr.; alcune Nebria : N. (Alpaeus) crematostriata Bassi, N. (Nebriola) kochi winkleri Bari, Oreonebria castanea planiuscula Chdr., il Leistus ovipennis Chdr.; vari Pterostichus : P. cribratus Dej., P. flavofemoratus pinguis Dej., P. pedemontanus Gnglb., P. grajus Dej., P. parnassius Dej., P. spinolae Dej. ecc.; Abax exaratus Dej., Abax continuus Baudi, Molops (Tanythrix) senilis Schaum, Stomis roccai Schatzm., Amara doderoi Bal., ecc. per la maggior parte endemici delle ultime propaggini delle Alpi Pennine e l’interessante Trechus artemisiae Putz. (dedicato alla marchesa Artemisia De Mari) endemico delle alte pendici del Mucrone e della Valle Elvo.

Inoltre molte altre sono le specie notevoli : l’Ocypus pedemontanus G. Muller, la bella Ctenicera doderoi Binaghi, il piccolo coccinellide Semiadalia rufocincta doderoi Capra, e il Crisomelide Oreina (Protorina) plagiata pennina Binaghi, (ambedue trovate in vetta al Camino), la Crepidodera adelinae Binaghi; abbondanti Curculionidi con varie specie di Otiorhynchus viventi sui cespugli o riparati sotto i sassi: O. amplipennis Fairm., O. griseopunctatus Boh., O. lanuginosus Boh., O. densatus Boh., O. teretirostris Stierlin; notevole il Polidrusus paradoxus Stierlin, caratteristico dell’Alnus viridis e l’endemico Neoplinths dentimatus Solari, e tra gli Scarabeidi coprofagi il brillante Geotrupes pyrenaeus splendens Heer e l’endemico Aphodius (Neagolius) penninus Dan. i cui maschi si trovano talora in estate sulle placche di neve o vengono attirati dal fumo della pipa.

Ma dove abbondano particolarmente le specie interessanti, quasi tutte finora note solo della Valle Oropa e della Valle del Cervo, o al più delle altre valli biellesi, è tra la microfauna dell’humus delle faggete: Trechus consobrinus Dan., T. modestus Putz., T. leopontinus roccai Jeann., Alpiodytes pennina Bin., Sctodipnus subalpinus Baudi, Lathrobium caprai Koch, Phloeocharis laticollis Fairm. ed una miriade di altri piccoli Stafilinidi specialmente del gruppo Atheta s.l., alcuni Pselafidi e Scidmenidi, tra i quali Pselaphogenius quadricostatus Reitt. ed Euplectus sparsus Besuchet; i Catopidi Bathysciola tarsalis Kiesw. e B. agostini Jeann., la Boldoria doderoana Jeann., il Colidiide Anommatus doderoi Binaghi, ecc… .

Purtroppo tale microfauna si è ora assai ridotta e forse in parte scomparsa per la sostituzione dei faggi con le aghifoglie che hanno disastrosamente modificato le condizioni del terreno.

Gli Imenotteri abbondano sui fiori in numerose specie.

Tra gli Apidi sociali, oltre l’ape domestica (Apis mellifica ligustica Spin.) sono molto frequenti i grossi bombi villosi (Bombus soroeensis F., Psithyrus rupestris F. ed altre specie).

Sono abbastanza ben conosciuti i Vespidi sociali: i Polistini Polistes biglumis bimaculatus, Fouc., la specie da noi più comune in montagna, che costruisce piccoli favi verticali, scoperti sui sassi esposti a SE, mentre sale, raro, fino ad Oropa il Polistes gallicus L. (specie di pianura) ed assai rare le specie parassite: Sulcopolistes semenowi Moraw., S. sulcifer Zimm., S. Atrimandibularis Zimm.

I Vespini, che costruiscono numerosi nidi a più favi ricoperti da un involucro di cartone appeso agli alberi o in qualche cavità a seconda della specie, abbondano sui fiori di Angelica silvestris nei dintorni del Santuario: Vespula vulgaris L., la comune vespa frequente anche nell’abitato, la più rara Vespula rufa L. e la sua parassita V. austriaca Panzer, la assai più grande Dolichovespula media geeri Bir., le minori D. sylvestris Scop. con la parassita D. omissa  Bisch. E la D. norwegica F. che salgono anche molto in alto sui monti.

Frequenti sui fiori vi sono anche molti Apidi solitari, varie specie di Imenotteri scavatori ed altri non ancora studiati.

Anche le Formiche sono ben rappresentate da numerose specie.

Non si hanno notizie sui Ditteri (mosche, zanzare, ecc.) essi pure abbondanti e vari, si possono ricordare al Lago del Mucrone le zanzare del gen. Aedes molto moleste e la presenza sulle placche di neve residue in estate di rari esemplari di Tipule subattere (probabilmente le stesse specie del gruppo Vestiplex raccolte da F. Capra al Monte Bo).

Varia e molto ricca la fauna lepidotterologica oropense che anche se è stata oggetto di ricerche da parte di qualche valente entomologo (per es. il pro. G. Della Beffa di Torino ed il dr. A. Fiori di Bologna) non risulta vi siano lavori in argomento.

Si può solo accennare alla presenza nell’alta valle di Parnassius apollo L. dalle bianche ali con macchie nere pupillate di rosso che frequentai Sedum, varie specie di Erebia dalle ali bruno - nere vellutate, le Argynnis e le Melitaea gialle od ocra macchiate di nero, le azzurre piccole Lycaena e le lente Zygaena nero - blu con macchie rosse.

Delle circa duecento specie di Emitteri note per il Biellese (Mancini - 1955) circa cinquanta sono state raccolte ad Oropa e sui monti circostanti da Dodero.

Tra gli Eterocotteri sono interessanti: Sigara carinata C. Sahlb., specie nordica acquatica (di essa è probabile la scomparsa dopo l’immissione delle trote nel Lago del Mucrone), Saldula scotica Curt, Tetraphles bicuspis H.S., Pantilius tunicatus F., Calocoris lineatus Costa, Stenodema holsatum F., Dimorphocoris schmidti Fieb., Pachytomella parallela Mey. Durr,. Acalypta platychila Fieb., Gastrodes abietum Bergr., tutte specie montane.

Tra gli Omotteri, Neophilenus exclamationis Thnb. e Psylla alpina Foerst. infeudata all’Alnus viridis.

Tra i Neurotteri s.l. è notevole la rara Panorpa alpina Ramb.

I Tricotteri e i Plecotteri (non ancora studiati) sono abbondanti sui cespugli e le erbe lungo i torrenti ed i ruscelli, in cui vivono i loro stadi giovanili.

Tra i Plecotteri sono certamente  rappresentate almeno parte delle numerose specie ricordate dell’alta Valle Cervo.

Nella Valle Oropa le libellule (Odonati) sono piuttoste scarse; l’unica specie frequente è la piccola Sympecma fusca v.d. Lind. che vola tra i cespugli e le alte erbe nei dintorni del Santuario dove talora giungono, provenienti dalle risaie della pianura, sciami, qualche volta numerosi, di Sympetrum depressiusculum Selys.

In alto presso i laghetti montani e nelle zone torbose vive l’Aeschna juncea L., grossa specie nordica vista volare al Pian della Ceva.

Tra gli Ortotteri alcune forme mediterranee gingono fino al Santuario come l’Aiolopus strepens Latr., ma nella zona montana prevalgono le specie medioeuropee o eurosibiriche, come la verde Tettigonia cantans L. sui fiori di ombrellifere, la Pholidoptera aptera F., il piccolo grillo dei boschi Nemobius sylvestris Bosc dal flebile canto, e gli Acrididi Psophus stridulus L. dalle rosse ali, Stauroderus scalaris Fisch. W., Stenobothrus lineatus Panz., Chorthippus parallelus Thunb. che sale anche agli alti pascoli oltre i 2000 m dove convive con l’Aeropus sibiricus L. e la Podisma pedestris caprai Salfi, subattera.

L’Ananconotus ghilianii Camerano descritto dei monti di Oropa non fu più ritrovato nel Biellese.

Tra i Dermatteri, oltre la comune Forficula auricolaria L., oramai quasi cosmopolita, si trova sui cespugli la più piccola Apterygida albipennis Charp. e sotto i sassi la massiccia Chelidura aptera Charp. in una forma ciclolabia con il maschio a pinze fortemente ricurve.

Mancano dati sugli insetti inferiori. Proturi, Collemboli, Tisanuri e sui Ragni; abbastanza numerosi ed interessanti gli Pseudoscorpioni e tra essi lo Chthonius cephalotes horridus Beier. descritto d’Oropa mentre gli Scorpioni sono rappresentati solo dallo Scorpione alpino: Escorpius geramnus beta di Cap., presente anche in Valle Cervo ed in Val Sessera.

Anche i Miriapodi s.l. sono poco noti, tra essi è descritto di Oropa l’Oroposoma fagorum Verh., ed anche non si hanno notizie dei Crostacei Isopodi: qualche Anfipode del gen. Niphargus, depigmentato e privo di occhi, caratteristico delle falde freatiche, è stato trovato in alcune fresche sorgenti.

LA FLORA

 

Con questo termine si intende l’insieme di tutte le specie vegetali spontanee che si rinvengono in un determinato territorio. L’elencazione di tutti i vegetali presenti avrebbe richiesto l’opera di più specialisti e una massa imponente di lavoro, cosa esulante dai nostri propositi. Ci siamo pertanto limitati a ricordare quanto già è stato descritto, segnalando, relativamente alla flora fanerogamica, alcune caratteristiche che ci paiono degne di nota.

Riteniamo opportuno ricordare che la flora è condizionata dalle caratteristiche climatiche e geopedologiche di un ambiente umido con substrato acido. Questa considerazione non è ovviamente generalizzabile in quanto si possono ritrovare microambienti dove le condizioni sono diverse da quelle generali.

 

 

CRITTOGAME

 

Per quanto concerne le Tallofite non siamo venuti a conoscenza di studi particolari se non di alcune indicazioni del Cesati (1864 - 1882), relative però a tutto il Biellese, e di uno studio del Mattirolo (1934) sui funghi ipogei. Nel corso dei nostri sopralluoghi abbiamo potuto constatare la presenza di alghe nei laghetti e nei torrenti così come di numerosi licheni sulle rocce e luoghi sassosi (genere Rhizocarpon, Xanthoria, Acarospora, Cetraria, Peltigera, Umbilicaria, Gyrophora). Fra i funghi vogliamo ricordare i Macromiceti più comuni: Boletus edulis Bull., Boletus scaber Bull., Boletus rufus Bull., Boletus parasiticus Bull. parassita di Scleroderma vulgare Horn., Cortinarius violaceus L., Cantharellus cibarius Fries, Lactarius torminosus Fries, Lycoperdon bovista L., Mycena inclinata Fries, Armillaria mellea Quelet, Lepiota procera Quelet, Amanita caesarea Quelet; i velenosi Amanita muscaria Quelet, Amanita spissa Fries, Amanita phalloides Fries, Amanita pantherina D.C., oletus satanas Lenz; i coriacei Coriolus versicolor L., Polyporus sulfureus Bull.

Questi funghi sono abbastanza diffusi e, nel periodo estivo - autunnale è facile trovare cercatori nei castagneti e nelle faggete. Mattirolo ritrovò numerosi funghi ipogei fra cui Tuber melanosporum Vittadini (un solo esemplare), Hydnobolites cerebriformis Tulasne e Hysterangium rubricatum Hesse, che l’autore segnala trovato per la prima volta in Italia proprio ad Oropa.

I Macromiceti furono studiati dal Cesati ed ai lavori di questo autore rimandiamo per ulteriori notizie.

Vogliamo qui ricordare che proprio Vincenzo Cesati il 22 agosto 1860, presso il Santuario di Oropa, rinvenne sulla mummia di un Coleottero un fungo parassita di insetti, il Cordyceps memorabilis Cesati, non più ritrovato in Italia se non nel 1969 sui monti della Laga in Abruzzi (Pacioni, 1977).

Le Briofite (muschi ed epatiche) furono studiate, oltre che dal Cesati nei citati lavori, recentemente dalla Cortuso (1971) che segnala, in Valle Oropa e Valle Cervo, una netta prevalenza di muschi terricoli e sassicoli rispetto a quelli arboricoli ed umidicoli.

Fra i vari muschi rinvenuti segnaliamo i generi: Atrichum, Anisothecium, Dicranella, Leucobryum, Barbula, Thuidium, Plagiothecium, Hypnum, Polytrichum, Rhytidiadelphus, Philonitis, Brachythecium.

Le Pteridofite (felci) popolano più o meno intensamente il sottobosco e le fresche nicchie rocciose e si spingono in alto fin presso le vette.

 

 

 

 

 

FANEROGAME

 

Indubbiamente l’interesse dei botanici si è rivolto essenzialmente allo studio della flora fanerogamica e fra quanti si dedicarono dobbiamo citare lo Zumaglini (1849 - 1860), il Cesati (1864 - 1882), il Pellanda (1904) nonché l’opera appassionata di Oreste Mattirolo che in due periodi, dal 1917 al 1920 e dal 1924 al 1926, erborizzò nella media e alta Valle Oropa con l’aiuto di Enrico Ferraris e di Pietro Fontana.

L’erbario allestito da questi tre botanici, l’uno Direttore e gli altri due Conservatori dell’Orto Botanico di Torino, è tuttora conservato nel piccolo museo del Santuario ed è ricco di oltre settecento specie.

Riportare in questa sede l’elenco e la localizzazione delle specie rinvenute esulerebbe dal nostro lavoro per cui rimandiamo all’erbario e alle opere dei citati Autori.

Vogliamo solo ricordare che in Valle Oropa fu rinvenuta da Cesati (1882) nei pressi della Cappella di S. Giuseppe in Biella (450 m), molto probabilmente per la prima volta nelle Alpi occidentali, la Stellaria bulbosa Wulf.

Lo stesso Cesati (1864) segnala la presenza di Fritillaria meleagris presso Pralungo , trovata dal Zumaglini e non più rinvenuta successivamente nella zona.

Grazie alle comunicazioni di Alfonso Alice, di Sergio Trivero e di Alfonso Sella, possiamo citare in Valle Oropa la presenza, molto rara, di Aquilegia alpina L. e di Artemisia laxa Fritsch. sulle rocce del Mucrone al di sotto della “Passeggiata dei Preti” a quota 1150 m circa.

Una delle caratteristiche di maggior interesse della flora della zona studiata è legata alla presenza, spontanea o meno, delle Conifere.

Ad eccezione del ginepro, spontaneo e diffuso, le attuali formazioni di Conifere infatti sono chiaramente dovute all’opera  di rimboschimento iniziata dall’Amministrazione del Santuario di Oropa nella media e alta valle e dai privati nella bassa valle negli ultimi anni del secolo scorso.

Anche laddove oggi si ha presenza di Conifere al di fuori delle aree rimboschite (es. larici al di sotto dell’Alpe Pissa sui detriti della frana del 1908 e presso il laghetto delle Bose) sembra non doversi pensare ad una presenza spontanea, bensì alla disseminazione di impianti artificiali.

Le ipotesi circa l’assenza di Conifere spontanee sono due: ecologica e antropica.

L’ipotesi ecologica può giustificarsi con l’osservazione che negli ambienti caratterizzati da atlantismo climatico manca la fascia delle Conifere sovrastante la faggeta.

La presenza, nel vicino bacino del Cervo, di rade Conifere spontanee è probabilmente da attribuire ad un ambiente microclimatico adatto e non alla difficile accessibilità.

L’ipotesi antropica può essere giustificata dal fatto che da lungo tempo l’uomo si è introdotto nella valle e che il fabbisogno di legname può aver provocato, nel corso dei secoli, la scomparsa delle più ricercate essenze forestali.

Se la considerazione, avvalorata anche da alcuni toponimi (Brengula, Dasè, Peccia), è ritenuta possibile per altre zone, vi è da dire che da antichi documenti del Santuario si rileva che il legname da costruzione era sempre trasportato da Biella.

Non si spiega altrimenti la necessita di questo trasporto se non con la mancanza  di essenze adatte.

In base a queste considerazioni è da ritenere quindi molto più probabile, almeno in epoca storica, che l’assenza delle Conifere sia dovuta a motivi ambientali e non alla loro totale utilizzazione, seppur la cosa sia meritevole di una più specifica ricerca.

 

 

PROVENIENZA DELLE SPECIE

 

La flora della Valle Oropa e della Valle Cervo risulta costituita da specie di varia provenienza, seppure prevalenti siano le specie centroeuropee e quelle endemiche alpine.

Rifacendoci a quanto analizzato da Pignatti circa i più importanti gruppi corologici della flora italiana, riscontriamo nella zona studiata, specie subatlantiche (Calluna vulgaris Salisb., Sarothamnus scoparius Wim.) che si estendono sulla massima parte dell’Europa e specie centroeuropee, cioè delle zone a clima temperato (fra queste citiamo Quercus sessiliflora Salisb., Quercus pedunculata Ehrh., Carpinus betulus L., Fagus silvatica L., Fraxinus excelsior L.).

Fra le specie sudeuropee - montane, diffuse cioè sui sistemi montuosi di origine terziaria, troviamo abbondanti la Gentiana Kochiana Perr. et Song. e la Soldanella alpina L., mentre ovviamente la prevalenza spetta alle specie endemiche alpine.

L’elemento mediterraneo è costituito da una specie stenomediterranea (specie che sono strettamente legate al clima mediterraneo) occidentale, il Narcissus poeticus L., da specie mediterraneo - montane fra cui Paradisia Liliastrum Bert., Crocus vernus Hill. e Cyclamen europaeum L., nonché da alcune specie euromediterranee (specie che pur avendo un areale prevalentemente mediterraneo penetrano più o meno profondamente nell’Europa media) nei siti migliori, tra queste: Castanea sativa Mill. e Quercus pubescens Willd.

Sono presenti anche specie di provenienza orientale fra cui alcune subpontiche [specie con diffusione più vasta di quelle pontiche (il cui areale si trova nell’Ucraina, Valacchia ed in generale nelle regioni a nord del Mar Nero)] (Bromus erectus Huds., Cytisus laburnum L.), nonché specie euroasiatiche (Anthoxantum odoratum L., Poa trivialis L., Lillium Martagon L., Fragaria vesca L., Primula officinalis Hill.).

Fra le eurosibiriche è diffuso l’Evonymus europaeus L. e il Melanpyrum silvaticum L.

Alle paleotemperate, diffuse in tutte le regioni temperate dell’Eurasia appartengono: Arrhenatherum elastius Mert. et K., Dactylis glomerata L., Populus alba L., Aquilegia vulgaris L.

Sono invece Circumboreali, specie con distribuzione su tutte le zone temperate dell’emisfero boreale, la Poa alpina L., il Nardus stricta L., il Majanthemum bifolium Schm., la Convallaria majalis L., l’Anemone nemorosa L., i Vaccinium sp., la Caltha palustris L., il Myosotis palustris Hill.

L’elemento artico alpino è rappresentato in Valle d’Oropa e Valle Cervo da piante che vivono alle alte quote, fra cui il Polygonum viviparum L., l’Eriophorum Scheuchzeri Hoppe., la Saxifraga aizoides L., l’Azalea procumbens L., il Salix herbacea L.

Numerose anche le specie cosmopolite, fra cui Pteridium aquilinum Kuhn., Urtica dioica L., Plantago major L., Taraxacum officinale Weber.

Da ultimo vogliamo mettere in evidenza la presenza di un buon numero di specie officinali e mellifere.

La flora officinale ha permesso da lungo tempo la presenza al Santuario di una erboristeria, e nel 1917 - 1920, sotto la direzione dl Mattirolo, furono eseguite per conto del Comizio Agrario alcuni tentativi di coltivazione, ripresi più tardi dal Pomini.

La flora mellifera presente è in discreta quantità e di buona qualità e permetterebbe l’esercizio dell’apicoltura come nomadismo estivo nelle zone più alte e stanziale nella bassa valle (Perino, 1975).

 

 

LA VEGETAZIONE

 

La vegetazione di un territorio è oggetto di studi e analisi in quanto, con i suoi aspetti floristici e fisionomici esprime l’ambiente in cui si trova, sempre che siano tenuti in debito conto le risultanze dell’opera modificatrice dell’uomo.

L’analisi della vegetazione, infatti, permette di valutare l’effetto che i singoli fattori (clima e suolo) con il loro gioco di integrazione producono.

Nella trattazione degli aspetti vegetazionali abbiamo fatto riferimento alla successione altitudinale in Piani (divisioni fisionomiche fondamentali della vegetazione di una regione) e Orizzonti (sottodivisione dei Piani con ben differenziate caratteristiche bioecologiche) individuati non tanto dalla quota topografica ma bensì dalla fisionomia del paesaggio vegetale. Nell’ambito dei Piani e Orizzonti la vegetazione è descritta nei suoi aspetti reali e potenziali secondo il metodo delle Serie dinamiche di OZENDA (generalmente adottato per la cartografia della vegetazione delle Alpi) prendendo a base i raggruppamenti vegetali in via di evoluzione verso lo stadio climax (stadio evolutivo finale della vegetazione che è in equilibrio con un clima, suolo e fauna senza intervento dell’uomo) e quelli che ne derivano per degradazione.

Sono considerati pertanto sia gli aspetti finali sia le varie facies di evoluzione e degradazione nonché gli aspetti derivanti dall’utilizzazione del territorio (pascoli, castagneti, ecc…). All’interno delle Serie dinamiche, per identificare i vari raggruppamenti vegetali, abbiamo fatto ricorso al metodo fitosociologico.

E’ opportuno ricordare come l’attuale paesaggio non sia altro che il risultato degli effetti del clima, della pedogenesi, di eventi saltuari (valanghe, frane, ecc.) e dell’opera dell’uomo nel corso dei secoli.

Gli aspetti oggi più evidenti dell’attività antropica si collegano alla presenza dei castagneti, delle conifere, dei prati e pascoli della bassa e media valle e di quelle aree ove il fuoco e il pascolo incontrollato hanno portato ad una degradazione del soprassuolo boschivo.

Inoltre il fabbisogno di legname nei periodi bellici (I e II guerra mondiale) e negli immediati dopoguerra ha poi portato ad una ulteriore degradazione della vegetazione originaria, per cui le aree a vegetazione naturale non antropizzata sono molto ristrette, almeno nella bassa e media valle.

 

 

CARATTERISTICHE GENERALI

 

Nella Valle Oropa, che si sviluppa in altezza fra 390 e 2391 m, si ha la presenza di più Piani e Orizzonti caratterizzati da un corteggio floristico specifico.

Il Piano Basale è presente solo con l’Orizzonte Submontano e si estende fino a 1000 m circa con varianti a seconda del versante e di particolari situazioni microclimatiche.

E’ in questa zona, caratterizzata dalla presenza di latifoglie mesòfile con dominanza del castagno in basso e del frassino e dell’acero più in alto, che si ha la maggior presenza di insediamenti abitati così come di prati e prati - pascoli.

Il Piano Montano comprende due Orizzonti:

Inferiore fino a 1400 m circa, caratterizzato dalla presenza del faggio dei prati - pascoli nonché dei coniferamenti;

Superiore che, a seconda delle esposizioni, si innalza fino a 1800 - 2000 m con arbusteto a rododendro e mirtillo e con l’ontano verde nelle stazioni più umide.

Al di sopra dei 200 m si trova il Piano Culminale con l’Orizzonte Subalpino e, al livello delle vette più elevate, l’Orizzonte Alpino.

Un inquadramento della vegetazione, secondo i Piani altitudinali può farsi ricorrendo alle fasce di vegetazione di E. Schmid, unità biocorologiche complete, costituite da specie con comportamento analogo rispetto ai principali fattori climatici.

Nella Valle Oropa si riconoscono:

la fascia del Quercus robur - Calluna (Qr.C.) caratterizzante l’Orizzonte Submontano del Piano Basale;

la fascia del Fagus - Abies (F.A.) e del Larix - Pinus cembra (L.C.) a livello del Piano Montano;

la fascia  del Vaccinium uliginosum-Loiseleuria (V.L.) a livello del Piano Culminale.

Volendo invece inquadrare la vegetazione sotto un profilo fitoclimatico cioè in zone definite prendendo a base le caratteristiche climatiche e dove la vegetazione assume uniformità di aspetto secondo un determinismo climatico, abbiamo fatto ricorso alla classificazione di Pavari (in De Philippis - 1937) per la vegetazione forestale italiana.

Le zone fitoclimatiche presenti nella Valle Oropa sono:

Castanetum fino a circa 800 m, Fagetum tra gli 800 e i 1500 m, Picetum tra i 1500 e i 1800 m circa, Alpinetum oltre i 1800 m.

Più propriamente il Castanetum è localizzato come sottozona calda fino a 600 m nelle esposizioni migliori, come sottozona fredda dai 600 agli 800 m.

Il Fagetum si localizza come sottozona calda fino a 1300 m circa e come sottozona fredda fra 1300 e 1500 m con differenze secondo il versante e l’esposizione.

Al di sopra si colloca il Picetum con le sottozone calda e fredda, influenzate, oltre che dall’altitudine, anche dall’aspra orografia con frequenti rotture di pendenza e cambiamento di esposizione.

Come già riferito, per motivi molto probabilmente microclimatici, in Valle Oropa il Picetum non si presente con la sua vegetazione caratteristica ma bensì come Rodoreto e Vaccinieto.

Oltre i 1800 m troviamo l’Alpinetum, dominio dei pascoli alti.

Per quanto riguarda la Valle Cervo si trovano invece, partendo dal basso, le seguenti zone di vegetazione:

Ø      Zona della bassa montagna divisa a sua volta in due fasce:

1.      fascia del rovere e del castagno in basso (fino agli 800 - 900 metri di altitudine);

2.      fascia del faggio (dagli 800 - 900 metri sino ai 1400 - 1500 metri di altitudine).

Ø      Zona subalpina suddivisa anch’essa in due fasce:

1.      fascia delle conifere (dai 1400 - 1500 metri ai 2000 - 2100 metri di altitudine);

2.      fascia dei cespugli (dai 2000 - 2100 metri ai 2500 metri di altitudine).

Ø      Zona alpina (oltre i 2500 metri di altitudine) dove si può notare la scomparsa degli ultimi cespugli.

 

 

VEGETAZIONE REALE E POTENZIALE

 

Per “vegetazione reale” si intende la vegetazione caratterizzante l’attuale paesaggio e che, in massima parte, è il risultato degli interventi modificatori operati dall’uomo sull’ambiente mentre per “vegetazione naturale potenziale” si intende la vegetazione che si costituirebbe in un determinato ambiente, a partire da condizioni attuali di clima, di suolo, di flora e di fauna, se l’azione esercitata dall’uomo sul manto vegetale venisse a cessare.

Nell’ambito della vegetazione reale si riscontrano in Valle Oropa e Valle Cervo l’area delle latifoglie eliofile (castagneti con querce e betulle) nel Piano Basale; l’area delle latifoglie sciafile (faggete) nel Piano Montano Inferiore e l’area degli arbusti prostrati, ascrivibile all’area delle aghifoglie, nel Piano Montano Superiore; infine l’area delle praterie d’altitudine nel Piano Culminale.

In tutte queste aree sono inserite zone prative e pascolive e, nei pressi degli abitati e dove le condizioni ambientali lo permettono, ristrette superfici a frutteto ed a orto.

La vegetazione potenziale coincide invece col climax della roverella e della rovere (Quercion pubescenti - petraeae) in corrispondenza dell’attuale area delle latifoglie eliofile, sostituite nelle vallecole umide dal clima del frassino e del carpino (Fraxino - Carpinion).

In corrispondenza dell’area della latifoglie sciafile (ombrofile) si ha il climax del faggio (Fagion silvaticae), climax che si può realmente trovare in alcune ristrette aree.

La potenzialità del climax del peccio o abete rosso (Vaccinio - Piceion) può essere discussa nella sua accezione tipica per le considerazioni in precedenza esposte circa la presenza di Conifere microterme nell’ambiente studiato.

Oltre il limite della vegetazione arborea, al  livello cioè del Piano Culminale, si ha una stretta concordanza, almeno dove gli impianti turistici e il pascolamento non hanno portato squilibrio, fra vegetazione reale e vegetazione potenziale.

INQUADRAMENTO FITOGEOGRAFICO

 

Fitogeograficamente la Valle Oropa e la Valle Cervo fanno parte della Provincia Alpina della Regione Medioeuropea e, pur trovandosi in una posizione di confine fra il Distretto Insubrico e quello Alpino, l’esame delle caratteristiche climatiche e vegetazionali accostano maggiormente il territorio studiato all’Insubria.

Specifichiamo che tutto il Biellese può essere considerato come un prolungamento dell’Insubria occidentale, che dal Lago di Como si estende al Lago d’Orta, caratterizzata da un atlantismo climatico alquanto diverso dall’ambiente climatico alpino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Schede Naturalistiche

 

 

 

 

 

- Fauna

·        Pesci  pag.66

·       Anfibi  pag.74

·        Invertebrati  pag.81

·        Mammiferi  pag.92

·        Rettili  pag.104

- Flora  pag.113

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PESCI

 

ALOSA FALLAX (LACÈPÈDE, 1803)

Inquadramento sistemaico

Famiglia Clupeidae

 

Riconoscimento

A. fallax si riconosce agevolmente dagli altri pesci dei nostri fiumi per le seguenti caratteritiche morfologiche: 1) corpo contresso lateralmente, soprattutto nella parte ventrale; 2) margine inferiore del corpo seghettato per la presenza di piccoli scuidi ossei con punta rivola all'indietro; 3) occhio grande con palpebra adiposa; 4) dorso verde-azzurro, fianchi e ventre argentei, con 4-8 macchie laterali nere di grandezza descrescente dal margine della fenditura branchiale fin verso la metà del corpo.

Lunghezza fino a 30 cm (popolazioni fluviali) e 50 cm (popolazioni lacustri).

Si distinguono due sottospecie, una che vive nei fiumi (A. f. nilotica), detta Alosa o Cheppia, e una che vive nei grandi laghi (A. f. lacustris), detta Agone. La validità delle due sottospecie non è accettata da tutti gli studiosi; taluni considerano infatti le due forme come semprici ecotipi.

 

Habitat

A. fallax nilotica è un migratore anadromo che vive in mare aperto per gran parte dell'anno e, nel periodo riproduttivo, compreso tra marzo e giugno, risale i fiumi per riprodursi.

Al contrario la sottospecie stanziale A. f. lacustris vive stabilmente nell'ambiente pelagico dei laghi a profondità variabili, avvicinandosi alle sponde in inverno e durante la riproduzione.

 

Presenza in Piemonte

A. fallax nilotica era frequente, fino al secolo scorso, nel Po a valle di Casale Monferrato: dopo la costruzione della diga di Isola Serafini (provincia di Piacenza) la specie non è stata in grado di risalire ulteriormente il Po ed è scomparsa dai fiumi piemontesi.

A. fallax lacustris è una sottospecie endemica dei maggiori laghi prealpini; in Piemonte è presente nel lago Maggiore, mentre si è estinta nel Lago d'Orta a causa del pesante inquinamento che è gravato sul lago per alcuni decenni del '900.

 


 

SALMO (TRUTTA) MARMORATUS (CUVIER, 1817)

Inquadramento sistematico

Famiglia Salmonidae

 

Riconoscimento

Gli appartenenti alla famiglia dei Salmonidi si distinguono agevolmente dagli altri pesci presenti nelle nostre acque per avere due pinne dorsali, di cui quella posteriore è adiposa e priva di raggi. Il genere Salmo si distingue per la combinazione dei seguenti caratteri: 1) bocca grande (il margine posteriore supera il bordo posteriore dell'occhio); 2) bordo esterno delle pinne pettorali privo di una banda bianca: 3) pinna caudale priva di macchie nere rotondeggianti. La trota marmorata, le cui dimensioni possono raggiungere 1 m, si distingue inoltre dalle altre trote del genere Salmo presenti in Piemonte per i fianchi bruno-verdastri con linee arabescate brune (disegno "vermicolato"), privo di macchie rosse o nere o rotondeggianti evidenti.

 

Habitat

S. (trutta) marmoratus si incontra nei maggiori fiumi, dal tratto montano medio a quello planiziale; si adatta anche ad acque lacustri soprattutto durante la riproduzione, che avviene tra novembre e dicembre.

 

Presenza in Piemonte

Presente negli affluenti di sinistra del Po e in quelli di destra fino al Tanaro.

 

 


 

 

 

 

 

BARBUS MERIDIONALIS RISSO, 1826

BARBUS PLEBEJUS (BONOPARTE, 1839)

Inquadramento sistematico

Famiglia Cyprinidae

Riconoscimento

Insieme alla carpa le specie piemontesi del genere Barbus sono gli inici pesci a possedere due paia di barbigli in prossimità della bocca. Rispetto alla carpa essi sono però molto più allungati e hanno una pinna dorsale breve (meno di 1/5 della lunghezza del corpo; nella carpa la pinna dorsale è lunga circa come la metà del corpo).

Le due specie si distinguono agevolmente per il disegno dei fianchi, composto da macchie grigie minute del Barbo (B. plebejus), di dimensioni medio-grandi e di forma irregolare nel Barbo canino (B. medidionalis); in quest'ultima specie sono particolarmente vistose le macchie sulle pinne dorsale e caudale. Inoltre quest'ultima specie ha un minor numero di scaglie lungo la linea laterale (44-57 contro 49-82).

Anche le loro dimensioni sono diverse: B. plebejus può oltrepassare i 60 cm, mente B. meridionalis ha lunghezza massima di 20 cm.

 

Habitat

B. plebejus vive lungo il tratto medio e superiore dei fiumi planiziali, predilige acque limpide ed ossigenate, fondo ghiaioso e sabbioso; è specie reofila, ossia amamnte delle correnti vivaci dei corsi d'acqua; più a valle si può trovare in acque torbide e poco ossigenae. B. meridionalis è dislocato generalmente più a monte rispetto al barbo comune e predilige corsi d'acqua con portata più moderata, purchè vi sia comunque una nuona ossigenazione e massi o pietre sul fondo sotto le quali rifugiarsi.

 

Presenza in Piemonte

B. plebejus è una specie più diffusa, abitando tutti i corsi d'acqua di pianura e appenninici, dov'è localmente abbondante; non risale le valli alpine.

B. meridionalis è meno diffuso, mancando quasi completamente nelle pianure vercellese, novarese e alessandrina, e da gran parte del corso medio-basso dei principali affluenti del Po. Rispetto alla specie precedente risale un po' di più i fiumi, per esempio il Toce fin verso Domodossola. Solo in poche zone questa specie risulta abbondante.

 


 

 

 

 

 

CHONDROSTOMA GENEI (BONAPARTE, 1839)

CHONDROSTOMA SOETTA BONAPARTE, 1840

Inquadramento sistematico

Famiglia Cyprinidae

 

Riconoscimento

Caratteristiche tipiche del genere Chondrostoma sono: 1) mancanza di barigi, 2) linea laterale completa, 3) bocca nettamente infera, con margine inferiore dure, corneo e tagliente.

Le due specie si distinguono tra loro per la forma, molto più allungata nella Lasca (C. genei) (altezza massima del corpo pari a 1/4-1/5 della lunghezza (da 1/4 a 1/3 nella Savetta - C. soetta), e le dimensioni (fino a 20 cm in C. genei, fino a 40 in C. soetta); C. genei ha una banda scura sui fianchi, assente in C. soetta e infine la pinna anale è più lunga in C. soetta (14-16 raggi) che in C. genei (11-14).

 

Habitat

C. soetta predilige acque profonde, ben ossigenate, vive a lungo i tratti medio inferiori dei corsi d'acqua con decorso medio-lento, ha abitudini gregarie e, benchè con popolazioni numericamente minori, è presente anche in alcuni laghi prealpini. C. genei è specie reofila e vive lungo il tratto medio-superiore di corsi d'acqua con acque limpide a fondo ghiaioso.

 

Presenza in Piemonte

Queste due specie sono esclusive dei corsi d'acqua dell'Italia settentrionale. In Piemonte C. soetta è segnalato lungo il Po e il Tanaro, e in ambiente lacustre nel Lago Maggiore e nel Lago Piccolo di Avigliana; durante la fregola compare anche in molti corsi d'acqua minori. C. genei è più diffusa e si incontra, spesso abbondante, in corsi d'acqua grandi e piccoli di pianura e collina, fino a 500m.

Negli ultimi anni si è registrata una preoccupante diminuzione di C. genei in certi tratti fluviali in cui era un tempo abbondante.

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

LEUCISCUS SOUFFIA RISSO, 1826

Inquadramento sistematico

Famiglia Cyprinidae

 

Riconoscimento

Il genere Leuciscus condivide con Rutilus le seguenti caratteristiche: 1) assenza di barbigi, 2) linea laterale completa, 3) bocca mediana, 4) origine della pinna dorsale che coincide con l'origine delle pinne ventrali. Il Vairone (Leuciscus souffia), le cui dimensioni non superano i 20 cm, si distingue dalle altre specie dei due generi sopra citati per la contemporanea presenza dei seguenti caratteri: 1) fascia laterale scura molto evidente, 2) numero di scaglie lungo la linea laterale compreso tra 45 e 53, 3) pigmento arancione alla base delle pinne inferiori.

 

Habitat

L. souffia vive nelle acque correnti limpide e ben ossigenate dei tratti medio superiori di fiumi e ruscelli, nonchè in alcuni laghi montani (introdotto). E' specie molto sensibile alla qualità delle acque.

 

Presenza in Piemonte

La specie è generalmente molto comune nei tratti pedemontani degli affluenti del Po.

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

COBITIS TAENIA LINNAEUS, 1758

Inquadramento sistematico

Famiglia Cobitidae

 

Riconoscimento

I rappresentanti italiani della famiglia Cobitidae sono caratterizzati 1) dalle piccole dimensioni (max 12 cm), 2) dal corpo molto allungato e 3) dalla presenza di 3 paia di barbigi. Il genere Cobitis si distingue da Sabanejewia per 1) non possedere le pliche cutanee sul peduncolo caudale e 29 per la pinna caudale con 16 (anzichè 14) raggi. La colorazione permette di distinguere abbastanza agevolmente le due specie: nel Cobite (C. taenia) il colore di fondo è bruno-giallastro, con disegno formato da striature (di cui 2 ben evidenti e continue), oppure da 2-3 linee non ben definite sulla metà superiore del corpo e da una serie di grandi macchie scure al disotto.

 

Habitat

Vive in corsi d'acqua sia pedemontani sia planiziali, più lenti, con fondo fangoso, e nei laghi di maggiori dimensioni, ma l'habitat d'elezione è rappresentato da corsi d'acqua dell'alta pianura a corrente moderata con acqua limpida e fondo sabbioso.

 

Presenza in Piemonte

Specie diffusa e abbastanza frequente, principalmente nelle zone planiziali e appeniniche.

 


 


 

SABANEJEWIA LARVATA (DE FILIPPI, 1859)

Inquadramento sistematico

Famiglia Cobitidae

 

Riconoscimento

Il genere Sabanejewa si differenzia da Cobitis 1) per il peduncolo caudale che rappresenta pliche cutanee che decorrono fino dall'inserzione della prima caudale e 2) per il numero di raggi della pinna caudale (14 anzichè 16). Le dimensioni sono abbastanza simili (massimo 10 cm).

Il colore del corpo del Cobite mascherato (Sabanejewa larvata) è grigio-bruno tendente al rossastro, il ventre è bianco. Rispetto a Cobitis taenia manca la serie di macchioline allineate o la banda scura presenti nella parte superiore e anteriore del fianco e la regione dell'opercolo (che ripare le branchie) molto scura.

 

Habitat

Predilige corsi d'acqua della bassa pianura, a corrente moderata o lenta, con fondali fangoso-limosi e ricchi di vegetazione.

 

Presenza in Piemonte

Specie endemica della Pianura Padana. In Piemonte la specie appare abbastanza localizzata e generalmente poco abbondante, ma la sua distribuzione non è ben nota.

 

Note

Poichè i rappresentanti della famiglia Cobitidae sono facili da riconoscere e le due specie piemontesi sono incluse nella Direttiva Habitat, le difficoltà di riconoscimento non hanno implicazioni sulla loro tutela.


 

 

 

 

COTTUS GOBIO

Inquadramente sistematico

Famiglia Cottidae

 

Riconoscimento

Lo Scazzone è un piccolo pesce (fino a 15 cm) dall'aspetto caratteristico, avene testa grande e leggermente depressa, pinne ventrali molto sviluppate, due pinne dorsali molto ravvicinae e corpo privo di scaglie, talvolta con qualche minuscola spina. La specie assomiglia al ghiozzo di fiume, da cui si distingue, tra l'altro, 1) per la presenza di due spine sugli opercoli delle branchie (assenti nel ghiozzo di fiume) e 2) per le pinne ventrali separate (fuse a formare una specie di ventosa nel ghiozzo).

 

Habitat

Piuttosto esigente in fatto di qualità delle acque, Cottus gobio abita i cori d'acqua caratterizzati da corrente intensa o moderata con acque limpide, fresche e ben ossigenate, comprese le risorgive; si incontra fino a circa 1000 metri di quota. Predilige i fondi sassosi e ciottolosi, dove può rifugiarsi durante il giorno tra i sassi e la vegetazione.

 

Presenza in Piemonte

Tratti collinari e pedemontani dei tributari di sinistra del Po e nell'alto corso della Stura di Demonte e del Tanaro.

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ANFIBI

 

TRITURUS CARNIFEX (LAURENTI, 1768)

Inquadramento sistematico

Amphibia Caudata

Famiglia Salamandridae

 

Riconoscimento

Il Tritone crestato italiano è facilmente riconoscibile in tutte le stagioni per il colore delle parti ventrali rosso o arancio con estese macchie nere. La femmina e i giovani hanno dorso nero con una caratteristica linea gialla in corrispondenza della colonna vertebrale; il maschio in fase terrestre ha il dorso nerastro, mentre in fase acquatica è provvisto di una vistosa cresta vertebrale dentellata e di due creste caudali; in questa stagione mostra inoltre sulla coda una banda argentata ben visibile.

 

Habitat

Ambienti vari in prossimità di zone umide naturali (stagni, paludi, lanche) o artificiali (laghetti, canali, risaie), preferibilmente con ricca vegetazione acquatica e privi di ittiofauna; la specie è più frequente in aree poco antropizzate, soprattutto in pianura e collina, raramente fino a 1000 metri. Il Tritone crestato ha costumi acquatici da marzo a giugno-luglio, in seguito si sposta a terra, dove viene osservato molto raramente.

 

Presenza in Piemonte

La specie è ancora abbastanza diffusa in alcuni settori della Regione, mentre nelle aree più antropizzate si è molto rarefatta oppure è localmente scomparsa.