


PREFAZIONE
Durante il triennio del corso di studi da noi
seguito, il 10% dell’orario scolastico è stato destinato alla preparazione e
alla stesura dell’area di progetto, un lavoro interdisciplinare che ha visto
impegnati tutti gli allievi e diversi professori.
Scelto il tema dell’area di progetto, la classe è
stata suddivisa in diversi gruppi, ciascuno dei quali ha esaminato una delle
varie sezioni di cui essa si compone.
Ecco elencate le aree tematiche affrontate dai cinque
gruppi:
-
Biologica (Canazza, Fenaroli e Persico)
-
Cartografica (Peraldo L., Scapin e Spagarino)
-
Chimica (Bergamo, Delpiano, Pezzin, Pozzetto, Quaregna e Scardoni)
-
Geologica (Fabbricatore, Fiamma, Grasso, Martino, Peraldo N., Rey e
Scala)
-
Turistica e Storica (Dughera, Folino, Vialardi e Zampieri)
Ogni gruppo ha approfondito l’area tematica di
propria competenza attraverso la consultazione di testi, articoli on-line,
lezioni di docenti e di esperti esterni; sono inoltre state organizzate alcune
uscite sul territorio, grazie alla disponibilità del Preside e di docenti
accompagnatori, ai laghi del Mucrone e delle Bose, nel corso dell’anno
scolastico 2002 - 2003 e al lago della Vecchia, nell’anno scolastico corrente,
che ci hanno permesso di raccogliere dati utili e campioni delle acque da
destinare all’analisi.
Il lavoro è stato svolto con criteri differenti dal
normale metodo didattico, il che ci ha permesso di sperimentare una
collaborazione più intensa all’interno del gruppo classe; tutto ciò non sarebbe
stato possibile senza la grande disponibilità del personale docente e di tutti
coloro che ci hanno accompagnati nella preparazione e nel completamento dei
lavori svolti singolarmente.
Per questo un ringraziamento particolare va agli
insegnanti che hanno collaborato attivamente alla stesura e alla correzione
dell’area di progetto, al Preside e agli addetti dell’ufficio stampa.
Si ringrazia inoltre il geologo Stefano Maffeo, il
personale dell’ufficio di igiene e della Provincia, il Corpo Forestale dello
Stato e tutti coloro che hanno preso parte in qualche modo alla creazione di
questa area di progetto.
Gli Allievi della 5° D L.S.T. dell’ ITIS “Q.Sella”
Biella, maggio 2004

Componenti
gruppo:
Dughera Alice, Folino Alessandra, Vialardi Vanessa, Zampieri Daniela.
Indice:
- Informazioni geografiche, storiche e
demografiche pag.4
- Cultura pag.5
- Rappresentazioni orali e scritte pag.6
- Turismo
pag.14
·
Rifugi pag.14
·
Passeggiate pag.20
·
Sentieri pag.20
- Sport
pag.22
·
Arrampicate pag.22
·
Sci pag.28
·
Ciclismo pag.28
- Caccia e pesca
pag.29
- Artigianato pag.30
- Bibliografia pag.30
INFORMAZIONI
GEOGRAFICHE, STORICHE E DEMOGRAFICHE
Alle spalle della città di
Biella si aprono a ventaglio i sistemi vallivi, tra i quali spiccano la Valle
Oropa e la Valle Cervo;le due valli si caratterizzano per l’elevato livello di
insediamento, nonché per la loro ricchezza culturale.
La Valle Oropa, dove gli insediamenti estremamente
limitati sono attestati su versanti di scarsa insediabilità, è dominata dal Santuario che ne organizza la vita e le
stesse attività economiche.
La Valle Cervo è invece caratterizzata da
insediamenti di non trascurabile valore storico - culturale. Nell’alta valle
gli insediamenti storici di Rosazza, Piedicavallo e Campiglia Cervo godono di
una modesta residenzialità permanente. La bassa valle invece è sede di attività
produttive e dei maggiori insediamenti residenziali.
Facendo un salto nel passato scopriamo, da
ritrovamenti archeologici, che i primi abitanti della Valle Oropa furono, in
epoca preistorica, popolazioni liguri e celtiche, dedite alla caccia, pesca e,
successivamente, alla pastorizia. Nella parte bassa della Valle Oropa gli
abitanti seguirono lo sviluppo del principale centro: Biella, già fiorente in
epoca romana. L’alta valle invece era ricoperta da rigogliosi boschi tanto che
Emanuele Sella identificò nei versi del poeta latino Stazio l’immagine della
flora Biellese e della Valle Oropa in particolare.
La tradizione eusebiana, non suffragata però da
documenti, fa risalire l’origine del Santuario d’Oropa e quindi dei primi
nuclei stabili nella media valle, nel IV secolo d.C..
La prima fonte certa che testimonia la presenza
stabile nella media valle, risale al 1207, in un documento che testimonia la presenza
di due chiese con annesse residenze; mentre un nuovo documento del 1295 cita la
presenza di una terza chiesa.
In conformità a questi documenti, alla fine del 1200
la media valle era dotata di alcuni insediamenti stabili ma completamente
disabitata oltre i 1200 metri.
La popolazione andò poi progressivamente aumentando,
tanto che sul finire del 1300 furono censiti abitatori stabili a Cossila ed al
Favaro.
Il Santuario d’Oropa contemporaneamente aumentò la
sua importanza ed influenza richiamando migliaia di pellegrini. Inoltre nel
1960, dopo 2 secoli di progetti e di lavori, venne consacrata la seconda chiesa
di Oropa che presenta una cupola di 80 metri e può contenere fino a 3000
fedeli.
L’andamento demografico della valle dopo l’Unità
d’Italia vide prima un incremento di popolazione, a cui fece seguito un
decremento, cosa comune a tutte le valli alpine.
Nella montagna biellese, infatti, l’aumento della
popolazione per motivi naturali e il mantenimento della stessa si ebbero fino a
quando fiorenti furono l’agricoltura e l’artigianato e, nelle altre valli
biellesi, l’industria tessile. Ebbe inizio poi un lento e continuo esodo, che
prosegue tutt’oggi, verso il piano (processo di pianurizzazione) dove il lavoro
nell’industria e i servigi offerti dal centro urbano sono causa di attrazione
notevole. Questo esodo fu minore nella bassa valle dove maggiore era l’attività
industriale.
La Valle Cervo invece era inizialmente conosciuta
come Valle di Adorno e la parte alta della vallata contava un territorio
montano di circa 73 Kmq.
Le notizie storiche prima del X secolo d.C. sono
scarse e quindi non è possibile tratteggiare un profilo preciso sui fatti
antichi e sui primi insediamenti valligiani. Non sono stati trovati reperti o
testimonianze, ma è certo che, seppur scarsamente, la Valle fu abitata da
popolazioni di provenienza diversa.
In questa zona di confine e di transito tra Italia e
Francia, infatti, si alternarono popoli di razza mediterranea provenienti dalle
pianure, e stirpi celtiche che filtravano dalle montagne.
In quest’area ricca di boschi di castagno e di
faggio, ma anche caratterizzata dalla massiccia presenza della pietra, non fu
semplice per l’uomo trovare un equilibrio con l’ambiente naturale.
Già i primi abitanti valligiani, i Leponzi, che
alcuni indicano di origine celtica, altri ligure, seppero adeguarsi alla
rigidità del clima e vincere l’acclività del suolo. Popolo di cacciatori, di
pescatori e inclini all’esercizio della guerra, erano soprattutto dediti alla
pastorizia, dalla quale ricavavano i mezzi di sussistenza. La pastorizia fu,
infatti, a lungo un elemento determinante dell’economia valligiana: i prati e
l’uso che se ne faceva, il numero dei capi posseduti da ogni gruppo famigliare
erano sottoposti a regolamenti, tesi ad un corretto ed equo sfruttamento delle
risorse.
A questa popolazione, stabilitasi in Valle prima del
VI secolo a.C., ne seguirono altre provenienti dal nord, di origine celtica,
che si fusero con le autoctone.
Successivamente ci furono le guerre contro i Romani
e altre infiltrazioni di popoli di estrazione svizzera e francese, penetrati
dalla Valsesia e, in modo più consistente, dalla Valle di Gressoney.
Il primo documento autentico in cui si parla
dell’Alta Valle è una bolla papale redatta da Innocenzo III il 2 maggio del 1207,
nella quale si fa riferimento alla chiesa di San Martino di Campiglia Cervo:
questa citazione è importante perché attesta l’esistenza di alcuni insediamenti
già organizzati con un proprio luogo di culto. L’unica testimonianza rimasta
dell’architettura religiosa medievale è la chiesa di Santa Maria di Pedeclosso.
All’inizio del 1300, dunque, sono pochi i centri
valligiani stabili e costituiti solo da pochi casolari sparsi: molti villaggi,
infatti, si svilupparono lentamente nel corso del XIV secolo.
Nel 1694, in seguito a contese di ordine
amministrativo e a incomprensioni con la Bassa Valle, l’Alto Cervo ottenne
l’autonomia dal Marchesato di Andorno. Qui il Santuario di San Giovanni, già
meta devozionale agli inizi del XVI secolo quando era una piccola grotta
scavata nella roccia, diventa il monumento più significativo dell’Alta Valle
Cervo in epoca barocca. La chiesa venne realizzata tra il 1602 ed il 1608 e
ampliata nel 1742 dall’architetto Bernardo Vittone.
Importante è inoltre da ricordare la strada di
collegamento tra San Giovanni e Oropa, fatta costruire dal Senatore Rosazza
Pistolet dal 1889 al 1897 per agevolare gli spostamenti tra le due vallate e
unire due importanti luoghi di culto.
A partire dal ‘500 la pastorizia non fu più il
lavoro primario: l’uomo valligiano trovò infatti nella consistente presenza di
pietra, uno strumento per migliorare la propria condizione sociale. Essi
infatti si ingegnarono nella costruzione delle abitazioni, delle strade, degli
edifici pubblici e delle strutture collettive sfruttando il materiale che
avevano a disposizione: la sienite e lo gneis. Si crearono così veri e propri
esperti del mestiere quali i “mastri da muro” e i “pica pere”.
L’utilizzo della sienite portò allo sviluppo nella
Valle di attività industriali. Questo materiale, infatti, dal 1830 venne
estratto in grandi quantità. Inizialmente l’avviamento industriale non fu
semplice per la carenza di infrastrutture viarie e per la mancanza di mezzi di
trasporto adeguati, poi però alla fine dell’ottocento fu realizzata la linea
tranviaria Biella - Balma, che agevolò le comunicazioni e soprattutto gli
scambi.
L’avvio delle attività industriali si accompagnò ad
una grande offerta di lavoro che portò nella zona operai lombardi, veneti e
pugliesi.
Il flusso immigratorio ha, per qualche tempo,
compensato l’esodo delle famiglie locali, ma non è stato sufficiente a
ripopolare la vallata.
CULTURA
La Valle Oropa è caratterizzata dalla presenza del
Santuario, un luogo permeato da una religiosità profonda e particolarmente
viva, che affonda le sue radici in sei secoli di devozione popolare. Il suo
patrimonio artistico di grande valore va dalla Scala Regia alla Basilica
antica, alla Chiesa nuova, fino alle molte opere d’arte e alla famosa statua
lignea della Madonna Nera.
Essa è il simbolo stesso del santuario:
a lei si rivolgono i pellegrini che ogni giorno affluiscono ad Oropa. Semplice
e maestosa è custodita nell’antica Basilica, in un sacello decorato con
splendidi affreschi del ‘300.
Oropa in generale offre un patrimonio
unico d’arte e cultura: dalla settecentesca Porta Regia dello Juvarra al
Padiglione Reale dei Savoia, dalla biblioteca ricca di antichi volumi alla
collezione di arredi sacri e gioielli fino alle due gallerie di ex-voto.
Inoltre vicino al Santuario sorge il
Sacro Monte: 19 cappelle dedicate alla vita della Vergine e popolate da
centinaia di statue policrome, scolpite a partire dal 1620.
La valle Cervo, invece, è caratterizzata
dalla presenza del Santuario di San Giovanni Battista di Andorno. L’origine di
questo luogo sacro è sconosciuta: attorno al Simulacro del Santo, trasportato
qui in tempi antichi e venerato in una grotta naturale, sorse nel XVII secolo
la Chiesa primitiva. Questa fu in seguito ingrandita fino all’aspetto attuale
con il suggestivo chiostro con “burnell”, il porticato e la chiesa sullo
sfondo. San Giovanni è collegato con una strada, non del tutto carrozzabile,
attraverso la Galleria Rosazza, con il Santuario di Oropa.
RAPPRESENTAZIONI
ORALI E SCRITTE
Rappresentazioni scritte non meno importanti che
esulino dal campo religioso e riguardanti le due valli oggetto di questa
ricerca, sono sicuramente le leggende relative ai due rispettivi laghi: del
Mucrone e della Vecchia.
Esse costituiscono l’aspetto più curioso di questi
luoghi, ma contengono anche un fondo schiettamente morale, poiché recano nella
loro conclusione un consiglio od un ammonimento. Esse ci appaiono perciò
particolarmente interessanti in quanto si ricollegano alla pedagogia del
folklore.
Ve ne presentiamo alcune.
La prima fu inizialmente narrata da un
mandriano di Oropa, ed è qui esposta in una nuova rielaborazione letteraria. Le
altre sono inedite.
La
Trota d’Oro (Lago del Mucrone)
<<Non sarebbe male - riprese un terzo - se
avessimo qualche trota da far arrostire sulla brace: la legna non ci
manca!…>>.
<<Ben pensato - intervenne il quarto - uno di
noi scenda al lago del Mucrone a pescarle>>.
Uno scese. Affondò l’amo nelle acque grigiastre ed
immote del lago alpino, prigioniero tra le rocce, vigilato dalla sommità dei
monti, e lo trasse quasi subito. All’amo si contorceva, sprigionando iridati
barbagli, una trota di autentico oro.
Il tagliaboschi la mirava stupefatto e, certo, un
poco sgomento. Si dipartì da essa una voce armoniosa e sottile:
<<Lasciami andare, buon uomo, sono la fata del lago>>.
<<M’importa assai che tu sia la fata del lago
- rispose il tagliaboschi che nel frattempo si era ripreso - ora che ti ho
pescata non sarò così stolto da lasciarti scappare>>. (Pensava che la
trota d’oro fuor dell’acqua sarebbe morta, e che lui, vendendola, si sarebbe
arricchito).
<<Attento - riprese la vocina, questa volta
con intonazione minacciosa - attento, che il castigo non si farà
aspettare>>.
Contemporaneamente l’uomo avvertì nel mezzo del lago
un improvviso ribollimento.
<<Che cosa succede?>>.
<<Succede - rispose la trota-fata - che in
fondo al lago esistono misteriose fessure e che se io sono portata via queste
si apriranno sino a raggiungere i più profondi abissi delle Alpi, e ne
seguiranno terribili inondazioni che travolgeranno paesi interi>>.
L’uomo si commosse al pensiero della tragedia che
incombeva su tanti suoi fratelli e lasciò libero il pesce, rinunciando ad
essere ricco. Ritornato dai suoi compagni narrò quanto aveva visto ed inteso.
Gli altri tre si sbirciarono sospettosi; decisero,
ognuno fra di sé, quello che intendevano fare: pescare la trota, sprezzanti
delle rovine che ne sarebbero seguite.
Poco dopo i tre scesero, all’insaputa uno
dell’altro, e tutti insieme si trovarono presso il lago. Ognuno poi decise in
cuor suo di sopprimere gli altri due compagni, non appena la trota fosse stata
pescata, per restare il solo ed unico padrone del tesoro; ma il pesce guizzava
avanti e indietro, sott’acqua, innanzi i loro ami, quasi beffeggiando.
L’altro tagliaboschi, quello onesto, non vedendo più
tornare i compagni comprese la ragione della lunga assenza e scese egli pure al
lago.
<<Amici miei, lasciate la triste impresa:
grandi calamità avverranno, ripeto, se la trota d’oro sarà pescata>>.
<<Occupati dei fatti tuoi>> risposero i tre malvagi cocciuti, e persistettero con tanto accanimento da lasciar trascorrere tre giorni e tre notti senza bere, mangiare e riposare, sì che finirono col morire di sfinimento innanzi al lago grigio ed impassibile da cui si era sprigionato l’incantesimo meridiano che li aveva perduti.
“Le acque offrono innumerevoli motivi alle leggende e per le insidie
che esse nascondono e per quella melanconica suggestione di cui le loro sponde
sono pervase e che contribuisce ad immaginare erranti sovr’esse inquieti
spiriti dominati da un rimpianto o un rimorso.”
E’ questa la suggestiva introduzione
alla nota leggenda biellese del Lago della Vecchia che ci è offerta in tre
dissimili versioni dovute certo alla diversità del tempo di cui essa reca
l’impronta.
Il tema sostanziale, che è dato da un
bianco fantasma femminile con lunghi capelli che si aggira intorno alle sponde
del lago alpestre nelle ore notturne, non muta: mutano gli elementi che lo
compongono.

Al tempo
degli “Uomini delle Querce”
Nell’Alta Valle del Cervo (fiume a corso torrentizio
che scaturisce dalla Mologna) poco oltre il pittoresco paesino di Piedicavallo,
si diparte una strada mulattiera che conduce, dopo due ore circa di cammino, al
lago della Vecchia.
Sovrastante al lago abbiamo il colle
omonimo che segna il passo di confine fra il Biellese e la Valle d’Aosta.
Incise a graffito sulla roccia si possono scorgere, in questo estremo limite,
due figure di alpigiane, in costume della Valle di Gressoney una e della Valle
del Cervo l’altra.
Sopra esse si scorge, incisa, una rosa e
una didascalia. Dice la figlia del Lys: <<Guten tag!>>.
Risponde la figlia del Sarvo: << Buon giorno!>>, e l’altra: <<Figlia del
Sarvo, perché sotto i tuoi piedi si spianarono i dirupi?>>. <<Per
abbracciarti, sorella, o figlia del Lys, sull’alpe un fiore educai: fatto
adulto questa via si aprì!>>. Poco distante dal lago una trattoria-rifugio
offre ai viandanti il conforto del cibo e del riposo. Ivi si può anche
pernottare e godersi, nell’ipotesi che… non si voglia dormire,
l’indimenticabile spettacolo delle stellate notti alpine.
Nel muricciolo che fiancheggia il rifugio si staglia
nella pietra una fontana, raffigurante la testa di una vecchia, dalla bocca
della quale scaturisce un fresco zampillo d’acqua. Vi si legge la dicitura:
<<Della Vecchia il bacio ti disseterà>>.
Dal piccolo piazzale della trattoria alpina si
domina lo stupendo panorama della vallata e dei monti circostanti: il
M.Conetta, il Bò, il Bonom, l’Artignaia, il Montuccio, il Casto, la Colma, il
Bric di Zumaglia, ora con il suo nuovo castello, il Cresto, gli ultimi
contrafforti del Camino, del Tovo, del Cimone e, infine, si scorge la pianura
degradante ora in morbide tonalità di pastello nelle ore del mattino, ora quasi
incandescente nella gloria del sole meridiano, o della luce ardente del
tramonto che dipinge pennellate di fuoco sull’orizzonte, ora avvolta dal malinconico
eppure suggestivo velo di nebbie che sommergono, in una indeterminatezza di
sogno, i colori ed i contorni delle cose.
A pochi passi dal lago, incisa su di una parete
rocciosa, sempre a graffito, accoglie il viandante una figura di una vecchia, la
quale si appoggia ad un nodoso bastone; presso alle sue gonne si stringe
amorevolmente un orso, come un cane fedele. Si legge la dicitura: <<Son
del Lago la vecchia ombra amica: vi saluto o passeggeri!>>. Essa è dunque
uno spirito benigno dell’alpe.
La <<Vecchia del Lago>> è la
protagonista di una antichissima leggenda d’amore e di fedeltà che si ricollega
al periodo celtico.
I Celti, adoratori del Sole, non erigevano a quello
che essi credevano onnipotente Iddio, i templi per il culto: pareva a loro indegno
ad una divinità essere rinchiuso fra le mura. Ma tempio era l’immensità della
montagna, pareti le querce, i faggi, i pini e gli abeti, altari le rocce,
cupola il cielo. Lassù essi, che erano alti e forti e dotati di coraggio non
comune, vivevano con le loro donne leggiadre, bianche di carnagione e bionde di
capelli. Fra di esse una ve ne era che tutte le sorpassava in bellezza. Era una
fanciulla quindicenne. Un giovanissimo guerriero del luogo se ne invaghì ed
essa lo corrispose; innanzi al sole si giurarono amore eterno. Venne il giorno
delle nozze. La roccia, che era altare, appariva adorna di fiori alpestri e di
verdi fronde; il sole sorgeva incandescente. Un poco oltre il lago verso nord,
benché fosse il mese di agosto, si stendevano larghe chiazze di neve che nel
gioco della luce traevano riflessi di rubini e zaffiri. Tutto era pronto per il
rito e la natura appariva in festa. La sposa ornata di ricche vesti, di collane
ed armille attendeva. Ma lo sposo ritardava. Di mano in mano il tempo passava, l’attesa
si trasformava negli astanti in inquietudine: nella sposa in disperazione. Il
sole, indifferente deità, seguiva il suo corso: s’innalzò, sfolgorò, decrebbe,
scomparve: la giornata era trascorsa. Scesero le viole del crepuscolo: la
vallata si riempì di ombra: l’ombra salì a sommergere la montagna: il cielo si
fece oscuro, s’accese la prima stella. E, vigilata dalle stelle, la sposa
giovinetta attese tutta la notte sola, presso la roccia inghirlandata e
deserta. Verso il mattino il cielo minacciò uno di quei terribili ed improvvisi
temporali estivi: dalla densa nuvolaglia l’alba filtrò a fatica livida e
stanca. Giunse un uomo trafelato e sconvolto e annunziò alla giovane che lo
sposo era stato trovato morto con uno stile piantato nel cuore, nel fitto di
una boscaglia, nel declivio del monte presso una quercia. Volle la sposa che
l’amato le fosse recato innanzi e dispose quindi che ad esso si donasse
sepoltura in fondo al lago. E da quelle sponde la fanciulla, che era rimasta
vedova prima di essere moglie, più non si mosse… . Un orso fu la sua unica
compagnia.
Passarono gli anni e la solitaria vergine, purissima
custode di un imperituro sogno di amore, fu tenuta in conto di maga e di
profetessa. Ad essa traeva la sua gente per rimedi, sortilegi, responsi. Invecchiava:
la bella persona s’incurvava; i biondi capelli si incanutivano: divenne
<<La Vecchia del Lago>> e per conseguenza il lago fu chiamato
(denominazione che tutt’ora serba) il <<Lago della Vecchia>>. Non
potè mai scoprire chi le avesse ucciso lo sposo: forse un amante respinto o
forse, per qualche recondito disegno, l’ordine sinistro, quale inappellabile
sentenza, era partito da un <<Uomo delle Querce>> (Druido) che
aveva deciso, dalla sua cupa solitudine, la sorte dell’infelice. La <<Vecchia>>
morì senza sapere. Fu calata nel fondo del lago ove da anni riposava la spoglia
del suo diletto, ma nelle superne regioni (i Celti credevano ardentemente e
fermamente nella immoralità dell’anima) i due spiriti s’incontrarono e si
fusero. E ancora oggi, nelle magiche notti di luna che sembrano animare la
montagna di una misteriosa vita, i mandriani affermano di scorgere sorvolare
sulla superficie del lago un fantasma dai lunghi e bianchi capelli.
In una lontana terra del Sole viveva un re con la
sua giovanissima e bellissima sposa. Poiché la loro unione era d’amore, la
felicità albergava nel cuore di entrambi. Un giorno il loro regno venne invaso
dalle Legioni Romane che trionfalmente sottomettevano il mondo al loro dominio.
I sovrani orientali, per non essere presi in ostaggio, riuscirono a fuggire
travestiti da popolani. Un guerriero biellese li scoprì e, ignorando il loro
vero essere, li condusse nella sua terra in qualità di schiavi. Ma un servo
fedele e devoto ai sovrani li seguì, e diede loro la libertà, riscattandoli. Ma
il re poco sopravvisse: gli strapazzi ed i dispiaceri lo avevano logorato. La
vedova, fatta costruire dal servo una cassa intagliata negli annosi tronchi di
quercia, fece chiudere in essa l’amata spoglia e cercò nella solitudine delle
prealpi biellesi un luogo che le sembrasse degno dell’eterno riposo del suo
signore. Il piccolo lago montano le apparve tacito ed ospitale.
Nelle sue acque tranquille fu calata la cassa e,
licenziato il servo pregandolo di ritornare al suo paese, sola ella volle
rimanere a vegliare il suo diletto.
La donna, bruna come la Sulamita, era di mirabile
bellezza: tuttavia gli alpigiani fuggivano la <<straniera>> come
una perfida masca. Ella viveva in una caverna presso il lago; si nutriva di
erbe, di frutti selvatici e del latte di una capretta che le faceva affettuosa
compagnia insieme ad un orso che essa aveva addomesticato. La chiamavano
<<La Donna del Lago>>. Un giorno il fanciullo di un alpigiano si
ammalò gravemente. Il caso era disperato. Giunse <<La Donna del
Lago>> e gli apprestò i filtri che essa componeva con erbe alpine. Il
giovanetto risanò. Fu gridato al miracolo e la bellissima venne idolatrata da
quella gente semplice e primitiva come una divinità del luogo. Tutto ciò che di
meglio essi possedevano nella loro sobria esistenza lo recavano alla
<<Donna del Lago>> che li ricambiava curandone gli infermi ed
apprendendo loro molte delle utili cognizioni che essa possedeva. Gli anni
passavano, la bella persona s’incurvava; s’imbianchivano i capelli; era ormai
<<La Vecchia del Lago>> ed il lago, che i montanari le
riconoscevano come indiscutibile dominio, lo dicevan il <<Lago della
Vecchia>>. Essa morì in tarda età; la piansero e, chiusala in una cassa
d’abete, sotto una coltre profumata di fiori della montagna, la calarono in
fondo al lago accanto allo sposo perdutamente amato… .
E delle sue creature, simbolo del perfetto amore
coniugale che dura per la vita ed oltre, le acque tranquille furono soave
rifugio e sempiterno mausoleo.
E ancora oggi nelle magiche notti di luna che
sembrano animare la montagna di una misteriosa vita, i mandriani affermano di
scorgere sorvolare sulla superficie del lago un fantasma dai lunghi capelli
bianchi. Essa è del lago la <<Vecchia>> ombra amica che ama i
mortali, salva i viandanti smarriti, protegge gli innamorati.
Nella prima metà del XVII secolo viveva serena e
felice nel grazioso paese di Rosazza, così suggestivamente imprigionato, quasi
una gemma, dal castone dei colli e delle prealpi che la stringono dappresso,
così ricco d’acqua e di alberi fronzuti e, in primavera, di una multiforme e
smagliante fiorita, una bella ragazza di nome Lena. Un giovane che si chiamava
Toniotto l’amava ed essa lo corrispondeva: prossime erano le nozze. Rosazza
contava allora solamente una quarantina di case sparse qua e là sul pendio tra
il Campiano ed il torrente Pragnetta. L’attuale chiesa parrocchiale, ricca di
marmi e di pregevoli quadri allora non c’era; una modesta chiesuola sorgeva
pressappoco nel medesimo luogo; tranquilla, operosa, trascorreva per i
valligiani l’esistenza. Semplici e rari erano gli svaghi e le feste
tradizionali. Due fra di esse, apparivano le più importanti: la festa del
“risotto” e quella dell’ “ovo”.
A Rosazza le case non vedono il sole per due mesi
all’anno, perché la sua luce è intercettata dai monti che chiudono, a mezzodì,
il paese. Quando il primo raggio appariva su di esse, il suo ritorno veniva
festeggiato dal famoso “risotto” paesano.
La festa dell’ “ovo” ricorre il giorno dopo pasqua:
Pasquetta. I valligiani si recano in allegre comitive alle Selle, o a Desate o
altrove, a consumare le ova pasquali; ammanite sode o in frittata, con
l’insalata fresca. Dopo i vespri si riunivano nella piazzetta di S. Pietro e la
danze avevano inizio.
In un pomeriggio di Pasquetta aveva dunque luogo il
tradizionale ballo. Le giovani valligiane, leggiadre come rose nel pittoresco
costume regionale, si abbandonavano gioiosamente al loro divertimento preferito.
Certo è che la coppia più ammirata era quella di Toniotto e di Lena. Le madri e
le persone anziane stavano a guardare benevolmente sorridendo. I suonatori si
erano allogati in un vano della facciata della chiesa. Dirigeva un certo
Sciaborda, vecchio e quasi cieco. “Furlana”, “Monferrina” si susseguivano
animatamente. Ad un tratto apparve un uomo in divisa con un tamburo a tracolla
il quale salì sulle scalinate della chiesa, era un certo Capello, valletto
comunale.
Con un lugubre rullio di tamburo impose il silenzio:
l’orchestra tacque d’improvviso, la folla, prima allegra, si fece triste e
preoccupata. Fra terra e cielo passò quel non so che di misterioso,
d’invisibile e di imponderabile, ma che è immancabilmente avvertito, e che reca
il presagio di qualche grave e forse doloroso avvenimento. Il Tapello trasse
dal giustacuore un foglio di carta con il sigillo comunale e con voce stentorea
incominciò: “Ascoltate, ascoltate: Toniotto r… ed Eusebino M… ambedue nati e
domiciliati nel cantone di Rosazza, sono designati a far parte della leva
ordinaria del signor Duca di Savoia, felicemente regnante. La partenza è
fissata fra dieci giorni”.
Ripetè, a guisa di chiusura, il rullio e si
allontanò. La costernazione regnò fra i presenti.
Toniotto ed Eusebino si misero a protestare contro ciò che definivano una ingiustizia: gli amici tenevano bordone. Lena, con la bella testolina bionda abbandonata sulla spalla materna, singhiozzava forte. Il clamore confuso della folla in subbuglio giunse fino alle stanze del parroco che comparve sulla piazza. Appreso il motivo li redarguì “Cos’è questa ribellione? … inutile inquietarsi, figli miei; noi tutti dobbiamo ubbidire a chi è nostro padrone in terra, così come dobbiamo ubbidire al nostro signore che è in cielo. Su, su, Lena, smetti di piangere: non sai che le lacrime femminili tolgono agli uomini ogni valore e virile virtù? E tu, Toniotto, e tu, Eusebino, animo: niente lamentele, niente imprecazioni; fate il vostro dovere, e così come siete stati dei buoni ragazzi, siate ora dei buoni e bravi soldati, e fate in modo che possiamo essere fieri di voi”. Le parole del vecchio pio e saggio funzionarono per calmare gli spiriti eccitati. La folla si sciolse lentamente e sulla piazzetta già tanto animata, cadde melanconicamente, colla solitudine e il silenzio, la sera. Attraverso i vetri chiusi delle case, vividi si accesero costellando di punti luminosi l’ombra invadente, gli occhi delle lampade… . Nel cielo brillava la prima stella, e la notte, col suo riposo, o colle sue inquietudini, s’approssimava a scendere su quella giornata che era stata, per la tranquilla vita paesana, tanto densa di avvenimenti. Cantava la ninna - nanna il mormorio delle acque.
Giunse il giorno della partenza. Il parroco benedì
Toniotto ed Eusebino, ammonendoli ancora una volta di far sempre il loro dovere
di cristiani e di soldati. Lena accompagnò il fidanzato per un buon tratto di
strada; si lasciarono dopo rinnovato giuramento e, da parte di Lena, in un
profluvio di lacrime.
Dopo alcuni giorni Toniotto scrisse da Torino informando Lena, ed i suoi amici, che gli facevano fare gli esercizi militari, e che si parlava molto di una prossima guerra. Passò un mese e riscrisse affrettatamente che egli era in procinto di partire, poiché il suo reggimento era stato designato a far parte del corpo di esercito che il signor Duca inviava in aiuto ai Veneziani, per combattere i Turchi in lontano paese. Giunsero notizie da Venezia, Zante, Paros ed infine da Candia. Da quei luoghi inviava lettere descriventi gli orrori della guerra contro gli infedeli che non avevano nessuna pietà per i feriti e per i prigionieri. Lena viveva in una indicibile angoscia e si struggeva come un cero. Unico conforto lo trovava nel pregare per il suo caro, prostrata in chiesa, innanzi all’Effige della Consolatrice degli afflitti… . Intanto quei quattro lunghi anni trascorsi dalla partenza del suo amato e la guerra non accennavano a finire. Lena era sempre triste, il suo dolore aveva perso la forma disperata dei primi tempi: con un grande spasimo nel cuore non si vive, o si muore o ci si rassegna, e Lena, che non era morta, si era alfine rassegnata. Accadde che una sera di giugno giunse al paese una ricca famiglia torinese composta dal capo di essa, il signor Spiridione, dalla moglie, da due figlie e da un figlio, il signorino Carlo. Essi, abbandonata temporaneamente Torino per sfuggire la peste che allora vi infieriva, avevano affittato la miglior casetta del paese. Non passò molto tempo che il giovane Carlo, in principio per ingannare la noia, in seguito seriamente, si mise a corteggiare la bella Lena. Essa, benché lusingata, per qualche tempo lo respinse, ma poi poco a poco dimenticò il povero Toniotto lontano ed ascoltò il giovane signore che prometteva di sposarla. I genitori di lui che prima si erano opposti alla loro unione, dovettero cedere.
Toniotto nel frattempo non aveva mai più scritto. “Tanto meglio - pensò Lena - vuol dire che mi ha dimenticata”. Ma poiché il silenzio di Toniotto persisteva, i suoi vecchi genitori si inquietarono, e ricorsero al parroco il quale, per mezzo di alcuni suoi autorevoli amici di Torino, fece scrivere direttamente al capo generale dei Piemontesi a Candia, il marchese Villa, il quale rispose che Toniotto si comportava da valoroso, e che era stato decorato e promosso sergente. Marta, la madre di Lena, che non poteva del tutto dimenticare quello che doveva essere il suo futuro genero, sospirò: “Mia figlia è senza cuore per abbandonare un bravo giovane, un giovane d’onore come Toniotto”. Oltre a ciò l’infedeltà di Lena la inquietava, perché temeva che quelle nuove e ricche nozze portassero sventura a tutti. Anche il parroco era ostile, e spesso le diceva: “Marta,Marta! Siete un brava donna, ma non abbastanza forte. Se la buona anima di vostro marito fosse ancora in vita, egli si che avrebbe potuto impedire questa cattiva azione di vostra figlia”. La povera Marta viveva in continue preoccupazioni. Infine decise di recarsi a Piedicavallo ad interrogare una zingana. Mise il vestito delle grandi occasioni: il grembiule ricamato, lo scialletto di seta, il fazzolettone a fiorami sul capo, i pendenti agli orecchi, i dorini al collo; preso un paniere, lo riempì di frutta, formaggini e ova; acchiappò una starnazzante gallina e si mise in cammino. La zingana era una donna di mezza età; anzi non si poteva comprendere con precisione l’età sua: una volta appariva straordinariamente giovane, un’altra improvvisamente vecchia e brutta.
Magra e pallida, con in sé qualcosa di satanico,
aveva due grandi occhi grigi che incantavano, capelli neri e crespi, una rossa
tumida bocca, denti d’alabastro. Portava, estate e inverno, una veste nera e su
questa, attorno alla vita a mo’ di cintura, un’ampia fusciacca di stoffa
scarlatta che acconciava anche, a seconda della stagione, con sciarpa o
scialle: ignoravano il suo nome perciò la chiamavano semplicemente la zingana.
Anche ignoravano il paese della sua origine. Dicevano “L’ha portata la bura”
che era giunta in una notte di nubifragio (il fiume Cervo era
straordinariamente ingrossato) e al mattino avevano trovato questa singolare
straniera accompagnata da un caprone nero dagli occhi fosforescenti. Si stabilì
in una casupola mezzo diroccata, posta a circa un quarto d’ora di strada dalla
parrocchia di Piedicavallo. L’anonimo scrittore del volumetto informa che…
“essa era in fama di fattucchiera e di indovina. Le comari più rispettabili e
più degne di fede di Piedicavallo, Montesinaro e di Rosazza, attestavano che
faceva il sabbat (su nel piano d’Irogna) e che danzava e ridava in compagnia
del suo caprone sulla più alta cima del noce che ombreggiava il suo abituro, e
che a cavalcioni dell’animale si spiccava in men che non si dica dalla Sella
alla Gragliasca, e da questa alla Mologna”.
Non pochi furono coloro che in odio alla zingana,
che era poi una masca, tentarono di abbattere il noce, ma tutti furono colpiti
da grave malore, tanto che fu deciso di lasciarlo: lo definirono il noce
maledetto. La straniera però rispettava la roba altrui, poiché viveva delle
generose offerte che, in cambio dei suoi consigli e dei suoi rimedi ritenuti
prodigiosi, le venivano dai suoi clienti di Biella, Vercelli e anche, dicevano,
di Torino. Le autorità civili ed ecclesiastiche la lasciavano in pace, perché
non esisteva a suo carico prova alcuna che avesse affatturato cristiani o
bestie.
Quando Marta giunse nell’abituro il caprone brucava
l’erba, e nell’interno la zingana, curva sopra il focolare, stava rimestando in
una pentola di broda nera che bolliva sopra una gran fiamma. Gufi, pipistrelli,
lucertole e rospi, imbalsamati o disseccati, si vedevano sopra il canterano o
inchiodati alle pareti o gettati alla rinfusa qua e là tra i fiori alpestri e
le erbe. Dagli animali e dalla flora alpina la zingana estraeva i suoi
misteriosi medicamenti.
Appena vide entrare Marta si alzò di scatto,
fissando la donna colle sue grigie pupille allucinate e allucinanti. Marta,
sgomenta, fece il suo dono che la zingara accolse con le sue mani rapaci in
silenzio: seduta stante tirò il collo al pennuto e lo gettò in un angolo della
stanza: poi liberò il canestro dal suo contenuto e lo restituì senza
ringraziare; offrì alla visitatrice uno sgabello indicandolo con una mano.
Marta accennò timidamente a parlare: la fattucchiera le fece un gesto come per
dire “risparmia il fiato, so già tutto”. Afferrò uno scranno a tre piedi, vi
impose le mani tracciandovi sopra segni cabalistici ed interrogandolo in lingua
straniera. Lo scranno si mosse e rispose con alcuni colpi secchi. La zingara
ritrasse le mani e si coprì fuggevolmente il volto colla rossa fusciacca come
dinnanzi ad una visione di orrore. Poi fissò la donna con uno sguardo ove c’era
un lampo di commiserazione e per la prima volta nella seduta fece udire la sua voce strana che aderiva singolarmente
alla sua figura scabra e pur ardente, voce calda, ricca di note centrali. “Tre
morti - mormorò - tre morti”. La donna atterrita chiese spiegazioni: nuovamente
la strega ripeté “Tre morti!” e ricadde nel suo cupo mutismo.
Marta tornò a Rosazza affranta. Incontrò nella
piazzetta di S. Pietro il parroco e sinceramente gli raccontò tutto. Aggiunse
anche che un giorno di mattino presto (era ancora buio) allo stretto delle
Balmucce le era apparsa una misteriosa fiammella: che una civetta ogni notte
strideva presso la sua casa, e che a mezzanotte su e giù per la scala di legno,
e lungo il ballatoio udiva un pauroso scalpiccio; si era fatta coraggio e aveva
guardato: nessuno; ma appena coricata lo scalpiccio riprendeva.
Il parroco la redarguì “Avete fatto malissimo ad
interrogare la zingara; colle sue frottole e il suo apparato vi fa tutte
impazzire, voi connette: in quanto al resto… allucinazioni! E’ la vostra
coscienza che non è tranquilla. Date retta a me; pregate perché Dio vi
illumini: narrate tutto al signor Carlo, e fate in modo che vostra figlia mandi
all’aria queste infauste nozze”.
Lena non si lasciò persuadere: il miraggio di
diventare una delle più ricche signore di Torino era troppo lusinghiero.
Passarono alcune settimane. Un brutto giorno il messo comunale, Pierin Capello,
con volto rabbuiato, quasi già ne presagisse il contenuto, recò un plico al parroco. Il messaggio
informava che Toniotto era rimasto ucciso durante un assalto dato dai Turchi a
Candia. La costernazione del paese fu generale: non si poteva credere che quel
bel giovane, buono, forte, audace, che tante volte aveva preso parte alle
battute di caccie contro l’invasione di lupi ed orsi che nella rigida stagione
invernale scendevano dai monti spingendosi fin presso all’abitato, fosse morto.
Solo Lena non era sincera nel suo dolore: la morte dell’antico fidanzato le
appariva come una liberazione.
Giunse il giorno stabilito per le nozze. Il paese
era in gran movimento. All’ora indicata il lungo corteo nuziale, pittoresco per
gli sgargianti costumi contadineschi e per i lussuosi abiti cittadini, s’apprestava
ad entrare in chiesa. Tutti erano lieti e sorridenti: solo la sposa,
pallidissima sotto il velo bianco, e Marta, la madre apparivano inquiete, quasi
presentissero un qualche sinistro avvenimento. Lo Sciaborda e la sua rustica
orchestra erano stati messi da parte: artisti celebri fatti venire apposta da
Torino accolsero l’entrata del corteo in chiesa colle note di un mottetto del
Frescobaldi. La Chiesa sfavillante di ceri, guarnita da ricchi tappeti che
coprivano quasi tutto il pavimento, era fiorita come una serra. Tuttavia nulla
valeva a rasserenare la fronte della giovanissima sposa, poiché la pena che le
pesava in cuore era lancinante. Durante il periodo di fidanzamento essa aveva
potuto, sopraffatta dalle svariate occupazioni, far tacere il ricordo e con il
ricordo il rimorso.
E’ della natura umana lo sforzarsi a dimenticare ciò
che ci torna sgradito: ma un ricordo non si abolisce anche se dorme nel
profondo della memoria: ad un tratto si risveglia nella sua nitidezza cruda e
parla; è anche della natura umana tentare di far tacere il rimorso: per lungo
tempo esso può fasciarsi di silenzio, ma ad un tratto, proprio quando è
inaspettato, come un cane rabbioso che sbuca all’improvviso da una siepe di
ortiche e di pruni, si getta sulla sua vittima e la dilania. Così il rimorso si
accompagna, sinistro fratello, al ricordo.
Ben ricordava ora Lena la sera che precedeva la
partenza del povero Toniotto, di quella lunga preghiera di entrambi, in quello
stesso luogo, allora melanconico e deserto nelle ombre vespertine, prostrati
innanzi alla statua della Vergine che aveva ascoltato materna e dolente il
vicendevole giuramento: se uno dei due fosse morto l’altro non avrebbe dovuto
sposarsi mai più. Lena aveva fatto di peggio, aveva incominciato a mancare al
giuramento quando Toniotto era ancora vivo, e di ciò che faceva non aveva mai
risentito alcun turbamento. Ma ora, sul punto di infrangere definitivamente la
sua promessa, ogni baldanza le veniva meno; il terrore la invadeva; comprendeva
ben chiaro che c’era una cosa che essa, anche con tutto l’oro del suo novello
sposo, non avrebbe potuto comprare, la pace della sua coscienza.
Entrati in chiesa, gli sposi presero posto in due
inginocchiatoi parati di velluto rosso e oro. Ad un tratto dalla folla si
sollevò un inquieto bisbigliare e tutti si voltarono verso un punto. Chi era
l’uomo appoggiato ad un pilastro, ammantellato di nero, il volto coperto da un
cappellaccio a larghe falde?
Nel momento in cui il parroco, benedetti gli anelli,
li consegnava allo sposo e questi faceva l’atto di infilarlo all’anulare di
Lena il torvo intruso si lanciò in un balzò e carpì l’aureo cerchietto: “A me
spetta donartelo, a me, Toniotto tuo sposo”. Il mantellaccio ed il cappello
caddero, e agli occhi degli astanti apparve uno scheletro che piombò,
scricchiolando a terra. Marta a quella vista diede un grido straziante e si
abbatté senz’anima. La folla si disperse urlando “Si salvi chi può”. Lo sposo e la sua
famiglia scapparono prima degli altri: solo il parroco non perdette il controllo
di se stesso. Fece dare cristiana sepoltura allo scheletro e alla spoglia della
disgraziata Marta. E di Lena che ne era stato? … Terrorizzata anche lei era
fuggita con gli altri. Ma, dopo, dove era andata che non la trovarono più? … .
In seguito a quel macabro e sopranaturale intervento
dello scheletro alla cerimonia il parroco apprese da un reduce di Candia in
qual modo Toniotto fosse stato messo al corrente dell’infedeltà di Lena.
Eusebino, l’altro rosazzese che in primo tempo era partito per la guerra, non
tardò a morire in uno scontro, lasciando a Toniotto i suoi pochi effetti in
eredità. Rovistando nella valigia dell’amico, Toniotto trovò alcune lettere che
Eusebino aveva ricevute dai suoi familiari di Rosazza che narravano degli amori
di Lena con il ricco signore di Torino e del suo prossimo matrimonio. Da quel
giorno Toniotto non scrisse più in paese e cercò volontariamente la morte
lanciandosi là dove la mischia era più feroce; ma la morte sempre lo deludeva
ed il soldato, sospinto da un disperato eroismo, non riusciva che a meritarsi
sempre maggiori decorazioni al valore: alla fine l’audace cadde nell’assalto di
Candia.
Lena, dunque era scomparsa. Dopo parecchi giorni,
alcuni pastori informarono di aver scorto la fanciulla (sparsi al vento i
capelli biondi rapidamente incanutiti, lacera la bella veste nuziale) errare su
per i monti e attorno al lago: invano avevano cercato di impadronirsene. Non
passò gran tempo che fu trovata morta presso quelle tranquille sponde. Fu
trasportata in paese ove ebbe cristiana sepoltura, ma il suo spirito, narravano
paurosamente i mandriani, rimase lassù e lassù dovrà restare per chissà quanti
secoli ancora insino a che abbia scontata la pena del suo voto infranto, e
ancora oggi nelle magiche notti di luna i mandriani affermano di scorgere
sorvolare sopra la superficie del lago la candida figura femminile dalle folte
e candide chiome sparse e di udire, nelle notti tempestose, commisto al sibilar
della bufera, il lugubre lamento di questo malplacato spirito che rimprovera,
con la sua, tutte le infedeltà d’amore. Per la sua bianca parvenza e i suoi
bianchi capelli, l’inquieto fantasma fu per i semplici mandriani la “Vecchia
del Lago” e da essa il lago trasse il nome.
Così, come vedete, il vaticinio della maga dalle
grigie pupille selvagge, si era avverato: “Tre morti”: Toniotto, Marta, Lena.
Il richiamo esercitato dal Santuario della Madonna
Nera e l’amenità dei luoghi fa sì che si assista da secoli ad un continuo
flusso di pellegrini, villeggianti, e ultimamente grazie alle attrezzature
sciistiche anche di sportivi.
Come
ci si arriva
Sono molti i turisti interessati alla visita o alla
villeggiatura in queste due valli, provenienti non solo dall’Italia. Ecco
alcune informazioni per raggiungere questi luoghi ricchi di cultura e risorse
naturali incontaminate:
in entrambi i casi, per chi non è delle immediate
vicinanze piemontesi, bisogna imboccare l’autostrada A4 Torino - Milano,
uscendo a Carisio e seguendo le indicazioni per Biella (circa 20 km).
Nel primo caso si prosegue per la Valle Cervo, circa
altri 20 km; da Bielmonte tramite la panoramica
Zegna, scesi nella valle, prendere a destra per Rosazza poi seguire le
indicazioni.
In Valle Cervo le strade non sono molto larghe, sono a giusta misura di camper.
Oropa invece è unita a Biella da una comoda statale,
lunga 12 Km che sale gradualmente, toccando graziose frazioni e offrendo
suggestivi scorci delle montagne biellesi. Per chi non disponesse di un’auto
privata, vi sono numerose corse di autobus che collegano in 40 minuti la
stazione ferroviaria di Biella al Santuario. Per avere gli orari aggiornati, si
consiglia di telefonare all’ATAP (015-401715). Durante tutto l’arco dell’anno,
poi, sono numerose le persone che, per recarsi in visita alla Madonna Nera,
scelgono di andare a piedi lungo il vecchio percorso del tram o vari sentieri
boschivi, come ad esempio il sentiero della Madonna d’Oropa o il sentiero del
Soleri.
Rifugi
Nelle vecchie cascine sparse
per le due valli si è sempre data ospitalità ai pellegrini. L’alpigiano non
poteva offrire dapprima che un giaciglio nel fienile e un piatto di polenta e
latte, trasformatosi poi nella <<polenta concia>>. Con l’andar del
tempo questa attività inizialmente sporadica è diventata sempre più
complementare e quando ha permesso introiti superiori a quelli
dell’allevamento, le stalle si sono trasformate in ristoranti e le casere in
cucine. Permangono pur sempre ancor oggi alcuni esempi di trattorie annesse
alla cascina, dove nell’ambito della famiglia rurale agli uomini spetta il
lavoro della stalla ed alle donne quello della cucina e del servizio.
Queste due valli non avendo
itinerari alpinistici di rilievo è sede di escursioni facilitate dalla presenza
di numerosi rifugi, la maggior parte dei quali costruiti dalla Società Sportiva
Pietro Micca. Sono qui di seguito presentati i più conosciuti:
Rifugio
Rosazza - 1818m (Alta Valle Oropa)

Il rifugio è di proprietà dell’Amministrazione del
Santuario d’Oropa.
Accesso: si trova poco sotto la stazione di arrivo
della funivia Oropa - Lago; oppure a piedi da Oropa in 1 ora e 30 (sentiero
D13).
E’ aperto tutti i giorni dal 1° al 31 Agosto, mentre
dal 1° Giugno al 31 Luglio, dal 1° al 30 Settembre e dal 1° al 31 Dicembre
solamente nei week-end. Nei mesi di Maggio e di Ottobre sarà aperto solo la
Domenica. Fornisce bevande, pasti e pernottamento; dispone di 24 posti letto,
ma non di un locale invernale. E’ gestito da Coda Zabetta Walter - Via Delleani,
7 - 13057 Pollone Tel. 015/61526.

Rifugio
Capanna Renata - 2391m (Monte Camino, Alta Valle Oropa)

Il rifugio è di proprietà dell’Amministrazione del
Santuario di Oropa.
Accesso: si trova all’arrivo della cabinovia Oropa
Lago - Monte Camino; oppure a piedi da Oropa in 3 ore (sentieri D13 e D 21).
E’ aperto tutti i giorni dal 1° al 31 Agosto, mentre
dal 1° Gennaio al 1° Agosto, dal 31 Agosto al 30 Settembre, solamente nei
week-end. Fornisce bevande, pasti e pernottamento; dispone di 8 posti letto, ma
non di un locale invernale. Tel 015/20437. E’ gestito da Filippetti Tiziana -
Regione Cascine Bianche - 13818 Tollegno Tel.015.421436.


Il rifugio è di proprietà della Comunità Montana
Alta Valle Cervo - La Bursch
Accesso: si raggiunge in due ore da Piedicavallo
(sentiero E50).
E’ aperto tutti i giorni dal 30 Giugno al 30
Settembre, mentre a Giugno solamente nei week-end e dal 1° al 28 Maggio
solamente la Domenica. Fornisce bevande, pasti e pernottamento; dispone di 16
posti letto, ma non di un locale invernale. E’ gestito da Cabarle Alberto - Via
Corridoni, 14 - Fraz. Montesinaro 13060 Piedicavallo. Tel 015/609270
depositario delle chiavi e che si può eventualmente contattare anche durante i
periodi di chiusura.
Rifugio Madonna Della Neve – 1480 m (Alta Valle
Cervo)

Il rifugio è di proprietà del Sig. Rosazza Gianin Giovanni.
Accesso: è raggiungibile da Piedicavallo in un’ora
(sentiero E40) e da Rosazza in un’ora e trenta (sentieri E30 e E32).
E’ aperto tutti i giorni dal 1° Maggio al 31
Ottobre. Fornisce bevande, pasti e pernottamento; dispone di 15 posti letto, ma
non di un locale invernale. E’ gestito da Rosazza Gianin Giovanni - Via Piave,
3 - Piedicavallo (Bi) - Tel 015/609211. Tel Ufficio 015/402682 (studio Altieri
- Via Gorizia 4 - Biella) che si può eventualmente contattare anche durante i
periodi di chiusura.

Rifugio
Alfredo Rivetti - 2150m (Alta Valle Cervo)

Il rifugio è di proprietà del CAI Sezione di Biella.
Accesso: si raggiunge in due ore e trenta da
Piedicavallo (sentiero E60).
E’ aperto tutti i giorni dal 3 Giugno al 1° Ottobre,
e l’ultimo week-end di Maggio.
Fornisce bevande, pasti e pernottamento; dispone infatti di 58 posti letto e di
un locale invernale sempre aperto, attrezzato e con 8 posti letto. Tel
015/473201. E’ gestito da Zoia Alessandro - Veglio (Bi) - Tel. 015.748282.

Bivacco
Padre Mauro Antoniotti - 2556m (Cima di Bo, Alta Valle Cervo)

Accesso: si raggiunge in quattro ore da Piedicavallo
(sentieri E70 e E72).
Questo piccolo rifugio venne ricostruito negli anni
1980 - 81 da volenterosi abitanti della Valle Cervo ed è stato dedicato alla
memoria di Padre Mauro Antoniotti, parroco di Rosazza e volontario del Soccorso
Alpino. Si trova ad una decina di metri sotto alla vetta della Cima di Bo, sul
versante occidentale. E’ incustodito e sempre aperto; può ospitare 10-15
persone sul tavolato per il pernottamento, attrezzato con coperte e materassi.

PASSEGGIATE E SENTIERI
Per esplorare le due valli si offrono passeggiate
semplici e accessibili che permettono di
trascorrere una piacevole giornata nel mezzo della natura. Proponiamo qui di seguito
tre diversi itinerari.
Lago del
Mucrone - Monte Camino
Lago del Mucrone m. 1900
Monte Camino m. 2391
Tempo: 1,30 ore
Segnaletica: D21
Questa escursione non presenta difficoltà benché
abbia inizio a 1900 metri di altitudine. Si percorre un sentiero agevole,
sempre ben segnato e frequentatissimo.
L’ambiente, ovviamente, è roccioso, senza
vegetazione, affascinante perché si raggiunge una vetta. Il monte Camino è
infatti fra le più alte cime del Biellese.
Raggiunta Oropa si sale con la funivia fino al lago.
Vicino alla stazione di partenza della cabinovia che porta al monte Camino
parte il sentiero segnalato D21. Inizialmente la pendenza è notevole ed il
tracciato segue la direzione della cabinovia.
In pochi minuti ci si trova ad un bivio a sinistra vi
è il sentiero D22 per il colle della Balma, a destra prosegue il D21 verso il
monte. In questo primo tratto si vede quasi costantemente in basso il lago del
Mucrone. Il percorso è vario nel senso che presenta continue svolte dopo brevi
tratti e ciò permette di ammirare diversi aspetti della montagna. Dopo circa 40
minuti si attraversa il rio Camino e in lieve pendenza si raggiungono le baite
dell’Alpe Camino. La stazione della cabinovia è quasi sempre visibile per cui
si ha la direzione da seguire.
Superate le baite si procede verso sinistra e poco
oltre si passa sotto l’impianto di risalita. Ancora qualche centinaio di metri
e ad una svolta si presenta lo strappo finale, ampio e in qualche modo erboso
che conduce alla Capanna Renata. Mancano ormai pochi minuti alla vetta dove, su
un terrapieno, a 2391 metri, vi è la chiesetta. Lo spettacolo che si presenta è
ineguagliabile e con una cartina è possibile individuare facilmente le vette
più note della Valle d’Aosta.
È bene programmare questa escursione in una giornata
serena e fare in modo di arrivare in vetta a metà mattinata (lo si può fare
prendendo la prima corsa della funivia) poiché verso metà giornata nella
stagione estiva sale la nebbia che pregiudica il godimento del panorama.
Oropa -
Lago Bose - Lago Mucrone
Oropa m. 1180
Lago Bose m. 1560
Lago Mucrone m. 1900
Tempo: 1.30 ore
Percorso: sterrata e mulattiera
Parcheggiare nel piazzale a fianco della stazione di
partenza della funivia e incamminarsi lungo la via Crucis che parte vicino alla
vecchia stazione ora in disuso.
Salire fino alla cappella Paradiso, vicina un
centinaio di metri, e proseguire nella carreggiata fra i faggi e gli abeti.
Dopo circa 40 minuti si esce dal bosco all’inizio dell’Alpe Gè. Nelle vicinanze
a destra comincia la mulattiera che, aggirando il pendio, va in direzione della
stazione superiore della funivia.
In piano, e in mezzo a vaste estensioni di
rododendri si arriva presto al lago delle Bose, che si trova proprio alle
spalle di un ammasso di rocce, alla sinistra della mulattiera. Da qui si gode
la vista delle montagne circostanti, ossia il Mucrone, il Camino e il Tovo e
l’avvallamento del colle Trescone fino al colle Colma, sopra la Galleria
Rosazza.
In breve la mulattiera prende a scendere per
innestarsi quasi subito nella pista Busancano (in inverno pista di sci). Si
continua sulla pista che a tratti si fa più ripida ed in mezz’ora circa si
aggiunge alla stazione di arrivo della funivia. In altri dieci minuti si arriva
alla conca del lago del Mucrone.
Complessivamente la durata dell’escursione è di
circa 90 minuti ed è poco impegnativa. Si può variare il ritorno scendendo
dalla mulattiera che passa vicino al rifugio Rosazza, poco più basso della
stazione, e che porta all’Alpe Pissa e attraverso la carreggiata a Oropa.
Piedicavallo
- Lago della Vecchia
Piedicavallo m. 1030
Lago della Vecchia m. 1872
Tempo: 2 ore circa
Percorso: mulattiera e sentiero
Meta di molti appassionati della montagna, la
Piedicavallo-Lago della Vecchia è da considerare una escursione facile che
tutti possono percorrere; in circa due ore si raggiunge la conca del lago.
L’escursione inizia in fondo al paese di
Piedicavallo, dalla piazzetta appena sopra il parco vicino al torrente. Il
primo tratto è tutto all’ombra, immerso com’è nel bosco di faggi. Si tratta
peraltro di solo mezz’ora di cammino fino al villaggio Rosei, folto gruppo di
casolari utilizzati dai villeggianti.
Da qui in poi i faggi lasciano il posto per lo più a
gruppetti di betulle ed il contesto è molto più aperto. Si lascia il fondovalle
per alzarsi rapidamente dal torrente che finora è stato assai vicino al
percorso ed in breve si sale sull’alpe Casetti a m. 1410. Il tempo fin qui
impiegato è circa un’ora.
Ci si alza adesso più rapidamente in quota
avvicinandosi ad uno sperone di roccia che si valica agevolmente sul sentiero a
tornanti: ancora 15 minuti circa di pendenza accentuata fino a che riprende la
mulattiera. Si va avanti quasi in piano ed in breve ci si trova in località
Vecchia Inferiore, indicata su una roccia a m. 1727. Restano da attraversare
alcuni canaloni per poi prendere il costone che porta alle baite a m. 1872.
Scendendo lievemente dalle baite, la mulattiera ci
porta al lago da cui nasce il torrente Cervo. In prossimità del lago, su un
grosso masso, è scolpita la sagoma della vecchia e la sua leggenda che vuole
vagasse nella zona in compagnia di un orso. Quest’opera è stata realizzata
dagli scalpellini della Valle Cervo alla fine del 1800. La zona intorno al lago
è in buona parte prato adatto per sostare.
Questa passeggiata è priva di difficoltà, tuttavia
pur essendo il fondo bel levigato, è necessario affrontarla con calzature
solide, che coprono le caviglie.
L’ambiente è ricco di faggi e betulle. Nel lago è
possibile pescare trote.

SPORT
Arrampicate
Michele Fardo, Istruttore Nazionale di
Alpinismo, pensava che la scarsa frequentazione della montagna biellese fosse
dovuta principalmente alla poca conoscenza che se ne ha: le caratteristiche del
territorio possono sembrare un limite per gli amanti dei brevi percorsi a piedi
e delle alte difficoltà sulle vie corte. Se per anni si è avuto notizia solo
delle splendide vie classiche, ora si sta diffondendo la pratica di
un’arrampicata eseguita in sicurezza e si tende a renderle accessibili a tutti.
Questo, quindi, per rivalutare e diffondere l’alpinismo biellese, alla
riscoperta di un nuovo terreno di gioco e d’avventura. Lo sprone principale,
nel 1994, quando gli è stato chiesto dal C.A.I. Valsessera di valutare la
possibilità di aprire un nuovo settore di arrampicata. La Palestra dell’Oliva,
con le sue belle e facili placche grigie appoggiate su scoscesi pratoni, è
stata organizzata seguendo criteri già da tempo ampiamente diffusi. Il notevole
successo si è riscontrato soprattutto tra i giovani.
Le vie di salita presenti su un territorio così diversificato e ricco di
opportunità sono state raccolte e divulgate in una guida, nella speranza di una
loro più ampia frequentazione, in collaborazione con Gianni Lanza, Guida
Alpina, e Fabrizio Lava, fotografo e editore. Il Biellese non ha nulla da
invidiare ad altre zone, offre itinerari di difficoltà sostenuta, in luoghi
selvaggi e di una bellezza particolare, anche per l’inverno.
Monte Mucrone (B5)
E’ la montagna simbolo delle Alpi
Biellesi, isolata, molto scoscesa, leggermente avanzata verso la pianura e
ricca di pareti rocciose. E’ anche un ottimo punto panoramico.
Nonostante l’apparente impossibilità ad essere scalata, presenta appigli in
gran numero seminascosti. E’ il fulcro dell’arrampicata biellese per il tipo di
roccia, la facilità d’accesso, la spittatura di alcune vie, secondo moderne
concezioni, e l’apertura di vie lunghe in tempi recenti, con la possibilità di
discesa in doppia. Da sempre ha avuto la funzione di palestra per gli alpinisti
biellesi di punta, che sulle sue pareti si allenano per le ascensioni in alta
montagna. La discesa è agevole dalla parete nord - ovest, un dolce pendio su
cui è segnata la Via Normale molto facile. Date le numerose vie aperte per
meglio descriverle si é scelto di dividere le pareti in quattro settori: la
Parete Piacenza, a nord-est, la Parete sospesa, al di sopra della Piacenza, la
Parete sud con le Traversagne e la Parete sud-ovest. Per la via normale
riserviamo uno spazio a parte.
Accesso:
a) Con gli impianti: dalla stazione superiore della funivia di Oropa, salire
per largo
sentiero al Lago del Mucrone, percorrere il lato sinistro del Lago, per circa
200 m, e iniziare a salire per tracce di sentiero fino a raggiungere la cresta.
Scendere poi alcuni metri ed attraversare l’erto pendio erboso seguendo tracce
di sentiero; superare una conca e poi continuare sempre a mezza costa fino ad
una seconda cresta che si scavalca (il percorso è interamente attrezzato con
corde fisse). Si arriva alla base della parete Piacenza in 40’.
b) Dal parcheggio delle funivie si
sale la pista Busancano fino alla curva a gomito, si
prosegue per alcune centinaia di metri fino a raggiungere un falsopiano che si
percorre fin dove la pista volta verso destra. Da qui reperire un sentierino
che, attraverso un boschetto di pini mughi ed un ripido prato, porta all’ Alpe
delle Bose (1705 m). Aggirare la baita salendo verso sinistra, superare un
ruscello e risalire un vallone per tracce di sentiero, che sbuca tra grandi
massi sotto la parete Piacenza, in 2h15’.
Punti
d’appoggio: Oropa, Rifugio Rosazza
B5.01 Via Normale
Difficoltà:
F
Dislivello:
450 m
Esposizione:
nord-ovest
Periodo
consigliato: tutto l’anno
Quota:
2335 m
Descrizione:
dal Lago del Mucrone si sale alla Bocchetta del Lago. Procedere a sinistra
fino all’altezza dei ruderi della vecchia funivia Anticima, senza raggiungerla.
Salendo
direttamente sul ripido sentiero si arriva alla vetta in 1 h e 15’.
Commento:
viene usata come via preferenziale di discesa per le salite che seguiranno.

B5.02 Via del Canalino
Difficoltà: AD +
Dislivello: 250 m
Esposizione: nord-est
Periodo consigliato: tutto l’anno
Quota: 2335 m
Sul posto: spit e chiodi lungo la
via, spit e catene per le soste
Equipaggiamento: nuts e friends
Commento: il Canalino taglia in modo
evidente tutta la parete. E’ molto interessante
nel periodo invernale con ottimo innevamento, quando neve e ghiaccio rendono il
canale
simile, ma più duro, alla rampa della Nord dell’Eiger. Nel periodo estivo è
consigliabile
salire il canale quando è ben asciutto.
Dente della Vecchia (C3)
Lungo
il sentiero che da Piedicavallo va al Lago della Vecchia sulla destra si
intravede un salto di roccia isolato.

Difficoltà:
TD -
Dislivello: 70 m
Esposizione: sud
Periodo consigliato: estivo
Quota: 1650 m circa
Sul posto: vecchi chiodi
Equipaggiamento: chiodi e nuts
Commento: breve ma simpatica
arrampicata su roccia ottima.
Su
iniziativa dell’ATL
di Biella, della TIKE SAAB GUIDE ALPINE, della Provincia di Biella e in
collaborazione con il Comune di Biella e l’amministrazione del
Santuario di Oropa, sono state sistemate le principali vie di arrampicata delle
Alpi Biellesi e si è realizzata una via ferrata al
Monte Mucrone nella conca di Oropa. Gli
itinerari si sviluppano in assenza di pericoli oggettivi, l’arrampicata su
placche e camini di roccia compatta è di notevole soddisfazione,
inoltre le vie di carattere alpinistico sono ideali per essere frequentate da
corsi e scuole di alpinismo, soprattutto nel periodo estivo e autunnale, ed
alcune anche in inverno. Le vie riattrezzate sono: Cresta Carisey e Sperone
Innominata sul Monte Mars, Canalino, Parete Piacenza, Spigolo del Limbo, la 35,
Parete Sud e Via Fasoletti sul Monte Mucrone. Altre vie sono state lasciate con
l’attrezzatura originale per preservare intatto il terreno d’avventura proprio
della montagna.
La via
ferrata ed il sentiero attrezzato del Limbo, sono una possibilità
per chi, non ancora scalatore, voglia comunque cimentarsi in sicurezza con
qualcosa di più
verticale ed impegnativo dei soliti sentieri.
Le vie riattrezzate mantengono comunque il loro carattere, quindi oltre
al normale equipaggiamento può essere utile avere 2 o 3 amici. PER LA VIA FERRATA E’ OBBLIGATORlO L’USO DEL CASCO, L’IMBRAGATURA,
CORDINI CON MOSCHETTONI E DISSIPATORE ED ESSERE A CONOSCENZA DELLE TECNlCHE DI
PROGRESSlONE SU VIE FERRATE. La segnaletica è
molto chiara e facile da seguire, il nome delle vie è
indicato alla base. RICORDATEVI CHE NELL’ALPINISMO LA VOSTRA
RESPONSABILITÁ E’
LA VOSTRA SICUREZZA.
Monte
Mucrone 2335 m
Sentieri di
Accesso e Discesa
1° possibilità:
dalla stazione superiore delle funivie di Oropa seguire i segnavia verso la
pista di sci Busancano, in discesa fino alla cava di serizzo; prendere la
strada della cava e seguirla fino al 3° tornante, lasciarla e
andare a sinistra, inizialmente per un breve tratto di pietraia poi su buon
sentiero in leggera discesa, raggiunta la baita del “Fatin”, proseguire alla
sua destra prima tra vegetazione e poi per pietraie, giungendo alla base del
canale del Limbo dove parte la via ferrata - ore 1.
2° possibilità:
dalla stazione superiore delle funivie raggiungere il Lago del Mucrone e
reperire il sentiero che parte sulla sponda sinistra del lago, con lunghi ed
esposti traversi su prati molto ripidi, in 45’ si raggiunge la base del canale
del Limbo e la partenza della via ferrata (il sentiero è stato attrezzato con
corde fisse nei tratti più esposti).



Per
la parete Piacenza ed il Canalino l’accesso è
lo stesso della via ferrata, le vie salgono la stessa parete, 70 e 150 m più
a destra. Lo Spigolo del Limbo si raggiunge traversando orizzontalmente a
sinistra a 70 m dalla partenza della ferrata. Per le vie 35, Parete Sud,
Fasoletti, dalla ferrata si continua a salire il canale fino al colle del
Limbo; poi a destra per 10 minuti si raggiunge la base della 35’.
Poco prima a sinistra, ha inizio la cengia delle Traversagne che, con sentiero
attrezzato, porta in breve alla base della parete Sud e poco dopo alla via
Fasoletti – ore 1h 30’.
Dalla
croce, salire la breve cresta erbosa che conduce alla vetta principale,
scendere sul versante opposto il sentiero segnato (D24) che in breve porta ai
ruderi della funivia Anticima; sempre su sentiero si raggiunge la bocchetta e, scendendo
a destra, il lago del Mucrone e la stazione della funivia - ore 1.
Le Vie
Bella
e varia, via ferrata di media difficoltà, si sviluppa su ottima
roccia prima sul versante nord-est, poi lungo la cresta est del Mucrone. La via
è stata
realizzata dalle Guide Alpine di TIKE SAAB utilizzando attrezzatura di ottimo
livello: tutti gli infissi sono in acciaio inox, riservando una particolare
attenzione verso il problema dell’impatto ambientale, il
tracciato non interferisce con precedenti vie di arrampicata o con zone
potenzialmente interessanti per il futuro sviluppo alpinistico. Tempo di
percorrenza: 2h, difficoltà EEA, dislivello m 300.
Panoramico
percorso che, sempre su terreno esposto, con catene e passi di 1°
grado, sale in mezzo alle rocce del versante est del Mucrone. Tempo di salita: 1h, difficoltà
EE, dislivello m 200.
Originale
percorso che segue il fondo di un enorme canale superando strettoie e sassi
incastrati; bellissimo anche in inverno quando si trasforma in un impegnativo
percorso di misto. La via parte da una placca rossastra poco a destra del
canale principale. Tempo di salita: 2h,
difficoltà
AD+, dislivello m 250. All’uscita salire il pendio con
vegetazione che in breve porta alla croce di vetta.
Bella
arrampicata classica su ottima roccia, un tempo la più
difficile delle Alpi Biellesi, ora una piacevole salita a portata di molti.
Attacco in una fessura che si raggiunge con un passo strapiombante verso
destra. Tempo di salita: 2h, difficoltà D, dislivello m 120.
Dall’uscita è
possibile calarsi lungo la via di salita con corde doppie da 25 m, oppure
salire ancora 45 m tra la vegetazione e attraverso una cengia a sinistra si
raggiunge in breve la base della via 35, che si segue con bella arrampicata
sino in prossimità
della cima ore 1.
Si
tratta della breve cresta che delimita a sinistra il canale che scende dal
colle del Limbo, ottima roccia e moderata difficoltà.
Dal colle è
ideale proseguire lungo la via 35’ solo di poco più
impegnativa. Tempo di salita: 1h,
difficoltà
AD-, dislivello m 100.
Breve
arrampicata su roccia bellissima: 3 tiri sul 1° salto e
uno sul 2°
salto. Tempo di salita: 1h 30’, difficoltà
AD, dislivello m 100.
Arrampicata
in pieno sole su roccia scolpita, panorama aperto su tutta la pianura, ambiente
dolce e gradevole. Attenzione: all’attacco sulla destra, chiodo
e fettuccia fuori via. Tempo di salita:
2h, difficoltà
D, dislivello m 150.
Arrampicata
tecnica soprattutto in placca, ma con un diedro fessura non banale nella parte
alta. All’uscita
si unisce alla parete Sud. Tempo di
salita: 2h 30’,
difficoltà
TD, dislivello m 150.
Sci: piste
per il fondo e la discesa
I Corsi
Organizziamo:
Corsi e lezioni di “free-ride”, Gite di sci “fuori pista”, Gite con guida
alpina di sci alpinismo e con racchette da neve. I Maestri vi aspettano: la
scuola di Sci Oropa - Mucrone offre corsi per sci alpino e nordico, avvalendosi
di maestri ed allenatori federali, riconosciuti dalla Scuola Italiana Sci,
garantendo sempre professionalità e sicurezza. Grazie ai due
uffici della Scuola potrete sempre avere informazioni e prenotare le vostre
lezioni. Il 1°
ufficio è
situato c/o il piazzale/partenza; il 2° ufficio è
ubicato presso la stazione superiore della funivia, a quota 1900 mt
Le Piste
PISTE DA
DISCESA
Lunghezza totale piste: 12 Km
PISTE DA FONDO
Ciclismo
Ecco
finalmente la nuova stazione del divertimento tutta dedicata alla MTB.
Inaugurata a giugno 2001, la stazione permanente “OROPAEXTREMEBIKE”
è
situata a 10 minuti da Biella nella conca di Oropa, bellissimo comprensorio
montano nel quale è
possibile godere di panorami tra i più suggestivi delle Alpi
Occidentali. Nella nostra stazione potrai trovare sicuramente il percorso che
fa per te, essendo presenti tutte le discipline: Downhill-Freeride (con
risalita in funivia!) e Cross Country. Vieni a “OROPAEXTREMEBIKE”.
Potrai realizzare tutti i tuoi desideri più reconditi (riferiti alla
mountain bike, s’intende!).
I Percorsi
Dal
piazzale di Oropa (1180 m slm) potrai salire in funivia - in soli 5 minuti -
fino al Rifugio “Savoia”
(situato a quota 2000 m) da dove partono i percorsi di discesa e freeride,
tutti opportunamente segnalati. Non avrai che l’imbarazzo
della scelta: abbiamo realizzato per te percorsi veloci, altri più
tecnici ed alcuni veramente “extreme”
tra sassi e dirupi, dedicati ai veri amanti del rischio!
Sia
dal piazzale di Oropa che dal Rifugio “Savoia”
in quota, potrai scegliere tra una miriade di percorsi di diverse lunghezze e
grado di difficoltà
(il giro del “Lago
delle Bose”,
il “Tracciolino”,
la “Passeggiata
dei Preti”
e così
via), ma tutti immersi nella natura incontaminata e generosi di panoramici
punti di osservazione.
I Servizi
·
BIKE PARKING
Per
darti la massima libertà, è possibile
un parcheggio con lucchetto di sicurezza dove lasciare il tuo mezzo.
E’
il servizio di lavaggio del quale puoi liberamente fare uso prima di caricarti
il mezzo in macchina.
Per dare l’opportunità, a chi è privo delle due ruote , di provare i nostri percorsi, c’è la possibilità di affittare bici da cross country.
L’Accoglienza
Ad
Oropa troverai bar e ristoranti per ogni tua esigenza: dalla famosa polenta “concia”
allo spuntino veloce, dalla merenda alla degustazione di prodotti tipici della
cucina biellese.
Nelle
immediate vicinanze degli impianti di risalita è
possibile usufruire della ricettività dell’hotel
del Santuario, mentre chi desidera dormire in quota, può
approfittare del rifugio “Savoia”,
situato proprio all’arrivo delle funivie.
CACCIA
& PESCA
La caccia come attività produttiva non ebbe mai
importanza in queste zone. Anticamente veniva effettuata per l’eliminazione di
orsi e di lupi, mentre attualmente solo per diletto. Particolarmente, in Valle
Oropa, dall’ 11 - 02 - 1957, è in vigore, con Decreto Ministeriale, una Bandita
di caccia che funge da rifugio e da serbatoio di irraggiamento per la
selvaggina.
La pesca, grazie all’elevato numero di corsi
d’acqua, è ben sviluppata come attività sportiva del tempo libero. In seguito alle semine
effettuate a cura del Consorzio Biellese Tutela Pesca la pescosità delle acque
è buona e rari sono i casi d’inquinamento in quanto non sono presenti industrie
nella parte alta. La possibilità di utilizzare le acque a fini ittici venne
presa in considerazione, attorno al 1880, dalla sezione di Biella del C.A.I. ed
in particolare dell’allora presidente Corradino Sella, sollecitando
l’Amministrazione del Santuario a tentare il ripopolamento delle acque ed in
particolare del Lago del Mucrone. L’Amministrazione non procedette però a
quanto richiesto perché precedenti tentativi fatti in questo lago fallirono a
causa “del gelo che stante la poca profondità del lago investe l’intera massa”.
Ulteriori tentativi furono poi fatti negli anni
1915-1919 a cura del Comizio Agrario di Biella, sotto la direzione di Pietro
Zublena, direttore della sezione di pescicoltura. Questi impiantò al Santuario
un’incubatoio procedendo quindi alla semina di avanotti di trota e di
salmerino.
ARTIGIANATO
L’attività industriale importante che caratterizza queste zone ha, naturalmente le sue fondamenta in attività esercitate nei secoli passati.
Così i tessuti fini, di gran successo, prodotti con
attrezzature sofisticate e supermoderne hanno come antenati i grezzi panni
confezionati in casa. Lavare la lana, cardarla, filarla con filarelli da fiaba,
tesserla, erano attività che vedevano impegnati i nostri nonni durante gli
inverni che la mancanza di luce elettrica, di riscaldamento, di automobili,di
giornali rendeva lunghi e silenziosi. Non tutti confezionavano panni. Femminili
e abili mani biellesi ordivano semplici fili traendone un pizzo di
incomparabile bellezza: il puncet. Altre mani altrettanto abili,
particolarmente in Valle Cervo, confezionavano con lana e canapa comode e calde
calzature: gli scapin. Gli uomini non avvezzi ai giochi di dita troppo
difficili, costruivano attrezzi agricoli: manici da falce, rastrelli, marche da
burro. Qualcuno, particolarmente dotato, si dedicava alla costruzione di
rustici mobili. Ne nacque una sorta di casta di intagliatori e di ebanisti.
Qualcun altro batteva il ferro, altri impagliavano: sedie, fiaschi, fiasche,
damigiane; si facevano gerle per portare a casa il fieno dal prato. In Valle Cervo
i “pica pere” davano alla sienite nobili forme. Le attività facilmente
meccanizzabili sono diventate industrie, le altre hanno vista ridotta la
propria importanza fino quasi a scomparire. Il turista attento può però trovare
nelle frazioni, piccoli atelier, scuola anche, dove gente di altri tempi vive
facendo piccoli capolavori ancora oggi. Da osservare che l’artigianato tipico
della Valle Oropa, la fabbricazione di seggiole impagliate a Cossila, va
lentamente scomparendo. Al suo posto sono sorte altre attività artigianali,
dall’officina meccanica, all’impresa di costruzioni, che ancora occupano buona
parte della popolazione.
BIBLIOGRAFIA
Ø Comunità montane del biellese e della Val Sesia - Un muro - Cassa di Risparmio di Biella
Ø Passeggiate biellesi - La nuova Provincia di Biella a cura di Pierluigi Cereia Varale
Ø Le guide del Biellese - Atl biellese: - Le vie della fede
- Il Biellese
Ø L’incantesimo della mezzanotte – Virginia Majoli Faccio – Il Biellese nelle sue leggende
Ø
Siti internet: www.biellacittà.com/oropa

Componenti
gruppo:
Fabbricatore Andrea, Fiamma Filippo, Grasso Simone, Martino Davide, Peraldo
Niccolò, Rey Andrea, Scala
Valentino.
Indice:
- L’orogenesi alpina
pag.32
- La struttura geologica del Biellese pag.32
- I ghiacciai
pag.33
- Il caso di Oropa
pag.34
- Le rocce di Oropa
pag.35
- Bibliografia
pag.37
- Ringraziamenti
pag.37
L’OROGENESI ALPINA
Le Alpi sono una catena montuosa relativamente
giovane, hanno circa 20 milioni di anni, la cui formazione si ebbe a causa
delle forti pressioni esercitate dalla placca Africana contro quella
Euroasiatica che portò, oltre alla formazione di catene montuose, anche sismi e
vulcani. Le Alpi, come è già stato detto, sono montagne giovani, e ciò si può
dedurre anche dal fatto che sono molto irte e irregolari, cioè non ancora
intaccate in modo evidente dagli agenti esogeni. Nonostante la catena sia di
formazione recente la zona delle Alpi Carniche presenta ancora tracce, seppure
molto ridotte, della precedente orogenesi Ercinica, infatti, si possono
ritrovare ancora delle rocce metamorfiche risalenti al Paleozoico. Analizzando
il territorio alpino si può notare la presenza di basalto non metamorfosato la
cui presenza è giustificata dal fatto che prima dell’orogenesi il Nord Italia
era sommerso dall’acqua del mare, e i fondali marini sono composti quasi
esclusivamente da basalto. Inoltre proprio nella zona Nord - Ovest c’era
l’oceano Ligure - Piemontese che sommergeva i territori di Piemonte e Liguria
e, a causa dello scontro tettonico della placca Eurasiatica contro quella
Africana alla fine del Mesozoico, l’oceano si chiuse e tutto ciò che stava al
suo interno fu inghiottito per subduzione. Sempre al Nord-Ovest 300 milioni di
anni fa si formarono i graniti che compongono la zona del Monte Bianco che,
grazie all’orogenesi alpina, vennero spinti in superficie e poi portati alla
luce dall’erosione. 50 - 30 milioni di anni fa le Alpi si trovarono nella fase
parossistica e il materiale metamorfosato si accatastò formando le falde alpine
che possiamo vedere. Dai materiali erosi dalla nuova catena montuosa si
crearono le rocce sedimentarie, le argille e le arenarie che possiamo ritrovare
ai piedi della catena sotto il nome di Pianura Padana, di origine detritica. Ma
fu nel Quaternario che le Alpi assunsero l’aspetto che conservano ancora adesso
e questo grazie all’azione dei ghiacciai che erosero e modellarono le rocce
della catena, formando le tipiche valli a U. L’azione si ridusse sempre più
fino a 10.000 anni fa, quando i ghiacci si ritirarono.
LA STRUTTURA
GEOLOGICA DEL BIELLESE
Il Biellese si suddivide in due zone geologiche
distinte delimitate da una faglia, cioè una linea di separazione e di movimento
fra blocchi rocciosi, chiamata Linea del Canavese. Questa faglia fa parte della
grande linea tettonica Insubrica che percorre longitudinalmente tutta la catena
alpina dal Piemonte all’Austria. Nel Biellese si sviluppa con andamento Sud -
Ovest e Nord - Est, mettendo a contatto due complessi rocciosi ben diversi: la
zona Sesia - Lanzo a Nord - Ovest e le Alpi Meridionali a Sud - Est. La zona
chiamata “Alpi Meridionali” è costituita da complessi rocciosi molto antichi,
attraversati da una seconda faglia chiamata Linea della Cremosina, che si trova
tra Andorno e il colle della Cremosina. Anche questa faglia segna una
variazione di complessi rocciosi tra la zona collinare del Biellese e bassa Valsesia
dalla zona di media montagna compresa tra le due faglie, caratterizzata da
rilievi non più alti di 2000 metri; invece i rilievi che si trovano a Sud - Est
della Linea del Canavese sono di minore altezza ad eccezione di qualche parete
rocciosa lungo i versanti orientali del Monte Barone di Coggiola.
Le rocce che si possono trovare nella zona Sesia -
Lanzo si differenziamo molto da quelle della zona Alpi Meridionali: è
costituita da rocce con caratteri trasformati e deformati, queste rocce
prendono il nome di metamorfiche e si sono formate durante l’orogenesi alpina.
All’interno delle rocce scistose sono presenti anche masse di metagranitoidi
cioè di rocce granitiche che hanno subito un intenso metamorfismo di alta
pressione che ha variato profondamente la composizione mineralogica, ma che
ciononostante non ha eliminato la struttura massiccia e compatta originaria. In
corrispondenza di questi affioramenti granitici ci sono le aree
alpinisticamente più interessanti del Biellese. All’interno della zona Sesia -
Lanzo inoltre si trova un vasto ammasso di rocce intrusive denominato Plutone
della Valle Cervo, formato da rocce granitiche con struttura massiccia ed
equigranulare. Invece nella zona Sud - Est della Linea del Canavese si trova
l’unità strutturale della zona Ivrea - Verbano, che si sviluppa appunto tra
Ivrea e Locarno e ospita, nella parte montana del Biellese, rocce intrusive
facenti sempre parte di questo complesso.
Durante l’innalzamento della catena alpina si sono
verificate una certa serie di fenomeni di modellamento, tra cui quello erosivo
che ha inciso maggiormente sul paesaggio. I rilievi biellesi sono
caratterizzati da versanti ripidi e solchi torrentizi incisi, con sezioni molto
ristrette che caratterizzano in modo particolare il paesaggio. Durante le
glaciazioni pleistoceniche i ghiacciai hanno occupato solo in parte le valli
perciò solo alcune zone, tra cui quelle d’Oropa, sono state modificate
dall’azione dei ghiacciai creando circhi glaciali, valli a “U” e pareti e
creste strapiombanti.

I GHIACCIAI
Il processo di formazione dei ghiacciai è abbastanza
semplice: la neve si raccoglie in zone adatte che prendono il nome di nevai,
essi si trovano in zone poco o per niente esposte ai raggi solari e sono sempre
al di sopra del limite delle nevi perenni che nei periodi glaciali era
naturalmente molto più basso di quello attuale. Lì la neve si compatta sempre
più finché l’ambiente non diventa asfittico e la neve compattata diventa
ghiaccio, il vero “motore” del ghiacciaio, infatti, è proprio il ghiaccio che
con il suo peso trova come via d’espansione, soprattutto nei periodi freddi, le
pendici delle montagne e, scivolando lungo i versanti, sfrega sulle rocce
superficiali e gli enormi attriti le riscaldano e le consumano con i detriti
che si staccano dalla roccia madre e la roccia si “lima”, viene modellata in
una maniera unica nel suo genere da queste enormi forze. Il ghiaccio scava fino
a che le temperature più elevate della bassa montagna non lo obbligano a
cambiare stato e a divenire acqua e qui l’azione del ghiaccio si arresta
lasciando come traccia le morene, cioè il fronte del ghiacciaio ricco di
detriti e con un torrente residuo delle nevi sciolte. Le morene naturalmente
non si trovano solo davanti al ghiacciaio, ma lungo tutte le zone che confinano
con esso, quindi anche i lati. Quest’azione, ripetuta più volte durante la vita
del ghiacciaio a causa dell’aumento e abbassamento di temperatura, porta il
ghiaccio a espandersi o arretrare e nasce il movimento attivo del ghiacciaio,
quel movimento che riesce a modellare le rocce. Quando i ghiacciai si
estinguono lasciano il solco del nevaio, che ha una forma circolare concava che
prende il nome di circo, qui l’acqua col tempo si può accumulare fino a formare
i laghi alpini a circo glaciale, che sono il punto di indagine.
IL CASO DI
OROPA
A Oropa il lago del Mucrone è un valido esempio di
lago a circo glaciale: il Monte Mucrone era la zona di alimentazione dei
ghiacci, il cui circo giaceva a 1902 metri di altezza, dove appunto ora c’ è il
lago. Il ghiacciaio scendeva poi per 3 Km lungo un ripido gradino, la zona
della pista da sci Busancano, in cui il ghiaccio accelerava la sua corsa
provocando un’estesa seraccata, e da circhi minori, come quelli del Monte
Camino (2391 metri) e il Pian della Ceva, riceveva altro ghiaccio. Un’ulteriore
testimonianza del ghiacciaio a Oropa è la forma dell’omonima Conca (1150
metri), cioè alla conformazione ad U tipica delle valli glaciali e si può
ancora ben distinguere il deposito morenico e i massi erratici. Le rocce che
compongono il basamento della Conca di Oropa sono tutte arrotondate, levigate e
striate dal movimento del ghiacciaio. Queste rocce sono dette “Montonate” e
conservano le tracce di sfregamento dei massi trasportati dal ghiaccio. Queste
rigature prendono il nome di “strie” e presentano un’incavatura allungata. Le
morene sono regolari sui fianchi dell’ormai estinta lingua glaciale, mentre le
morene anteriori furono parzialmente demolite dalle acque di scioglimento
provenienti dal fronte glaciale. Queste morene si originarono in più movimenti
di avanzamento e arretramento della lingua glaciale, formando anche diversi
cordoni morenici. La morena destra della Conca di Oropa è ben distinguibile
alle falde del Monte Mucrone, e sopra di essa ospita le cappelle del Sacro
Monte, la morena sinistra è meno distinguibile, sorge vicino al Monte Tovo
(2232 metri) e valle Orone dove lo sbarramento dell’omonimo torrente portò alla
formazione di un lago poi colmato dai sedimenti, ma il terreno resta ancora
oggi ricco d’acqua. Verso la fine dell’era glaciale si smantellarono gli
apparati morenici e il lago Orone e Oropa si svuotarono formando torrenti che
erosero le morene, soprattutto la sinistra, lasciando solo i blocchi rocciosi
maggiori. A destra del torrente Canalsecco le morene non furono intaccate e
l’acqua deviò verso la zona dove ora sorge il cimitero, lasciando la morena
destra quasi completamente integra. Nel 1700 il colle San Francesco, cioè la
morena di fronte, fu smantellato per permettere la costruzione del Santuario e
per poter ammirare la valle rendendo la zona più panoramica, ora vi trova posto
il Prato delle Oche. Nel 1800 la deviazione del Torrente Oropa verso la morena
sinistra permise la costruzione della Chiesa Nuova. Oropa fa parte della facies
alpina o alta montagna, è caratterizzata da pareti nude, erose dagli agenti
atmosferici che creano forme molto singolari secondo la fragilità della roccia
e pendii erbosi. Le rocce sono molto scistose e quindi è normale vedere pareti
rocciose così facilmente intaccabili. I detriti sia in posto che in falda
formano le cassare. Il Mucrone è un monte dall’aspetto imponente, il suo nome
deriva da mucro, cioè acuto e rigido e ne esprime bene la morfologia. Presenta 3 cime, a Ovest le sue pendici sono
erbose e regolari, gli altri versanti hanno pareti rocciose e canaloni, se ne
contano 3 grandi più molti minori che contengono detriti di falda micacei e
quarzosi. Il monte di Oropa contiene quarzo, gneiss, rame (pirite cuprifera,
calcopiriti), zoizite, limonite, epidoto, tormalina nera e anche una minima
quantità di oro. Sul Monte Tovo c’è una presenza rilevante di rocce
vetrificate, probabilmente per opera dei fulmini.
Il ghiacciaio non fa distinzione granulometrica
quindi trasporta rocce di varia grandezza, è così giustificata la presenza di
massi erratici sparsi per la Conca di Oropa. I massi erratici sono grandi
ammassi rocciosi staccati dalla montagna dal ghiacciaio e poi ridepositati; i
massi erratici vengono trasportati dal ghiacciaio quindi non subiscono
particolari mutazioni e rimangono spigolosi, a forma angolare e grossolana.
Queste rocce sono formate prevalentemente dal serizzo e sono quindi dure e
resistenti. I massi erratici nella Conca di Oropa assunsero, in passato, un
grande valore religioso e divennero soggetti a un vero e proprio culto,
infatti, la maggior parte delle cappelle di Oropa sorge vicino a questi massi.

LE ROCCE DI
OROPA
Le principali rocce che si possono trovare nella
Valle d’Oropa sono:
Il serizzo: uno gneis anfibolitico - eclogitico che forma
rocce metamorfiche, è un derivato del granito. Ha caratteristiche scistose in
modo irregolare, una tonalità verde con fitte nervature di quarzo bianco e
plagioclasi, la mica muscovite ne conferisce la lucentezza. Si trova
prevalentemente nella zona orientale del Monte Mucrone, ed è un componente dei
massi erratici.
I micascisti: roccia metamorfica derivata da sabbie e arenarie,
formatasi grazie alle elevate pressioni e temperature. Ha anch’esso natura
scistosa a letti alterni in cui si possono vedere lamelle di muscovite (mica
bianca) e biotite (mica nera), sono assolutamente privi di feldspati. E’ molto
fragile, si divide in lastre sottili, è tanto di color argenteo secondo la
muscovite che contiene. Lo si trova prevalentemente sulle Vette del Mucrone,
del Camino e del Tovo, questo perché il ghiacciaio lo ha trasportato un
po’ovunque.
La sienite: è una roccia magmatica intrusiva generata dal
raffreddamento di un magma in profondità in tempi lunghi, ciò la porta ad
essere ricca di cristalli, è composta da feldspato ortose (silicato di
alluminio e potassio) dal colore bianco - carnicino. Contiene l’anfibolo
orneblenda dal colore verde scuro nero. Ha grana fine e grossa ed è una roccia
resistente, in particolare la sienite di Oropa (chiamata anche della Balma)
contiene magnetite che sotto l’effetto dell’acqua assume un colore giallo da
cui il nome della nuova roccia: limonite. La formazione di queste rocce deve
risalire a circa 30 milioni di anni fa. La struttura di questo tipo di roccia è
granulare, con un colore che va dal grigio chiaro al grigio violaceo, ben
distinguibili i plagioclasi bianchicci, feldspati rosa e quarzi vitrei. La
parte scura comprende l’anfibolo, pirosseno e lamine di biotite. Si può trovare
nella zona orientale della valle.
La migmatite: è una roccia che si suddivide in due parti
distinte: una scura e antica, chiamata paleosoma, l’altra più chiara e recente,
chiamata neosoma. Questo si spiega poiché la roccia esistente è venuta a
contatto con un magma vulcanico che l’ha permeata fondendola in parte e si è
iniettata in ogni sua frattura. La roccia risultante è quindi metamorfica ed
eruttiva al tempo stesso. A seconda di come appaiono si dividono in omogenee ed
eterogenee. La loro formazione è stimabile a circa 300 milioni di anni fa, partendo
da una roccia madre sedimentaria, a una grande profondità e a forti pressioni.
Lo gneiss: è simile al granito e ne rispetta tutte le
caratteristiche ad eccezione che ha le miche orientate in un’unica direzione.
Lo si può trovare, come per i micascisti, su quasi tutte le cime poichè il
ghiacciaio lo ha trasportato ovunque.
La diorite: è una roccia di colore verde più o meno intenso a
seconda della quantità di orneblenda presente al suo interno, è molto dura e
distinta in due parti: l’oligoclasio e l’orneblenda, da cui il nome della
roccia che significa appunto “distinguo”.
La serpentina: è una roccia di alterazione metamorfica che ha
subito un’idratazione di silicati ferro - magnesiaci come il pirosseno e il
peridoto (olivina), è una roccia dura e resistente.
La Kinzigite: è una roccia del tipo dello gneiss, costituita da
oligoclasio, biotite, granato, ortosio in bassa percentuale, quarzo e, a volte,
grafite.
Inoltre al di sotto delle valli Oropa, Cervo e
Sessera c’è un’enorme plutone eclogitico di circa 35 Km quadrati (il già citato
Plutone della Valle Cervo), che ha composizione eterogenea e struttura
concentrica: l’anello esterno è composto da rocce monzonitiche, l’anello medio
è invece composto da monzo - sieniti e quarzo - sieniti, nella parte centrale
troviamo una grossa massa granitica rossastra con cristalli di ortoclasio e
masse più piccole di graniti biancastri a grana fine. Naturalmente la Valle
Oropa non presenta tutti i tipi di rocce sopra elencati, vi si può trovare solo
la monzonite, poiché la valle fa parte dell’anello più esterno.
BIBLIOGRAFIA
Ø
“Strada Biella-Oropa: incessante succedersi di
rocce sorprendenti” articolo de “Eco di Biella” 25 Febbraio 1985.
Ø
“Sulle tracce dei ghiacciai” articolo de “Eco
di Biella” 27 Settembre 1984.
Ø
“Scopriamo le rocce su cui Biella sorge”
articolo de “Eco di Biella” 6 Febbraio 1984.
Ø
“Un sollevamento iniziato 100 milioni di anni
fa” testo tratto da “Piemonte Parchi” Numero 54 Gennaio 1994.
Ø
“Le Rocce Pellegrine” di Stefano Maffeo
Ø
“Oropa” del 1927 di Camillo Sormano
Ø
Materiale fornito dal Personale Docente
Rivolgiamo un ringraziamento speciale ai professori
Soppeno Marina, Pizzato Luca, Savoia Chiara, Torriere Carlo Felice, Vicenzetto
Marco, per i testi che hanno fornito, per le attrezzature che hanno messo a
disposizione, per il tempo ed il lavoro che ci hanno dedicato.

Componenti
gruppo:
Peraldo Lorenzo, Scapin Alessio,
Spagarino Vittorio.
Indice:
- La cartografia
pag.39
- La Valle Cervo
pag.40
- La Valle Oropa
pag.41
·
Commento della carta geologica ed ecologica della Valle Oropa pag.41
·
Commento della carta idrografica della Valle Oropa pag.42
·
Commento della carta climatica della Valle Oropa pag.42
- Bibliografia
pag.42
LA CARTOGRAFIA
La cartografia è la scienza che abbraccia il
complesso di operazioni scientifiche, tecniche e artistiche necessarie, sulla
base dei risultati dei rilevamenti originali del terreno e di quelli ricavati
dall’interpretazione dei dati di una documentazione, a consentire tanto
l’elaborazione e l’allestimento di carte, di piani o di altri sistemi di
espressione quanto la loro lettura e la loro utilizzazione.
Oggetto della cartografia è la realizzazione delle
carte intese come particolare sistema di espressione della realtà: a tal fine
essa si avvale dei contributi informativi di molte discipline scientifiche per
illustrare sia il terreno sia le molteplici manifestazioni dei fenomeni
naturali e umani, sia la loro distribuzione spaziale e le eventuali
interazioni.
Una rappresentazione cartografica si può definire
coma la rappresentazione ridotta, approssimata e simbolica di una zona più o
meno vasta della superficie terrestre. La rappresentazione cartografica è
ridotta, essendo impossibile riprodurre la Terra o parte di essa nelle sue vere
dimensioni. Queste dovranno quindi essere rimpicciolite secondo un rapporto di
riduzione che coinvolga le lunghezze (e quindi anche le aree) misurate sulla
carta e quelle corrispondenti sul terreno: tale rapporto si dice scala.
La rappresentazione cartografica è approssimata,
poiché non è possibile sviluppare su un piano una superficie sferica (come
quella della Terra) senza che subisca delle deformazioni. I metodi utilizzati
per rappresentare in piano la superficie terrestre sono le proiezioni
geografiche.
Gli oggetti (rilievi, fiumi, opere umane, ecc…)
dovranno essere indicati tramite simboli cartografici, detti segni
convenzionali, i quali ci consentono di riconoscere gli elementi rappresentati.
Perciò una carta geografica è anche simbolica.
Importante per qualsiasi rappresentazione
cartografica è la scala numerica (lineare), cioè il rapporto tra una lunghezza
misurata sulla carta e la corrispondente lunghezza sulla superficie terrestre.
Tale rapporto è espresso sotto forma di una frazione (1:N) in cui il numeratore
rappresenta l’unità e il denominatore N esprime il numero di volte di cui le
distanze reali sono ridotte sulla carta. Ad esempio <<scala
1:100000>> (si legge: scala uno a centomila) vuol dire che ad una certa
lunghezza misurata sulla carta corrispondono 100000 di tali lunghezze sul
terreno; cioè 1 mm sulla carta è uguale a 100000 mm (ossia 100 m) sul terreno,
1 cm sulla carta è uguale a 100000 cm (ossia 1 Km) sul terreno ecc….
Dato che questo rapporto è espresso sotto forma di
frazione, la scala di una carta geografica sarà tanto più grande quanto più
piccolo è il denominatore, e viceversa.
Oltre alla scala numerica, sulle carte è riportata
spesso anche la scala grafica, cioè la rappresentazione grafica del rapporto
numerico di riduzione. Si tratta di due segmenti paralleli divisi in tanti
tratti uguali, detti unità grafiche, che corrispondono a determinate lunghezze
sul terreno.
In base al metodo di costruzione, le carte
geografiche possono essere distinte in carte rilevate e carte derivate. Le
prime sono costruite e disegnate basandosi su misure e osservazioni dirette
eseguite sul terreno (o mediante fotografie aeree o telerilevazione), mentre le
seconde si ottengono dalle precedenti tramite semplificazioni e riduzioni (onde
il nome di derivate).
Per quanto riguarda le carte rilevate, se si tratta
di rappresentare aree molto vaste oggi ci si avvale dell’aerofotogrammetria e
dei sistemi di telerilevamento. Questi ultimi producono specifiche immagini
della superficie terrestre derivate dall’elaborazione di dati raccolti da
satelliti artificiali appositamente preparati. L’impiego dei satelliti consente
di realizzare in tempi brevissimi la copertura cartografica di aree molto
vaste, anche a grande scala e ha reso superflue molte operazioni di rilevamento
geodetico appoggiate a stazioni terrestri. Contemporaneamente allo sviluppo dei
sistemi di telerilevamento è proseguito quello della cartografia
computerizzata, in grado di soddisfare la necessità di efficienti sistemi
informativi relativi al territorio.
Invece, se si tratta di rappresentare arre di
modesta vastità, soprattutto carte topografiche e simili, si utilizzano
strumenti come tacheometri, teodoliti e geodimetri.
Per la determinazione di punti si utilizzano le
relazioni della trigonometria piana, sferica e ellissoidale. Per le
determinazioni planimetriche si utilizzano i procedimenti della triangolazione
e della poligonazione, misurando angoli e distanze. Le determinazioni
altimetriche consistono nella misura dei dislivelli tra punti impiegando metodi
di livellazione geometrica o trigonometrica.
In base alla scala, si possono distinguere quattro
gruppi di carte:
- Piante e mappe, con scala maggiore di 1:10000.
Sono carte molto dettagliate, sia per le limitate zone rappresentate, sia per
la ricchezza di particolari. Le piante raffigurano la planimetria dei centri
urbani; le mappe sono utilizzate per la rappresentazione di proprietà rurali
(poderi, zone boscose, pascoli ecc…).
- Carte topografiche, con scala compresa fra 1:10000
e 1:150000. Queste carte sono particolareggiate e rappresentano piccoli
territori, dei quali evidenziano sia le fattezze naturali, sia le opere umane.
Queste carte vengono rilevate nei vari Paesi e servono per la costruzione delle
carte a scala minore.
- Carte corografiche, con scala variabile da
1:150000 a 1:1000000. Esse raffigurano aree abbastanza estese della Terra
(anche intere regioni) con un discreto numero di particolari.
- Carte geografiche, propriamente dette, nelle quali
la scala è minore di 1:1000000.
Esse rappresentano aree molto estese della
superficie terrestre, come uno o più Stati o addirittura un continente.
In base al contenuto, si possono dividere in:
- Carte generali, dove sono rappresentate o le sole
caratteristiche naturali (carte fisiche), o gli aspetti umani (carte politiche)
o entrambi i suddetti elementi (carte fisico-politiche).
- Carte speciali, che sono costruite per uno scopo
specifico. Ad esempio carte idrografiche o carte geologiche.
- Carte tematiche, che mettono in risalto
particolari aspetti fisici, biologici o antropici.
Ad esempio le carte geomorfologiche rappresentato le
forme di rilievo e la loro genesi, le carte climatiche la distribuzione dei
climi.
LA VALLE CERVO
La Valle del Cervo, conosciuta anche come Valle di
Andorno, è una breve vallata che si insinua per poco più di 20 Km nel versante
padano delle Alpi Pennine. Guardando da Biella, ove essa ha termine, ha
inizialmente un andamento verso nord, per poi descrivere un’ampia curva verso
ovest.
Quella del Cervo è l’unica valle alpina biellese
abitata permanentemente stretta ad ovest ed ad est dai grandi complessi vallivi
della Valle d’Aosta e della Valsesia. Questa caratteristica rende la parte alta
della vallata molto diversa, sia geograficamente che dal punto di vista storico
e culturale, da tutto il resto del territorio biellese, anche se rimane
profondamente inserita in quel tessuto sociale, soprattutto per la vicinanza e
per la dipendenza economico - sociale con Biella.
È chiusa in alto da un arco di montagne con altezza
media di 2500 m s.l.m. (Monte Cresto 2545, Punta Tre Vescovi 2501, Cima di Bo
2556 ) e tra queste cime si aprono i passi che hanno accesso pedonale alle
vallate confinanti (Colle della Vecchia, Mologna e Croso ). Aspra e severa
nella sua parte superiore, l’alta valle del Cervo conserva tracce evidenti del
modellamento glaciale, specie nei circhi della testata. E’ questo il territorio
de “La Bürsch”, cioè la casa o tana dell’antica parlata locale, toponimo
adottato dai 5 comuni della Comunità Montana Alta Valle del Cervo:
Piedicavallo, Rosazza, Campiglia, San Paolo e Quittengo. Tra le Comunità
Montane piemontesi è la più piccola per superficie e popolazione.
Scendendo, la valle si apre verso la pianura
all’altezza della frazione Passobreve di Sagliano. Un primo gradino, sulla
sinistra orografica ospita i contigui paesi di Sagliano Micca e di Andorno che
formano l’agglomerato urbano più importante della valle; molto vicini ad esso
sono i paesi di Miagliano e di Tavigliano: il primo in basso, sulla destra
orografica del torrente Cervo mentre il secondo in alto, verso levante. Più a
valle troviamo Tollegno, importante centro industriale ormai alle porte di
Biella.
Questi comuni fanno parte della Comunità Montana
Bassa Valle Cervo che comprende anche la vallata del torrente Oropa. Questo
territorio, che è praticamente la zona montana del Comune di Biella, è limitato
in alto dai monti Mucrone, Rosso, Camino e Tovo che fanno da corona al
Santuario di Oropa. Scende poi verso valle con a destra i paesi di Favaro e
Cossila S. Giovanni (frazioni di Biella), mentre a sinistra troviamo il comune
di Pralungo. L’Oropa entra nel torrente Cervo poco a monte di Biella,
delimitando in quel punto il confine inferiore della Comunità.
Fanno anche parte della Comunità stessa i comuni di
Zumaglia, Ronco e Ternengo situati ad est in una felice posizione, sugli ampi
terrazzi orientati a mezzogiorno e aperti verso la pianura.
LA VALLE OROPA
Commento
della carta geologica ed ecologica della Valle Oropa
La Valle Oropa è caratterizzata dall’omonimo
torrente che la influenza per quanto riguarda la sua geologia ed è molto
importante per la vita animale e vegetale.
Come si può notare dalla cartina, lungo il torrente
Oropa, sono presenti numerosi residui di tipo alluvionale che si sono
depositati nell’era quaternaria.
Nella parte Sud - Est della Valle Oropa, vi è una
forte presenza di rocce magmatiche come ad esempio filoni andesitici e
trachiandesiti.
Risalendo la vallata, in corrispondenza della faglia
vi è la presenza di dioriti, migmatiti e serpentiniti; più in alto verso destra
notiamo filoni quarzitici e sulla sinistra di monzoniti di plutone della Valle
Cervo.
Nella parte finale risalendo verso la sorgente
prevalgono i micascisti eclogitici.
Seguendo lo stesso percorso di risalita del
torrente, trattiamo ora la parte botanica e faunistica.
A Sud - Est, nella bassa valle, si può notare la
presenza delle tipiche piante dell’orizzonte submontano: boschi di castagni,
betulle, frassini, noccioli e aceri, alternati a praterie di Arrhenatherum
Elatius. In questa fascia, lungo il corso del torrente, la vegetazione riparia
è costituita da ontani neri e salici.
In questo ambiente la fauna è caratterizzata dalla
presenza di scoiattoli, ghiri, donnole, fringuelli, merli, picchi, lepri, volpi
e passeracei vari.
Salendo d’altitudine il faggio è la pianta
predominante del paesaggio e proseguendo verso la sorgente il larice del cembro
si alternano al faggio.
Sempre in questa zona vi sono presenti ancora
praterie e pascoli e boschi di abeti bianchi e rossi.
Qui l’ambiente diventa adatto per merli acquaioli,
ballerine gialle, toporagni, merli dal collare ed ermellini.
Nei pressi della sorgente, dove le altitudini sono
nettamente maggiori, predominano gli arbusteti alpini, praterie alpine e pareti
rocciose, l’ambiente tipico per fagiani di monte, lepri alpine, marmotte,
coturnici, pernici bianche, picchi muraioli, rondini montane, gheppi, gracchi e
corvi imperiali.
Da ricordare inoltre la presenza di trote mormorate
e di trote fario in tutti i corsi e specchi d’acqua della vallata.
Commento
della carta idrografica della Valle Oropa
La cartina evidenzia la fitta presenza di corsi
d’acqua nella vallata.
Il torrente principale, come più volte citato, è il
torrente Oropa cui si aggiungono i numerosissimi affluenti provenienti dalle
vallate laterali.
Come abbiamo avuto già modo di notare nella cartina
geologica, la morfologia del terreno ha favorito la formazioni di laghi di
piccole dimensioni, alcuni di questi di natura glaciale, dai quali si originano
altrettanti piccoli ruscelli.
Questi sono: il Lago della Ceva, il lago della Mora,
il lago delle Bose, il lago del Camino, il lago del Rosso ed infine il più
importante il Lago del Mucrone da cui nasce appunto il torrente Oropa.
Commento
della carta climatica della Valle Oropa
La vallata è caratterizzata da un clima decisamente
rigido durante la stagione invernale, e fresco durante quella estiva.
Le precipitazioni sia piovose che nevose sono
abbondanti, con una maggiore concentrazione nei mesi tra Giugno e Settembre.
Le temperature medie annuali sono basse rispetto
alla media e variano tra gli 11°C nella bassa valle rasenti lo zero nella parte
più a nord.
Ciò è dovuto sia all’elevata altitudine sia al fatto
che le ore annue di insolazione reali sono molto scarse a causa
dell’inclinazione dei pendii, anche se si può notare che la situazione varia da
zona a zona.
Da non dimenticare infine la presenza di venti
notturni freddi che soffiano verso valle da Nord - Ovest a Sud - Est.
BIBLIOGRAFIA
Ø
“La Terra nello spazio e nel tempo” di Elvidio
Lupia Palmieri e di Maurizio Parotto edizioni Zanichelli.
Ø
Enciclopedia De Agostini.

Componenti
gruppo:
Canazza Andrea, Fenaroli Gerolamo, Persico
Valentina.
Indice:
- Le acque stagnanti
pag.41
- Il lago
pag.44
·
Le stagioni dei laghi pag.44
·
L’eutrofizzazione pag.45
·
I pesci pag.46
·
Il clima pag.47
·
Torrenti e laghetti montani
pag.54
·
Arbusteto subalpino pag.54
·
Pascoli e macereti pag.55
·
Invertebrati pag.56
·
Fanerogame pag.60
·
Provenienza delle specie pag.60
·
La vegetazione pag.61
·
Caratteristiche generali pag.62
·
Vegetazione reale e potenziale
pag.63
·
Inquadramento fitogeografico
pag.64
- Schede naturalistiche pag.65
- Ringraziamenti
pag.139
A seconda delle dimensioni e dell’origine gli
ambienti ad acque stagnanti possono essere classificati in: laghi (specchi d’acqua di maggiori
dimensioni con profondità non inferiore a 35 metri), stagni (la vegetazione acquatica è molto abbondante soprattutto
presso le rive con ampie zone con profondità intorno ad almeno 2 metri), paludi (la vegetazione ingombra tutta
la superficie e la profondità massima raramente supera il metro), acquitrini (con acque ancora più basse,
si tratta di ambienti che si prosciugano più di una volta l’anno) e torbiere (estensioni che sono molto
spesso ciò che rimane dei naturali processi di riempimento di laghi e stagni;
si tratta di terreni non più occupati dall’acqua anche se da quest’ultima
impregnati per tutto l’anno). Le zone umide ad acque stagnanti sono definibili
come “raccolte d’acqua non turbate da correnti unidirezionali”.
I laghi sono depressioni continentali colme d’acqua,
più o meno profonde. Escludendo i laghi artificiali, quelli naturali possono
avere origini assai diverse. Si pensi ai laghi vulcanici (Bracciano, Nemi,
Albano, Bolsena) dall’aspetto tipicamente sub - circolare perché occupano il
fondo di crateri di vulcani spenti. Masse di materiale, in seguito a frane,
possono sbarrare un corso d’acqua formando una sorta di diga naturale che dà
origine ai bacini. I laghi più grandi e più noti sono, senza dubbio, quelli sub
- alpini (Maggiore, Orta).
Durante l’era Quaternaria, più o meno l’ultimo
milione di anni della storia della Terra, vi furono notevoli cambiamenti
climatici. In particolare, facendo riferimento alle regioni italiane, vi furono
quattro periodi freddi (le glaciazioni), intercalati ad altri decisamente più
caldi (interglaciali). La prima glaciazione cominciò circa un milione e
duecentomila anni fa e l’ultima terminò diecimila anni prima di Cristo.
Attualmente stiamo vivendo in un periodo post - glaciale che segue l’ultima
glaciazione. Nel periodo interglaciale le grandi masse di ghiaccio dei poli
erano assai ridotte e di conseguenza il livello marino era assai più alto,
tanto che la pianura padana era parzialmente invasa dall’Adriatico. Nei periodi
glaciali invece le basse temperature facevano sì che le grandi masse di
ghiaccio ai poli si estendessero invadendo buon parte del continente nord -
europeo e nord - americano. Il livello marino di conseguenza era più basso. Le
Alpi erano ricoperte da grandi masse di ghiaccio che scendevano lentamente fino ad invadere la
pianura, scavando il fondo e i fianchi delle valli e trascinando grandi
quantità di materiali detritici. Dopo lo scioglimento dei ghiacciai tali
vallate risultarono talmente sovraescavate da presentarsi come vere e proprie
depressioni, mentre a valle i detriti costituirono degli sbarramenti (cerchie
moreniche) a forma di anfiteatri, dando origine ai laghi subalpini, alcuni dei
quali così profondi da costituire delle “criptodepressioni”.
Oggi in alta montagna vi sono numerosi piccoli laghi
di circo, veri e propri gioielli dalle limpidissime acque incastonati tra le
pendici più aspre. In conclusione si può affermare che gran parte del paesaggio
delle regioni settentrionali è stato modellato dall’acqua nella sua fase solida
(i ghiacciai quaternari).
Il lago, per quanto riguarda la produzione vegetale,
viene suddiviso in una zona superiore trofogenica,
corrispondente alla zona fotica (cioè fin dove arriva la luce sufficiente per
il processo di fotosintesi) nella quale avvengono i processi produttivi e una
zona inferiore, trofolitica,
corrispondente alla zona afotica in cui prevalgono i fenomeni di decomposizione
del materiale organico prodotto nel lago e proveniente dal bacino imbrifero.
Oltre agli effetti sulla produzione algale, l’energia solare provoca un fenomeno di particolare importanza per la biologia del lago: la cosiddetta stratificazione termica, misurando la temperatura dell’acqua a varie profondità durante il periodo estivo, si può in modo chiaro individuare questo fenomeno. La massa d’acqua, nei mesi estivi, non ha infatti valori di temperatura omogenei, ma si presenta stratificata in una zona superiore calda (epilimnio) ed in una zona più fredda (ipolimnio) separate da una zona di transizione (metalimnio) in cui si ha un brusco abbassamento dei valori termici. Dato che l’acqua a seconda della temperatura varia la propria densità, l’epilimnio, meno denso, tende nettamente a galleggiare sugli strati sottostanti. Viene così ostacolato il rimescolamento dell’intera massa d’acqua: di conseguenza nell’ipolimnio non può avvenire la graduale sostituzione dell’ossigeno consumato nei processi metabolici dell’idrofauna di profondità e degli organismi decompositori. Al sopraggiungere dell’autunno lo strato superficiale, non più riscaldato dai raggi solari, cede progressivamente calore all’ambiente esterno, fino a raggiungere una temperatura simile a quella degli strati sottostanti. L’acqua diventa più pesante, scende verso il fondo fino a che, in tempi più o meno lunghi a seconda della profondità del lago, tutta la massa d’acqua assume la stessa temperatura, generalmente 10°C e mai inferiore a 4°C. L’omeotermia così raggiunta e la conseguente circolazione verticale rendono possibile il trasferimento all’ipolimnio dell’ossigeno molto abbondante nell’epilimnio; in altri termini le acque profonde del lago ricevono una “boccata d’ossigeno” essenziale al mantenimento dei processi vitali. In inverno le acque superficiali si raffreddano ulteriormente raggiungendo temperatura di 4°C diventando così più leggera; si creano quindi le condizioni di una nuova stratificazione che, pur non essendo pronunciata come quella estiva, si evidenzia come uno straterello superficiale di acqua con temperatura fra zero e 4°C che “galleggia” su una massa con temperatura pari o leggermente superiore a 4°C. Se il freddo invernale è intenso in superficie si può formare inoltre uno strato di ghiaccio che, comportandosi come isolante, riduce notevolmente la cessione di energia termica dall’acqua all’aria impedendo quindi l’ulteriore raffreddamento del lago. Al termine della stagione invernale, il maggior apporto di energia solare determina il riscaldamento dell’epilimnnio la cui temperatura sale fino a valori simili a quelli delle acque sottostanti. Si ha così un secondo periodo di omeotermia che precede la nuova stratificazione estiva.
Consideriamo un ipotetico lago, relativamente
profondo e poco produttivo: le acque sono trasparenti e la luce solare può
superare i trenta metri di profondità. L’ipolimnio estivo è assai vasto
rispetto al volume totale. Le concentrazioni dei nutrienti (principalmente sali
dell’azoto e del fosforo) sono modeste; di conseguenza la produzione di materia
organica nella stagione calda (ad opera soprattutto del plancton vegetale) non
è eccessiva e la quantità di ossigeno necessaria per la sua successiva decomposizione
è notevolmente inferiore a quella totale presente nelle acque profonde: si è
ben lontani del rischio di un deficit di ossigeno ipolimnico.
Il pesce non è abbondante, ma pregiato (Salmonidi e
Coregonidi). Un lago di questo genere è, molto probabilmente, “giovane” come
genesi e per il fatto di essere così poco produttivo e così povero di vita
vegetale e animale, viene indicato come “oligotrofico”. Con il passare del
tempo (decenni secoli o millenni) le acque incanalate o di ruscellamento
portano al nostro ipotetico lago sali nutritizi asportati dai terreni
circostanti. In occasione di piene, gli immissari trasportano argilla e limo
che sedimentano sui fondali. Le foglie portate dal vento, gli insetti catturati
dai pesci, gli escrementi degli uccelli acquatici contribuiscono all’ingresso
di nuova materia nel lago. Quando il nuovo materiale giunge al letto di un
fiume viene immediatamente rimosso e trascinato a valle se la velocità
dell’acqua è sufficiente al trasporto; oppure si deposita, ma solo provvisoriamente
perché in occasione della prima piena tale materiale viene comunque portato
via. Diversa è la situazione dei laghi; le acque non vengono ricambiate
facilmente e rapidamente come nei fiumi: nella migliore delle ipotesi i tempi
teorici necessari al ricambio totale possono essere anche di alcuni anni, ma la
realtà è ben diversa. Nel Lago Maggiore per esempio in 25 anni si rinnova
soltanto l’80% del volume d’acqua. La conseguenza è che praticamente tutto ciò che arriva al
lago ne diventa parte sedimentando o entrando nei cicli biologici. Dunque, con
il passare del tempo, il nostro ipotetico lago diventa meno profondo per il
processo di sedimentazione e più produttivo per l’apporto di nutrienti dai
territori circostanti. La vita è più abbondante, maggiore è la produzione del
plancton nella stagione favorevole. Il materiale organico prodotto costituisce
a questo punto una massa notevole, ma l’ossigeno ipolimnico è ancora
sufficiente per la sua totale decomposizione, senza che si verifichino
situazioni di deficit. Le acque soprattutto in estate per la presenza di
maggiori quantità di plancton sono meno trasparenti anche se presso le rive è
ancora possibile scorgere il fondo anche oltre i due metri di profondità. La
produzione di pesci è buona (oltre ai Salmonidi si trovano Ciprinidi, quali le
scardole, i cavedani, le carpe…).
Un lago di questo tipo viene considerato “maturo” in
termini di età e per la maggior produttività viene indicato con il termine
“mesotrofico”.
L’evoluzione dell’ecosistema lacustre non si ferma
qui perché con il passare del tempo, dai territori circostanti arriva altro
materiale, che tende a ridurre sempre di più la profondità del lago ed ad
aumentarne la produttività (per il continuo apporto di nutrienti). In queste
condizioni, sia per il diminuito volume dell’ipolimnio, sia per l’eccessiva
mole di sostanza organica prodotta nella stagione calda (che richiede troppo
ossigeno per essere consumata integralmente), cominciano ad instaurarsi
situazioni di deficit di ossigeno ipolimnico. Il quadro generale è quello di un
lago molto produttivo dal punto di vista biologico (abbondante la fauna ittica,
ma costituita quasi esclusivamente dai Ciprinidi meno esigenti), con grande
sviluppo del plancton e dei vegetali superiori e con proliferazione del canneto
lungo le rive. Vi è assenza di ossigeno presso i fondali in estate e i
sedimenti sono fetidi perché formatisi in ambiente anossico, ricco di ammoniaca
e di acido solfidrico. Un lago di questo tipo è detto “vecchio” e viene
indicato con il termine “eutrofico”. Oligotrofia,
Mesotrofia, Eutrofia sono gli stadi attraverso i quali un lago deve passare
durante il corso della sua evoluzione, dalle sue condizioni giovanili a quelle
di vecchiaia. Si assiste cioè a un graduale processo di eutrofizzazione naturale
durante la maturazione del lago che porta alla sua estinzione, trasformandolo
in uno stagno e poi in una palude; questa può definitivamente colmarsi dando
origine a una prateria umida. Il processo, che inizia dalla formazione del lago
e che si conclude con la palude e la prateria, si attua in natura in tempi
lunghissimi: secoli, millenni o decine di migliaia di anni, a seconda del tipo
morfologico del bacino lacustre.
I pesci possono essere considerati particolarmente adatti per caratterizzare la varietà di ambienti acquatici lacustri. Le acque fredde e povere di nutrienti non riescono a sostenere una buona produttività biologica: la trota fario è la specie ittica più rappresentativa, quasi sempre l’unica. Spesso compare lo scozzone, un piccolo pesce bentonico preda della fario. La fario diminuisce, in modo direttamente proporzionale alla temperatura, come consistenza numerica per lasciare posto alla trota marmorata. Compare di conseguenza il temolo ed è presente pure la sanguinerola. Quest’ultimo è uno dei pochi Ciprinidi che prediligono le acque fresche insieme con il vairone, il barbo canino e la lasca.
IL CLIMA
Il clima è certamente una delle variabili tra quelle
che condizionano la natura delle nostre regioni. La temperatura media annua
diminuisce di circa un grado ogni duecento metri in più di quota. Il clima
dunque si fa via via più rigido salendo
dalla pianura verso la montagna e una delle conseguenze più evidenti è il
rapido cambiamento dei tipi di vegetazione.
Si passa infatti dai boschi di latifoglie (dominati
dalla quercia, quindi dal castagno, dal faggio e, a quote maggiori, dalla
betulla) a quelli di conifere (pini e abeti) dove il larice segna spesso il
confine con gli arbusti e le praterie, subito sotto le cime delle nevi perenni.
La variazione del clima con l’altitudine soprattutto in una regione come il
Piemonte, hanno una grande importanza nel determinare le caratteristiche
ambientali dei corsi d’acqua. Intorno ai 2700 - 2800 metri le temperature medie
mensili sono inferiore ai 0°C per almeno metà dell’anno con precipitazioni
principalmente nevose e con accumulo di neve al suolo. All’aumentare
dell’altitudine si giungerà quindi a una linea ideale al di sopra della quale
la neve caduta durante il periodo più freddo dell’anno non viene interamente
disciolta, questa linea prende il nome di “limite
climatico delle nevi persistenti ”che sulle alpi italiane è pari a 3000 m
circa. Al di sopra del limite delle nevi persistenti vi sono le condizioni per
un continuo accumulo di neve al suolo anno dopo anno.
L’aumento di spessore comporta chiaramente un
aumento del peso della massa nevosa e la sua conseguente trasformazione in
ghiaccio e discesa verso il basso. Questo è il meccanismo di formazione del
ghiacciaio. In Piemonte la disponibilità delle risorse idriche è largamente
condizionata dal contributo d’acqua proveniente dallo scioglimento delle masse
di ghiaccio e di neve in alta montagna. La vita vegetale ed animale non è mai
abbondante. Intorno a 1800 m di altitudine l’ambiente è ancora caratterizzato
da un clima molto rigido e la temperatura delle acque è ancora molto bassa
anche in estate; sono più frequenti gli alberi d’alto fusto, ma si tratta
ancora prevalentemente di conifere adattate ai climi freddi (larici, pini
cembri) costituenti boschi radi. La quota 1600 m è il limite climatico dello
zero termico medio del trimestre invernale. Il regime pertanto è ancora
spiccatamente nivoglaciale. Più avanti il clima si fa meno rigido e la
temperatura delle acque in estate può raggiungere e talora superare i 10°C; è
caratterizzante la presenza di fitti boschi più ricchi di vita vegetale ed
animale, dove insieme al larice domina l’abete, mentre poco più a valle oltre
ai pini silvestri nei versanti più esposti sono sempre più estese le faggete.
Per quasi tutto l’anno le precipitazioni al di sotto di questa quota alimentano
quasi immediatamente le portate dei corsi d’acqua: sul regime idrologico inizia
a farsi sentire l’influenza del regime pluviometrico.
LA VALLE CERVO
Note
geografiche
La valle del Cervo, conosciuta anche come valle di
Andorno, è una breve vallata che si insinua per poco più di 20 Km nel versante
padano delle Alpi Pennine. Guardando da Biella, ove essa ha termine, ha
inizialmente un andamento verso nord, per poi descrivere un’ampia curva verso
ovest.
Quella del Cervo è l’unica valle alpina biellese abitata permanentemente,
stretta ad ovest ed a est dai grandi complessi vallivi della Valle d’Aosta e
della Valsesia. Questa caratteristica rende la parte alta della vallata molto
diversa, sia geograficamente che dal punto di vista storico e culturale, da
tutto il resto del territorio biellese, anche se rimane profondamente inserita
in quel tessuto sociale, soprattutto per la vicinanza e per la dipendenza
economico - sociale con Biella.
La Valle è chiusa in alto da un arco di montagne con
altezza media di 2500 m s.l.m. (Monte Cresto 2545, Punta Tre Vescovi 2501, Cima
di Bo 2556) e tra queste cime si aprono i passi che hanno accesso pedonale alle
vallate confinanti (Colle della Vecchia, Mologna e Croso).
Aspra e severa nella sua parte superiore, l’alta
valle del Cervo conserva tracce evidenti del modellamento glaciale, specie nei
circhi della testata. E’ questo il territorio de “La Bürsch”, cioè la casa o
tana dell’antica parlata locale, toponimo adottato dai cinque comuni della
Comunità Montana Alta Valle Cervo: Piedicavallo, Rosazza, Campiglia, San Paolo
e Quittengo. Tra le Comunità Montane piemontesi è la più piccola per superficie
e popolazione.
Scendendo, la valle si apre verso la pianura
all’altezza della frazione Passobreve di Sagliano. Un primo gradino, sulla
sinistra orografica, ospita i contigui paesi di Sagliano Micca e di Andorno che
formano l’agglomerato urbano più importante della valle; molto vicini ad esso
sono i paesi di Miagliano e di Tavigliano: il primo in basso, sulla destra
orografica del Torrente Cervo, il secondo in alto, verso levante. Più a valle
troviamo Tollegno, importante centro industriale ormai alle porte di Biella.
Questi comuni fanno parte della Comunità Montana Bassa Valle Cervo che
comprende anche la vallata del Torrente Oropa. Questo territorio, che è
praticamente la zona montana del Comune di Biella, è limitato in alto dai monti
Mucrone, Rosso, Camino e Tovo che fanno da corona al Santuario di Oropa.
Scendendo poi verso valle troviamo a destra i paesi di Favaro e Cossila S.
Giovanni (frazioni di Biella), mentre a sinistra troviamo il comune di
Pralungo. L’Oropa entra nel Torrente Cervo poco a monte di Biella, delimitando
in quel punto il confine inferiore della Comunità.
Fanno anche parte della Comunità stessa i comuni di Zumaglia, Ronco e Ternengo
situati ad est in una felice posizione, sugli ampi terrazzi orientati a
mezzogiorno e aperti verso la pianura.
Il meridiano medio si trova a 4°30’ di longitudine
ovest da Roma ed il parallelo medio a 45°40’ di latitudine nord. La quota
altimetrica minima sul livello medio marino è di 633 metri.
Per quanto riguarda l’aspetto fisico l’Alta Valle
Cervo si presenta, agli occhi del visitatore, orlata da montagne imponenti,
anche se non altissime, frastagliate e pietrose nella parte alta, cosparse di
folta vegetazione nella parte bassa.
Tale vegetazione arborea si compone di faggi,
frassini e betulle, con aspetto assai vario e pittoresco per il susseguirsi dei
valloni e delle strettoie, di terse luci e fitte ombre, per lo scintillare
delle acque spumeggianti dai numerosi ripidi ruscelli.
La strettezza della valle e la direzione del suo
asse da nord - ovest a sud - est aggiungono, in estate, una nota di frescura e
di ombra, quale non si registra, a parità di altitudine, che raramente in altre
regioni.
Naturalmente ha lo svantaggio di essere poco
soleggiata d’inverno, senza però registrare temperature troppo rigide, ma
mantenendo costante un clima temperato.
Il regime pluviometrico è comune alla zona dell’alto
Biellese: mentre, in genere, si hanno inverni secchi con cielo terso, si
verificano piogge abbondanti specialmente in primavera e all’inizio
dell’autunno, piogge che favoriscono lo sviluppo della vegetazione.
L’intero bacino acqueo della valle viene assorbito
dal Torrente Cervo per mezzo dei suoi numerosissimi affluenti ai due lati.
Il Cervo ha un regime di magra minimo, ma nei
periodi delle piogge assume un volume d’acqua copiosissimo ed un’impetuosità
straordinaria.
La maggiore estensione di terreno è ricoperta da
boschi, mentre la zona prativa è ridotta a piccole strisce fiancheggianti il
torrente nelle sole conche più larghe o alla confluenza dei ruscelli.
I pascoli sono abbastanza estesi nell’alta montagna,
mentre nella parte più bassa sono stati invasi dalla boscaglia a causa
dell’abbandono e della diminuzione dell’allevamento del bestiame.
I campi si limitano ai soli orti nelle vicinanze
degli spazi abitati ed a quelli artificialmente creati, per mancanza di spazio,
sui pendii dei monti, sostenuti da muri a secco, della larghezza media di
quattro o cinque metri ciascuno.
La flora è simile a quella oropense, ma più popolata
di piante, in particolare a sud del colle della Vecchia e del Conetta.
A definire i caratteri della flora locale concorrono
due caratteristiche geografiche della Valle Cervo: l’assoluta predominanza dei
terreni silicei e la frequenza e l’abbondanza delle precipitazioni dovute alla
brevità della valle, largamente aperta verso la Pianura Padana nel suo punto
più umido (le risaie).
La flora dell’Alta Valle Cervo è dunque una flora
silicica ed è inoltre una flora di regione a frequenti precipitazioni,
alternate tuttavia da periodi secchi e luminosi.
Sarebbe errato pensare che la valle del Cervo presenti
una fisionomia vegetale uniforme: come in tutte le montagne si succedono anche
qui, via via che ci si innalza, varie zone di vegetazione gradatamente diverse
le une dalle altre, e corrispondenti alle varie zone di vegetazione in cui si
divide l’Europa dal sud al nord.
LA VALLE OROPA
Idrografia
e clima
Il sistema idrografico della Valle Oropa è
costituito da numerosi e modesti ruscelli che alimentano, quasi sempre
direttamente, l’unico importante corso d’acqua denominato Torrente Oropa. Tale
corso d’acqua principale ha un’origine precisa nascendo dal Lago del Mucrone (1898 m) che si trova
in una conca tra le vette del Monte Mucrone e del Monte Rosso; nel suo primo
tratto il Torrente Oropa divalla rapidamente in un modesto alveo interrotto da
piccole cascatelle fino al’Alpe Pissa dove, dopo la confluenza con il Rio
Trotta, prosegue con un alveo sempre più ampio. Lambisce il lato orientale del
Santuario di Oropa con un percorso in parte deviato artificialmente, poi scende
incassato e a tratti nascosto, fino alla località valle di Pralungo, dove
diminuisce la sua pendenza. Qui ha inizio il suo corso inferiore, sempre inciso
nella roccia e caratterizzato dalla presenza di diverse opere di presa che
servono rogge sviluppantesi su ambedue i versanti della valle. Il corso termina
nella confluenza con il Torrente Cervo poco a valle del ponte del Bardone alla
quota di trecentonovanta metri e dopo un percorso di circa 13 km sviluppantesi
per un dislivello di 1500 m. La pendenza media molto elevata (110 - 115 per mille)
influisce notevolmente sul regime accentuandone le caratteristiche torrentizie.
Quando nell’alta valle si verificano precipitazioni temporalesche, il Torrente
Oropa si ingrossa rapidamente smaltendo in poche ore notevoli volumi di acqua,
raramente però tali furiose piene danno luogo ad alluvionamenti, essendo
l’alveo prevalentemente incassato. Attualmente il Torrente Oropa svolge
un’intensa attività erosiva lungo buona parte del suo percorso e anche l’ultimo
tratto prima della confluenza nel Torrente Cervo è inciso nella roccia;
solamente nella parte centrale della valle, l’alveo scorre entro alluvioni
grossolane recenti. Tutti gli affluenti del Torrente Oropa sono ruscelli con
portate di magra insignificanti; nella maggior parte essi confluiscono direttamente
nell’asta principale superando con brevi percorsi forti dislivelli (ad esempio
il Rio Furia ha una pendenza attorno al 400 - 450 per mille). Gli affluenti
presenti sul fianco destro orografico sono i rii Limbo, Bose, Canal Secco col
tributario Mora, Cavalle, Fenereccio, Pissone, Ferraris, Furia (alimentata dai
riali Signora, Scaglia, Pozzo), Frera, Freddo, Riale e Varola.
Sul fianco sinistro sono invece presenti i rii
Rosso, Camino, Trotta, Scudo, Gias Comune, Orone (che con l’affluente Inferno
ha un bacino di dominio di quasi 3 km delimitato dal Monte Tovo, dalla cima
Tressone e dal Monte Becco), Campo, Cimone, Grande, Moscarola, Neggia, Burrone,
Bija, Moje, Cherpo, Cino (maggiore affluente del Torrente Oropa avendo un
bacino di circa 3 km e sviluppantesi sulle pendici meridionali del Monte Cucco;
suo tributario è il rio Affità) e Scalop.
Nell’alta valle, oltre ad alcuni modestissimi
laghetti (Rosso, Camino, Bose, Mora, Ceva), è presente il Lago del Mucrone (quota 1898 m,
superficie 19000 mq), caratteristico lago di circo originato dall’esarazione
glaciale, alimentato principalmente dalla fusione delle nevi, da cui si origina
il Torrente Oropa.
Una sintesi climatica della Valle Oropa, per quanto
si disponga di numerosi dati, non è facile, a causa delle variazioni che i
fattori orografici (in particolare altitudine ed esposizione) impongono, pur
sul ristretto territorio, agli elementi del clima.
Un tentativo di sintesi climatica, relativo alla
sola stazione di Oropa, è stato effettuato dal Balzerani (1955). Scriveva
questo Autore che il clima di Oropa è “freddo d’inverno ma non freddo intenso
come nella pianura padana, e temperato d’estate. Umidità relativa che non
sorpassa i limiti del giusto. Trovandosi Oropa in un regime sublitoraneo, ha
due massimi di pioggia: in primavera ed in autunno con piogge cicloniche per le
pressioni basse e piogge di rilievo per le zone montane. Periodo nevoso da
ottobre a maggio, con una punta massima in marzo. Temporali veri e propri se ne
registrano pochissimi, perché difesa da monti più alti intorno. Grandinate
ancor meno ed esclusivamente da aprile ad ottobre. Venti dominanti di levante e
di ponente, ma poco forti”.
Anche altri Autori, quali il Rizzi (1930), il
Palladinelli (1940) ed il Renier (1948) hanno studiato le caratteristiche degli
elementi climatici della zona, traendo però conclusioni relative ai singoli
elementi e non una sintesi completa.
Recentemente Perino (1977) ha effettuato un
tentativo di sintesi relativo all’intera valle:
“Il clima della Valle Oropa, geograficamente
appartenente alla zona temperata di transizione, è notevolmente influenzato
dalle caratteristiche orografiche vallive, cosicchè più che di clima si ritiene
di dover parlare di mesoclima, e precisamente di clima azonale di montagna
(secondo Peguy, 1970).
La radiazione globale ad Oropa assume valori massimi
in luglio e minimi in dicembre, ed è inferiore a quella di altre località
situate alla stessa altitudine, in quanto l’effetto conca assume un ruolo
notevole sia come influenza del contorno apparente che come immagazzinamento
delle nubi. Analoghe considerazioni possono ritenersi valide anche per
l’eliofania, che ad Oropa è fra le più basse della zona alpina, mentre allo
sbocco della valle è discreta.
La temperatura è influenzata in modo preponderante
dall’altitudine; la temperatura media, sia mensile che annua, decresce infatti
con l’aumentare della quota, e la curva termica, che allo sbocco della Valle è
positiva per tutto l’anno, sul Monte Camino è positiva solo per sei mesi.
Se si tiene conto, oltre che dei valori medi, anche
di quelli estremi, si deduce che il regime termico nella bassa e media valle è
caratterizzato da inverni miti e da estati temperate, compatibilmente
all’altitudine, anche se nelle zone più incassate si verificano fenomeni di
inversione termica. Alle alte quote invece l’inverno assume caratteristiche di
rigidità tipiche delle zone alpine.
Le massime e le minime non sono generalmente
eccessive; l’escursione termica annua decresce con l’altitudine, al contrario
di quella diurna, fatta eccezione per quest’ultima, della stazione di Oropa,
dove assume determinante rilievo l’effetto conca.
La frequenza dei giorni senza gelo è inversamente
proporzionale all’altitudine, al contrario della frequenza dei giorni con gelo
e con ghiaccio.
Secondo la classificazione termica proposta
dall’Eredia (1942) per l’Italia, Biella può essere inquadrata nel clima freddo
di collina, Oropa nel clima freddo di montagna, il Lago del Mucrone nel clima
rigido subalpino ed il Monte Camino nel clima rigido alpino.
La tensione del vapore, ad Oropa, non esula i limiti
del giusto mentre l’umidità relativa è minore a Biella rispetto a Oropa e la
spiegazione è da ricercarsi nell’effetto conca. Anche se elevata, l’umidità
relativa, non è però eccezionale e i mesi più umidi sono quelli autunnali.
Le precipitazioni sono sempre abbondanti (fra le più
elevate delle alpi occidentali) e la causa è da ricercare nella particolare
conformazione orografica della valle che, insaccando le masse d’aria umida
provenienti dalla pianura, le costringe a risalire lungo i versanti dove, a
causa della minor temperatura, si condensano dando origine ad abbondanti
precipitazioni.
Le precipitazioni annue sono mediamente superiori a
1300 mm in tutta la valle ed aumentano con l’altitudine fino a m 1200 circa -
con massimo ad Oropa (poco meno di 2000 mm) - per poi decrescere, dapprima
insensibilmente e poi notevolmente (oltre i 2000 m) mano a mano che ci si
innalza verso le vette.
Il regime delle precipitazioni e di tipo
equinoziale, con massimo principale in primavera e secondario in autunno, e
minimo principale invernale e secondario estivo. La maggior durata e profondità
del minimo invernale rispetto a quello estivo ascrive il tipo più al regime
subcontinentale che a quello submediterraneo.
Il regime pluviometrico della Valle Oropa si
inquadra nel regime “sublitoraneo padano di tipo II” di Eredia (1908), nella
“varietà piemontese del regime prealpino” di Mori (1957) e nel “tipo con
predominanza di primavera” di Mennella (1967).
I giorni piovosi si verificano con maggior frequenza
in primavera per poi decrescere gradatamente, eccetto che nell’alta valle dove
si verifica un andamento simile a quello delle precipitazioni.
L’intensità delle precipitazioni è ragguardevole, in
particolare nei mesi primaverili ed autunnali e rovesci di pioggia di notevole
intensità sono abbastanza frequenti.
La neve costituisce, particolarmente oltre i 1000 m,
la quasi totalità delle precipitazioni invernali e, a seconda dell’altitudine,
sono nevosi anche alcuni mesi primaverili ed autunnali. L’altezza della neve
caduta, la sua frequenza e la permanenza del manto nevoso sul suolo variano
proporzionalmente all’altitudine.
Fenomeni grandinigeni e temporaleschi si verificano
nella media valle dalla primavera all’autunno con concentrazione estiva e quasi
essenzialmente in estate nell’alta valle.
La nebulosità è maggiore ad Oropa rispetto a Biella
in quanto il rilievo circostante esercita un azione di immagazzinamento delle
nubi.
La pressione atmosferica è inversamente proporzionale
all’altitudine e solo eccezionalmente subisce sbalzi notevoli.
La ventosità è limitata con prevalenza delle calme
per quanto i venti spirino ad Oropa con una certa costanza, da SE di giorno e
da NO di notte”.
LA FAUNA
Le specie animali della Valle Oropa e della Valle
Cervo sono all’incirca le stesse che si trovano nel resto delle Alpi e si
possono dividere in tre categorie:
-
specie strettamente montane, che vivono preferibilmente a quote
elevate;
-
specie elettivamente montante, che si trovano a media altitudine;
-
specie adattabili, così definite perché abitano sia i monti che le
pianure.
Le specie considerate montane sono il risultato
dell’incontro, a causa di forti sconvolgimenti climatici, tra due faune:
meridionale ed artica.
Infatti durante il primo periodo (Pleistocene)
dell’Era Quaternaria, avvennero diverse glaciazioni e la fauna artica, spinta
dall’estendersi dei ghiacci, precedette o seguì il loro spostamento venendo a
contatto con quella locale.
Naturalmente l’incontro tra questi due gruppi
faunistici portò ad una lotta selezionatrice determinante per cui alcune specie
artiche, meglio adattate a condizioni climatiche severe, soppiantarono quelle
locali. Con l’ultima regressione glaciale, avvenuta circa ventimila anni fa, si
ebbe il definitivo assestamento faunistico alpino.
Gli animali variabili, come la lepre alpina, il
lagopede e l’ermellino, sono sicuramente di origine artica, mentre la marmotta,
nonostante gli adattamenti sopravvenuti, svela la provenienza meridionale
mediante il letargo.
Oggi l’integrità faunistica originaria non è più
riscontrabile nell’intero arco alpino in quanto il disboscamento, ma
soprattutto la caccia indiscriminata, hanno provocato l’estinzione di alcune
specie.
Secoli addietro, anche nella Valle Oropa e nella Valle
Cervo, le specie animali erano sicuramente più numerose ed importanti in quanto
annoveravano, ad esclusione dello stambecco, che per motivi climatici pensiamo
non sia mai vissuto in esse, grossi mammiferi quali l’orso, il lupo, la lince,
il gatto selvatico.
Purtroppo nella Valle Oropa e nella Valle Cervo, a
causa della forte pressione turistica su buona parte del suo limitato
territorio, alcune specie hanno scarsa consistenza numerica.
Abbiamo suddiviso le valli in sei biòtopi
principali, cioè nelle più importanti unità ambientali dove vive una
popolazione animale; questo perché pur sussistendo anche per gli animali una
certa stratificazione altitudinale questa non è paragonabile a quella dei
vegetali, completamente condizionati dal clima e dal suolo, ma è piuttosto una
preferenza ambientale.
BOSCHI E PRATI SUBMONTANI E MONTANI
La fauna dei boschi e prati submontani e montani,
formata da specie legate molto più all’habitat che non al clima e
all’altitudine, è all’incirca quella della vicina pianura che qui ha trovato un
ambiente non ancora troppo “valorizzato” dall’uomo. Questo settore, che in
Valle Oropa e Valle Cervo occupa circa la metà della superficie, è
caratterizzato dal fatto che boschi e prati non sono mai molto estesi, ma
intercalati tra di loro come una scacchiera. Perciò gli animali ivi presenti
beneficiano delle numerose possibilità vitali offerte da questi due tipi di
formazioni: arboree ed erbacee.
La fauna ornitica è rappresentata principalmente da
passeriformi di numerose famiglie: i Fringillidi con il fringuello (Fringilla
coelebs), il verzellino (Serinus serinus), il cardellino (Carduelis carduelis),
il lucherino (Carduelis spinus) ospite autunno - invernale non tutti gli anni
presente in egual numero, il verdone (Carduelis chloris), il ciuffolotto
(Pyrrhula pyrrhula) dal melanconico canto che abita di preferenza le faggete,
il crociere (Loxia curvirostra) dal singolare becco incrociato e dallo
splendido color rosso - vermiglio nel maschio, legato ai boschi di Conifere,
occasionalmente osservabile nei vecchi rimboscamenti di abete, pino e larice
(ad esempio nei pressi della Galleria Rosazza); i Turdidi col merlo (Turdus
merula), il pettirosso (Erithacus rubecola), il codirosso (Phoenicurus
phoenicurus) che ha preferenza per i luoghi rocciosi e i vecchi muri, e quel
cantore meraviglioso che è l’usignolo (Luscinia megarhyncos); i Muscicapidi con
la balia nera (Ficedula hypoleuca) e il pigliamosche (Muscicapa striata), i
Motacillidi con la ballerina bianca (Motacilla alba); i Trogloditidi con lo
scricciolo (Troglodites troglodites) che si incontra sovente anche
nell’arbusteto subalpino; i Lanidi con l’averla cenerina (Lanius minor) e
l’averla piccola (Lanius collurio); i Corvidi con la bella e rumorosa ghiandaia
(Garrulus glandarius) e la cornacchia grigia (Corvus cornix); i Silvidi con la
capinera (Sylvia atricapilla), il beccafico (Silvia borin) e la bigiarella
(Sylvia curruca); i Regulidi col regolo (Regulus regulus) e il fiorrancino
(Regulus ignicapillus).
Essi abitano di preferenza i boschi di Conifere
perciò hanno beneficiato del conoferamento di ampie zone della Valle Oropa.
I boschi misti montani al loro limite superiore, e
l’arbusteto subalpino sono frequentati dalla passera scopaiola (Prunella
modularis) un Prunellide color grigio ardesia e marrone dal comportamento
tranquillo, ma schivo.
Tra i Paridi oltre alle conosciute cinciallegra
(Parus major) e cincia mora (Parus ater), anni addietro si incontrava numeroso
un piccolo uccello dalla lunga coda, il codibugnolo nella sottospecie meridionale
(Aegithalos caudatus rosaceus). Purtroppo da diversi anni se ne vedono molto
pochi. Il nido di questo uccello merita di essere descritto perché molto bello:
oviforme, foderato da licheni all’esterno e di piume all’interno.
Il caratteristico volo ondulato, la voce squillante
ed il tambureggiare sono propri della famiglia dei Picidi col picchio verde
(Picus viridis) ed i picchi rossi (Dentrocopos major, medius e minor). Questi
uccelli, dell’ordine dei Piciformi, oltre che nei boschi, dove nidificano, si
incontrano anche nei terreni aperti quando li perlustrano in cerca di formiche.
Durante la buona stagione il cuculo (Cuculus
canorus), dell’ordine dei Cuculiformi, famiglia dei Cuculidi, è ancora
abbastanza comune e sale, al seguito dei piccoli uccelli, fino agli ultimi
alberi sparsi. A dispetto del comportamento parassitario è doveroso riconoscere
a questo uccello la sua utilità quale insettivoro mentre purtroppo, a causa
dell’insensata e antibiologica caccia primaverile, molti sono uccisi al loro
arrivo sulle nostre coste.
Sono presenti anche due specie di Galliformi: il
fagiano (Phasianus colchicus) e la starna (Perdix perdix) entrambi della
famiglia dei Fasianidi. Mentre la starna è un elemento della fauna europea, il
fagiano, anche se perfettamente naturalizzato, è stato anticamente introdotto
dall’Asia e precisamente dalla Colchide, regione caucasica corrispondente
all’attuale Mingrelia. Ambedue queste specie appartengono alla selvaggina
stanziale e si avvantaggiano dei periodici lanci di ripopolamento.
I boschi submontani sono frequentati in primavera -
estate da due rappresentanti dell’ordine dei Columbiformi, famiglia dei
Colmbudi: il colombaccio (Columba palumbus) grosso colombo con vistoso anello
bianco sui lati del collo e una larga fascia pure bianca sulle ali; la tortora
(Streptopelia turtur) più piccola del colombaccio e con striature nere sul
collo.
L’ordine dei Coraciformi è rappresentato dall’upupa
(Upupa epops) della famiglia degli Upupidi, uccello facilmente identificabile
grazie al suo bel piumaggio marrone rosato barrato di bianco e nero sulle ali e
la coda e per la sua cresta erettile. L’upupa nidifica nelle cavità degli
alberi e il suo nome è onomatopeico perché esprime molto bene la caratteristica
voce: pupu - puu - uu.
Tra i Mammiferi i più numerosi sono i Roditori con
le famiglie degli sciuridi a cui appartiene lo scoiattolo (Sciurus vulgaris);
dei Moscardinidi con tre specie: il grazioso moscardino (Muscardinus
avellanarius), il ghiro (Glis glis) e il quercino (Elyomis quercinus) che è il
più montano dei tre arrivando ben oltre la fascia dei boschi; dei Microtidi con
l’arvicola rossiccia (Clethrionomys glareolus nageri) che si trova anche
nell’arbusteto subalpino, e i generi Microtus e Pitymis; dei Muridi col topo
selvatico (Apodemus sylvaticus).
I boschi e i prati submontani e montani sono pure
abitati dalla lepre comune (Lepus europaeus) che appartiene all’ordine dei
Lagomorfi. Questo Leporide è considerato selvaggina pregiata perciò la sua
maggior o minor abbondanza è legata alla protezione accordatagli e ai lanci di
ripopolamento.
Numerosi sono anche gli Insettivori con il riccio
(Erinaceus europaeus) degli Erinaceidi; il toporagno comune (Sorex araneus) dei
Soricidi; e la talpa (talpa europaea) dei Talpidi. Nei pascoli montani vive una
talpa più piccola, da alcuni naturalisti classificata come specie (Talpa caeca)
mentre per altri non è che una sottospecie della talpa comune.
In Valle Oropa l’ordine dei Carnivori è
rappresentato da due sole famiglie: i Mustelidi con la faina (Martes foina), la
donnola (Mustela nivalis), la puzzola (Mustela putorius); e i Canidi con la
sola volpe (Vulpes vulpes crugigera). A proposito di questo bistrattato
carnivoro bisogna chiarire che le molte colpe addossategli sono frutto
dell’esagerazione popolare. Nella realtà la volpe svolge, come tutti i
predatori, un’importante azione di controllo e pulizia e quindi l’etichetta di
“nocivo” è, nella maggioranza dei casi, interessata.
Per convincersi basterebbe osservare le sue feci o,
in volpi abbattute, il contenuto gastrico. Topi e roditori vari e, durante
l’estate, molti insetti costituiscono la maggior parte della sua dieta
abbondantemente integrata, verso l’autunno, da vari frutti.
Anche i depositi di immondizie sono sue fonti di
alimentazione. Certamente i pollai e le conigliere mal custoditi e la
selvaggina da allevamento costituiscono un richiamo irresistibile e le volpi,
specialmente le femmine coi piccoli da allevare, ne approfittano volentieri.
E’ inoltre importante sottolineare che, al di fuori
dello scoiattolo, tutti i mammiferi sopra descritti, o per abitudini innate o a
causa delle persecuzioni cui sono fatti oggetto, sono animali prevalentemente
crepuscolari perciò difficili da osservare.
I Rettili sono rappresentati dai Sauri con
l’orbettino (Anguis fragilis) della famiglia degli Anguidi; la lucertola dei
muri (Lacerta muralis), il ramarro (Lacerta viridis) il più grosso sauro
nostrano, e la lucertola vivipara (Lacerta vivipara) della famiglia dei
Lacertidi. Questa lucertola che è più corretto definire ovovipara, genera
piccoli completamente sviluppati e racchiusi in una sottile membrana biancastra
che viene poi lacerata dagli stessi. Questa specie supera di molto in
altitudine le altre raggiungendo l’Orizzonte alpino.
Agli Ofidi appartengono la coronella austriaca
(Coronella austriaca) della famiglia dei Colubridi, così chiamata per il
caratteristico segno scuro bordato di nero che ha sulla testa; L’aspide (Vipera
aspis) e il marasso (Vipera berus) della famiglia dei Viperidi. L’aspide
differisce dal marasso per il muso rincagnato, per le due file di squame tra le
labiali e l’occhio e per il disegno dorsale meno netto.
In Valle Oropa questi viperidi sono abbastanza
diffusi, ma mentre l’aspide lo si può trovare di norma fin verso i 1400 - 1500
m, il marasso sale più in alto. Sono animali timidi; solo il marasso può in
alcuni casi diventare aggressivo, ed è per imprudenza o sfortuna che si può
essere morsicati.
TORRENTI E LAGHETTI MONTANI
Le acque correnti dei vari rii e torrenti ed i
laghetti montani, molto ben rappresentati in Valle Oropa e Valle Cervo, hanno
in comune la bassa temperatura e notevoli variazioni del livello delle acque e
ciò consente la vita solo a poche specie di vertebrati. Nel Torrente Oropa,
dove le variazioni di livello sono meno ampie, vive la trota marmorata (Salmo
trutta marmoratus) della famiglia dei Salmonidi. E’ importante segnalare che
gli ittiologi, per evitare confusione, hanno operato un drastico sfoltimento
tra le varie sottospecie riconoscendo questa sola per tutti gli affluenti di
sinistra del Po. Le trote che si trovano nel Lago del Mucrone sono state
immesse artificialmente.
Meno abbondante che nel passato, il gambero di acqua
dolce (Astacus pallipes italicus) è ancora ospite del Torrente Oropa e di
alcuni suoi affluenti. Le sconsiderate raccolte e il crescente inquinamento
sono le cause del forte regresso numerico di questo Crostaceo.
Tra gli Anfibi Anuri (acaudati), la rana temporaria
(Rana temporaria), che frequenta, durante l’epoca della riproduzione, i vari
laghetti nelle cui acque avviene la deposizione delle uova e la metamorfosi dei
girini; il rospo comune (Bufo bufo) che utilizza anch’esso le acque per la
riproduzione, e, nella bassa Valle, la raganella con la sottospecie meridionale
(Hyla arborea meridionalis), unico anfibio italiano che pur vivendo in
prossimità di corsi d’acqua, stagni e laghetti ha abitudini strettamente
arboricole.
Altri abitatori delle pozze d’acqua nel periodo
della riproduzione e negli stadi giovanili sono gli Anfibi Urodeli (caudati) di
cui la salamandra (Salamandra salamandra) abita la Valle Oropa fino all’altezza
del Santuario.
In prossimità delle acque e nei luoghi umidi della
bassa Valle vive la “mirauda” (Natrix natrix) della famiglia dei Colubridi.
Questa biscia, lunga anche più di 150 cm, è un’eccellente nuotatrice.
Lungo l’Oropa e alcuni suoi affluenti vive il merlo
acquaiolo (Cinclus cinclus) della famiglia dei Cinclidi, uccello legato alle
fresche e limpide acque esenti da inquinamento in cui si tuffa e passeggia alla
ricerca di insetti, molluschi, uova di trota e di altri animali. Pure la
ballerina gialla (Motacilla cinerea) si insedia presso i torrenti, ruscelli e
laghetti salendo anche molto in alto.
La beccaccia (Scolopax rustica) della famiglia degli
Scolopacidi, ordine dei Caradriformi, è ospite autunnale e, occasionalmente,
anche in certi inverni piovosi. Essa sceglie la boscaglia lungo i torrenti e i
rii a valle del Santuario, ma sovente si inoltra nell’arbusteto subalpino.
E’ un uccello dal mimetismo perfetto ed è pertanto
molto arduo osservarla quando è posata. La si riconosce dal volo veloce e dal
frullo rumoroso all’involo.
ARBUSTETO SUBALPINO
L’arbusteto subalpino occupa in Valle Oropa e Valle
Cervo circa un quinto del territorio ed è un ambiente con caratteristiche
decisamente montane anche se vi abitano alcune specie della sottostante fascia
boschiva che trovano ancora nicchie ecologiche loro confacenti. Questo però è
l’habitat per eccellenza di quel bellissimo Tetraonide che è il fagiano di
monte o gallo forcello (Lyrurus tetrix) il cui maschio, nero a riflessi
bluastri e con le ali barrate di bianco, ha la coda foggiata a lira mentre la
femmina è bruno - rosiccia con la coda appena forcuta.
Questi splendidi uccelli si possono incontrare sia
nel versante destro della Valle sia lungo la cresta spartiacque del versante
orografico sinistro (Tressone - Monte Becco).
Numeroso durante la buona stagione è il merlo dal
collare (Turdus torquatus) un Turdide meno nero del merlo comune e con una
fascia bianca a mezzaluna sul petto.
Poco numerosa e difficile da vedere e la lepre
alpina o variabile (Lepus timidus varronis) di origine artica, di color bruno -
grigio in estate e bianco, con la sola punta delle orecchie nera, in inverno,
che abita sia l’arbusteto con radure sia i pascoli con rocce.
Di aspetto più simile ad un coniglio e più piccola
della lepre comune, lascia sulla neve impronte che risultano più grandi per il
fatto che le sue lunghe dita pelose si allargano per sorreggerla meglio.
Un piccolo mammifero insettivoro, anch’esso
abitatore del fresco ambiente dell’arbusteto subalpino, è il toporagno alpino
(Sorex alpinus). Si riconosce, dagli altri toporagni per il color grigio - nero
sul dorso e più chiaro sul ventre, ma soprattutto per la coda lunga quanto il
corpo.
I versanti freschi e cespugliosi ricchi di alte erbe
(Alneto e Megaforbieto) sono, da noi, l’ambiente preferito dal camoscio
(Rupicapra rupicapra). Purtroppo la Valle Oropa non annovera tra la sua fauna
questo elegante Artiodattilo. I camosci che eventualmente si incontrano sono di
passaggio provenienti dalla vicina Valle Cervo
dal versante gressonaro. A titolo di curiosità segnaliamo che
nell’inverno 1887 - 1888, eccezionalmente nevoso, un maschio di camoscio fu
visto ed abbattuto sui tetti del Santuario.
PASCOLI E MACERETI
Al di sopra e inframezzati all’arbusteto subalpino
si stendono i pascoli e i macereti (pietraie). In Valle Oropa e Valle Cervo
occupano il restante del territorio fino alle vette.
Questo ambiente tipicamente alpino con pascoli
disseminati di blocchi rocciosi e con le sue pietraie offre rifugio e
nutrimento a una numerosa schiera di animali.
Presenti ma in limitato numero due specie di
Galliformi: la coturnice (Alectoris graeca) magnifica pernice della famiglia
dei Fasianidi che preferisce i soleggiati e ripidi pendii erbosi e la pernice
bianca (Lagopus mutus) che vive sugli ultimi lembi di vegetazione fra le rocce,
vicino alle vette, particolarmente tra il Monte Rosso e il Monte Camino.
Questo bel Tetraonide di origine nordica ha due livree:
una estiva grigio - bruna ed una invernale bianca con i due lati della coda
neri; in primavera ed in autunno il piumaggio è intermedio.
Meno diffidente della coturnice, non s’invola
all’improvviso ma prima corre sul terreno tra le rocce.
Il codirosso spazzacamino (Phoenicurus ochrurus)
della famiglia dei Turdidi è abbondantemente diffuso. Questo uccelletto, così
chiamato per la sua livrea nero - fumo, approfitta degli anfratti rocciosi e
dei muri delle baite per la nidificazione.
Un ospite estivo, anch’esso della famiglia dei
Turdidi, è il culbianco (Oenanthe oenanthe) il cui maschio canta, con un breve
gorgheggio sia posato sia durante un breve volo.
Nell’epoca della nidificazione anche lo spioncello
(Anthus spinoletta) dei Motacillidi, accompagna l’escursionista col suo volo
canoro.
Altri uccelli sono legati ai pascoli rocciosi.
Il sordone (Prunella collaris) un Prunellide con
abitudini tranquille e tanto confidente da lasciarsi avvicinare a pochi metri.
Con i fianchi picchiettati di marrone e la gola di bianco il resto del suo
piumaggio ha colori piuttosto dimessi e si confonde facilmente con l’ambiente.
Lo zigolo muciatto (Emberiza cia) col capo disegnato
di nero e la gola grigia della famiglia degli Emberizidi.
E’ più facile incontrare questo uccello sul versante
gressonaro soleggiato e caldo che in quello oropense più nebbioso.
Lo stiaccino (Saxicola rubetra) che si trova sia nei
pascoli rocciosi che nei prati con alberi e arbusti a minor quota dove si
incontra pure il saltimpalo (Saxicola torquata).
Hanno entrambi le stesse dimensioni (13 cm), ma il
saltimpalo si distingue per un cappuccio nero.
Una specie di origine steppica, la marmotta (Marmota
marmota) della famiglia degli Sciuridi, ha trovato negli aperti spiazzi delle
Alpi un ambiente consono alle sue abitudini tanto da divenirne uno dei simboli.
Secoli di caccia hanno reso questo robusto e
simpatico Roditore estremamente vigile e nonostante sia in aumento (grazie alle
restrittive norme venatorie di questi ultimi anni) la sua osservazione non è
facile.
In Valle Oropa le marmotte si possono incontrare già
all’altezza dell’Alpe Pissa, ma molto sovente, complice la nebbia, la loro
presenza è segnalata soltanto dagli acuti fischi.
L’ermellino (Mustela erminea) è un piccolo Carnivoro
che dimostra l’origine nordica con il mimetismo invernale (Omocromia); infatti
il suo pelo da rosso - bruno in estate diventa bianchissimo in inverno, con la
sola estremità della coda che è sempre nera.
In montagna questo vivacissimo Mustelide lo si può
incontrare dovunque ma predilige i macereti e i pascoli con rocce come è
appunto l’ambiente nella parte più alta della valle.
E’ un animaletto molto curioso che si avvicina
spesso all’osservatore.
Anche l’arvicola delle nevi (Microtus nivalis) non è
difficile da vedere durante il giorno perché poco diffidente.
La pelliccia di questo piccolo roditore della
famiglia dei Microtidi è spessa e morbida di color grigio - bruno la sua coda termina a paletta.
Predilige l’ambiente roccioso e detiene, in Europa,
il record altitudinale tra i mammiferi.
Per sua sfortuna costituisce una delle prede
dell’ermellino.
INVERTEBRATI
La maggioranza degli animali appartiene agli
Invertebrati, cioè a tipi animali assai diversi tra loro, ma caratterizzati
dalla mancanza di scheletro osseo o cartilagineo.
Tra questi i Molluschi, animali con corpo molle e
l’epidermide provvista di numerose ghiandole secernenti muco, divisi in diverse
classi.
Di nostro interesse è la classe dei Gasteropodi, le
cui specie in Valle Oropa e Valle Cervo, per la prevalenza dei terreni
cristallini, non sono numerose anche se varie di esse sono interessanti.
Nelle zone ad ontano verde e rododendro è frequente
la chiocciola bruna alpina (Arianta arbustorum f. picea Ziegl.); più rara e
localizzata la Helicigona (Chilostoma) zonata strobeli Less.; più piccola,
gialla, appiattita con un riga nera la piccola e pelosa Helicodonta obvoluta
Mull.; sotto i sassi o, nei periodo piovosi, vaganti sui muri a secco le
piccole e turricolate Clausilie, tra le quali caratteristiche quelle del genere
Charpentiera (C. baudii Pini, C. hospitiorum Poll. a sistematica ancora
piuttosto incerta).
Frequenti specialmente nei periodi più umidi, i
molluschi nudi di varie specie, meritevoli di nuove ricerche.
Tra tutti i gruppi animali il più numeroso, il più
vario e del più vario interesse sistematico e biogeografico è quello degli
Artropodi.
Appartengono a questo tipo i Crostacei (a cui si è
accennato a proposito del gambero di acqua dolce), gli Aracnidi, i Miriapodi e,
particolarmente importanti, gli Insetti.
La classe degli Insetti è rappresentata da numerosi
ordini con innumerevoli specie, solo in parte studiate, con numerose forme
endemiche limitate alla Valle Oropa o estese alle vicine valli del Biellese,
che, posto al margine delle Alpi, rappresentò una zona di rifugio durante il
periodo Glaciale.
L’ordine dei Coleotteri è quello di cui si hanno
maggior notizie desunte per la maggior parte dalle importanti raccolte fatte
tra il 1927 e il 1933 dall’entomologo Agostino Dodero di Genova, che radunò oltre
1350 specie, scoprendo molte entità nuove per la scienza.
Purtroppo non tutto il materiale è stato
classificato ed alcuni gruppi attendono ancora uno studio profondo.
Tra le specie più vistose, oltre alla Cicindela
gallica Brulle (Lago del Mucrone), vi sono vari Carabidi, tra cui alcuni
Carabus : C. (Orinocarabus) concolor amplicollis Kr., comune e, più raro, C.
(Orinoc.) latreilleanus Csiki, Cychrus italicus Bon. e Cychrus cordicollis
Chdr.; alcune Nebria : N. (Alpaeus) crematostriata Bassi, N. (Nebriola) kochi
winkleri Bari, Oreonebria castanea planiuscula Chdr., il Leistus ovipennis
Chdr.; vari Pterostichus : P. cribratus Dej., P. flavofemoratus pinguis Dej.,
P. pedemontanus Gnglb., P. grajus Dej., P. parnassius Dej., P. spinolae Dej.
ecc.; Abax exaratus Dej., Abax continuus Baudi, Molops (Tanythrix) senilis
Schaum, Stomis roccai Schatzm., Amara doderoi Bal., ecc. per la maggior parte
endemici delle ultime propaggini delle Alpi Pennine e l’interessante Trechus
artemisiae Putz. (dedicato alla marchesa Artemisia De Mari) endemico delle alte
pendici del Mucrone e della Valle Elvo.
Inoltre molte altre sono le specie notevoli :
l’Ocypus pedemontanus G. Muller, la bella Ctenicera doderoi Binaghi, il piccolo
coccinellide Semiadalia rufocincta doderoi Capra, e il Crisomelide Oreina
(Protorina) plagiata pennina Binaghi, (ambedue trovate in vetta al Camino), la
Crepidodera adelinae Binaghi; abbondanti Curculionidi con varie specie di
Otiorhynchus viventi sui cespugli o riparati sotto i sassi: O. amplipennis
Fairm., O. griseopunctatus Boh., O. lanuginosus Boh., O. densatus Boh., O.
teretirostris Stierlin; notevole il Polidrusus paradoxus Stierlin,
caratteristico dell’Alnus viridis e l’endemico Neoplinths dentimatus Solari, e
tra gli Scarabeidi coprofagi il brillante Geotrupes pyrenaeus splendens Heer e
l’endemico Aphodius (Neagolius) penninus Dan. i cui maschi si trovano talora in
estate sulle placche di neve o vengono attirati dal fumo della pipa.
Ma dove abbondano particolarmente le specie
interessanti, quasi tutte finora note solo della Valle Oropa e della Valle del
Cervo, o al più delle altre valli biellesi, è tra la microfauna dell’humus
delle faggete: Trechus consobrinus Dan., T. modestus Putz., T. leopontinus
roccai Jeann., Alpiodytes pennina Bin., Sctodipnus subalpinus Baudi, Lathrobium
caprai Koch, Phloeocharis laticollis Fairm. ed una miriade di altri piccoli
Stafilinidi specialmente del gruppo Atheta s.l., alcuni Pselafidi e Scidmenidi,
tra i quali Pselaphogenius quadricostatus Reitt. ed Euplectus sparsus Besuchet;
i Catopidi Bathysciola tarsalis Kiesw. e B. agostini Jeann., la Boldoria
doderoana Jeann., il Colidiide Anommatus doderoi Binaghi, ecc… .
Purtroppo tale microfauna si è ora assai ridotta e
forse in parte scomparsa per la sostituzione dei faggi con le aghifoglie che
hanno disastrosamente modificato le condizioni del terreno.
Gli Imenotteri abbondano sui fiori in numerose
specie.
Tra gli Apidi sociali, oltre l’ape domestica (Apis
mellifica ligustica Spin.) sono molto frequenti i grossi bombi villosi (Bombus
soroeensis F., Psithyrus rupestris F. ed altre specie).
Sono abbastanza ben conosciuti i Vespidi sociali: i
Polistini Polistes biglumis bimaculatus, Fouc., la specie da noi più comune in
montagna, che costruisce piccoli favi verticali, scoperti sui sassi esposti a
SE, mentre sale, raro, fino ad Oropa il Polistes gallicus L. (specie di
pianura) ed assai rare le specie parassite: Sulcopolistes semenowi Moraw., S.
sulcifer Zimm., S. Atrimandibularis Zimm.
I Vespini, che costruiscono numerosi nidi a più favi
ricoperti da un involucro di cartone appeso agli alberi o in qualche cavità a
seconda della specie, abbondano sui fiori di Angelica silvestris nei dintorni
del Santuario: Vespula vulgaris L., la comune vespa frequente anche
nell’abitato, la più rara Vespula rufa L. e la sua parassita V. austriaca
Panzer, la assai più grande Dolichovespula media geeri Bir., le minori D.
sylvestris Scop. con la parassita D. omissa
Bisch. E la D. norwegica F. che salgono anche molto in alto sui monti.
Frequenti sui fiori vi sono anche molti Apidi
solitari, varie specie di Imenotteri scavatori ed altri non ancora studiati.
Anche le Formiche sono ben rappresentate da numerose
specie.
Non si hanno notizie sui Ditteri (mosche, zanzare,
ecc.) essi pure abbondanti e vari, si possono ricordare al Lago del Mucrone le
zanzare del gen. Aedes molto moleste e la presenza sulle placche di neve
residue in estate di rari esemplari di Tipule subattere (probabilmente le
stesse specie del gruppo Vestiplex raccolte da F. Capra al Monte Bo).
Varia e molto ricca la fauna lepidotterologica
oropense che anche se è stata oggetto di ricerche da parte di qualche valente
entomologo (per es. il pro. G. Della Beffa di Torino ed il dr. A. Fiori di
Bologna) non risulta vi siano lavori in argomento.
Si può solo accennare alla presenza nell’alta valle
di Parnassius apollo L. dalle bianche ali con macchie nere pupillate di rosso
che frequentai Sedum, varie specie di Erebia dalle ali bruno - nere vellutate,
le Argynnis e le Melitaea gialle od ocra macchiate di nero, le azzurre piccole
Lycaena e le lente Zygaena nero - blu con macchie rosse.
Delle circa duecento specie di Emitteri note per il
Biellese (Mancini - 1955) circa cinquanta sono state raccolte ad Oropa e sui
monti circostanti da Dodero.
Tra gli Eterocotteri sono interessanti: Sigara
carinata C. Sahlb., specie nordica acquatica (di essa è probabile la scomparsa
dopo l’immissione delle trote nel Lago del Mucrone), Saldula scotica Curt,
Tetraphles bicuspis H.S., Pantilius tunicatus F., Calocoris lineatus Costa,
Stenodema holsatum F., Dimorphocoris schmidti Fieb., Pachytomella parallela
Mey. Durr,. Acalypta platychila Fieb., Gastrodes abietum Bergr., tutte specie
montane.
Tra gli Omotteri, Neophilenus exclamationis Thnb. e
Psylla alpina Foerst. infeudata all’Alnus viridis.
Tra i Neurotteri s.l. è notevole la rara Panorpa
alpina Ramb.
I Tricotteri e i Plecotteri (non ancora studiati)
sono abbondanti sui cespugli e le erbe lungo i torrenti ed i ruscelli, in cui
vivono i loro stadi giovanili.
Tra i Plecotteri sono certamente rappresentate almeno parte delle numerose
specie ricordate dell’alta Valle Cervo.
Nella Valle Oropa le libellule (Odonati) sono
piuttoste scarse; l’unica specie frequente è la piccola Sympecma fusca v.d.
Lind. che vola tra i cespugli e le alte erbe nei dintorni del Santuario dove
talora giungono, provenienti dalle risaie della pianura, sciami, qualche volta
numerosi, di Sympetrum depressiusculum Selys.
In alto presso i laghetti montani e nelle zone
torbose vive l’Aeschna juncea L., grossa specie nordica vista volare al Pian
della Ceva.
Tra gli Ortotteri alcune forme mediterranee gingono
fino al Santuario come l’Aiolopus strepens Latr., ma nella zona montana
prevalgono le specie medioeuropee o eurosibiriche, come la verde Tettigonia
cantans L. sui fiori di ombrellifere, la Pholidoptera aptera F., il piccolo
grillo dei boschi Nemobius sylvestris Bosc dal flebile canto, e gli Acrididi
Psophus stridulus L. dalle rosse ali, Stauroderus scalaris Fisch. W.,
Stenobothrus lineatus Panz., Chorthippus parallelus Thunb. che sale anche agli
alti pascoli oltre i 2000 m dove convive con l’Aeropus sibiricus L. e la
Podisma pedestris caprai Salfi, subattera.
L’Ananconotus ghilianii Camerano descritto dei monti
di Oropa non fu più ritrovato nel Biellese.
Tra i Dermatteri, oltre la comune Forficula
auricolaria L., oramai quasi cosmopolita, si trova sui cespugli la più piccola
Apterygida albipennis Charp. e sotto i sassi la massiccia Chelidura aptera
Charp. in una forma ciclolabia con il maschio a pinze fortemente ricurve.
Mancano dati sugli insetti inferiori. Proturi,
Collemboli, Tisanuri e sui Ragni; abbastanza numerosi ed interessanti gli
Pseudoscorpioni e tra essi lo Chthonius cephalotes horridus Beier. descritto
d’Oropa mentre gli Scorpioni sono rappresentati solo dallo Scorpione alpino:
Escorpius geramnus beta di Cap., presente anche in Valle Cervo ed in Val
Sessera.
Anche i Miriapodi s.l. sono poco noti, tra essi è
descritto di Oropa l’Oroposoma fagorum Verh., ed anche non si hanno notizie dei
Crostacei Isopodi: qualche Anfipode del gen. Niphargus, depigmentato e privo di
occhi, caratteristico delle falde freatiche, è stato trovato in alcune fresche
sorgenti.
Con questo termine si intende l’insieme di tutte le specie vegetali spontanee che si rinvengono in un determinato territorio. L’elencazione di tutti i vegetali presenti avrebbe richiesto l’opera di più specialisti e una massa imponente di lavoro, cosa esulante dai nostri propositi. Ci siamo pertanto limitati a ricordare quanto già è stato descritto, segnalando, relativamente alla flora fanerogamica, alcune caratteristiche che ci paiono degne di nota.
Riteniamo opportuno ricordare che la flora è
condizionata dalle caratteristiche climatiche e geopedologiche di un ambiente
umido con substrato acido. Questa considerazione non è ovviamente
generalizzabile in quanto si possono ritrovare microambienti dove le condizioni
sono diverse da quelle generali.
Per quanto concerne le Tallofite non siamo venuti a
conoscenza di studi particolari se non di alcune indicazioni del Cesati (1864 -
1882), relative però a tutto il Biellese, e di uno studio del Mattirolo (1934)
sui funghi ipogei. Nel corso dei nostri sopralluoghi abbiamo potuto constatare
la presenza di alghe nei laghetti e nei torrenti così come di numerosi licheni
sulle rocce e luoghi sassosi (genere Rhizocarpon, Xanthoria, Acarospora,
Cetraria, Peltigera, Umbilicaria, Gyrophora). Fra i funghi vogliamo ricordare i
Macromiceti più comuni: Boletus edulis Bull., Boletus scaber Bull., Boletus rufus
Bull., Boletus parasiticus Bull. parassita di Scleroderma vulgare Horn.,
Cortinarius violaceus L., Cantharellus cibarius Fries, Lactarius torminosus
Fries, Lycoperdon bovista L., Mycena inclinata Fries, Armillaria mellea Quelet,
Lepiota procera Quelet, Amanita caesarea Quelet; i velenosi Amanita muscaria
Quelet, Amanita spissa Fries, Amanita phalloides Fries, Amanita pantherina
D.C., oletus satanas Lenz; i coriacei Coriolus versicolor L., Polyporus
sulfureus Bull.
Questi funghi sono abbastanza diffusi e, nel periodo
estivo - autunnale è facile trovare cercatori nei castagneti e nelle faggete.
Mattirolo ritrovò numerosi funghi ipogei fra cui Tuber melanosporum Vittadini
(un solo esemplare), Hydnobolites cerebriformis Tulasne e Hysterangium
rubricatum Hesse, che l’autore segnala trovato per la prima volta in Italia
proprio ad Oropa.
I Macromiceti furono studiati dal Cesati ed ai
lavori di questo autore rimandiamo per ulteriori notizie.
Vogliamo qui ricordare che proprio Vincenzo Cesati
il 22 agosto 1860, presso il Santuario di Oropa, rinvenne sulla mummia di un
Coleottero un fungo parassita di insetti, il Cordyceps memorabilis Cesati, non
più ritrovato in Italia se non nel 1969 sui monti della Laga in Abruzzi
(Pacioni, 1977).
Le Briofite (muschi ed epatiche) furono studiate,
oltre che dal Cesati nei citati lavori, recentemente dalla Cortuso (1971) che
segnala, in Valle Oropa e Valle Cervo, una netta prevalenza di muschi terricoli
e sassicoli rispetto a quelli arboricoli ed umidicoli.
Fra i vari muschi rinvenuti segnaliamo i generi:
Atrichum, Anisothecium, Dicranella, Leucobryum, Barbula, Thuidium,
Plagiothecium, Hypnum, Polytrichum, Rhytidiadelphus, Philonitis, Brachythecium.
Le Pteridofite (felci) popolano più o meno
intensamente il sottobosco e le fresche nicchie rocciose e si spingono in alto
fin presso le vette.
Indubbiamente l’interesse dei botanici si è rivolto
essenzialmente allo studio della flora fanerogamica e fra quanti si dedicarono
dobbiamo citare lo Zumaglini (1849 - 1860), il Cesati (1864 - 1882), il
Pellanda (1904) nonché l’opera appassionata di Oreste Mattirolo che in due
periodi, dal 1917 al 1920 e dal 1924 al 1926, erborizzò nella media e alta
Valle Oropa con l’aiuto di Enrico Ferraris e di Pietro Fontana.
L’erbario allestito da questi tre botanici, l’uno
Direttore e gli altri due Conservatori dell’Orto Botanico di Torino, è tuttora
conservato nel piccolo museo del Santuario ed è ricco di oltre settecento
specie.
Riportare in questa sede l’elenco e la
localizzazione delle specie rinvenute esulerebbe dal nostro lavoro per cui
rimandiamo all’erbario e alle opere dei citati Autori.
Vogliamo solo ricordare che in Valle Oropa fu
rinvenuta da Cesati (1882) nei pressi della Cappella di S. Giuseppe in Biella
(450 m), molto probabilmente per la prima volta nelle Alpi occidentali, la
Stellaria bulbosa Wulf.
Lo stesso Cesati (1864) segnala la presenza di
Fritillaria meleagris presso Pralungo , trovata dal Zumaglini e non più
rinvenuta successivamente nella zona.
Grazie alle comunicazioni di Alfonso Alice, di
Sergio Trivero e di Alfonso Sella, possiamo citare in Valle Oropa la presenza,
molto rara, di Aquilegia alpina L. e di Artemisia laxa Fritsch. sulle rocce del
Mucrone al di sotto della “Passeggiata dei Preti” a quota 1150 m circa.
Una delle caratteristiche di maggior interesse della
flora della zona studiata è legata alla presenza, spontanea o meno, delle
Conifere.
Ad eccezione del ginepro, spontaneo e diffuso, le
attuali formazioni di Conifere infatti sono chiaramente dovute all’opera di rimboschimento iniziata
dall’Amministrazione del Santuario di Oropa nella media e alta valle e dai
privati nella bassa valle negli ultimi anni del secolo scorso.
Anche laddove oggi si ha presenza di Conifere al di
fuori delle aree rimboschite (es. larici al di sotto dell’Alpe Pissa sui
detriti della frana del 1908 e presso il laghetto delle Bose) sembra non
doversi pensare ad una presenza spontanea, bensì alla disseminazione di
impianti artificiali.
Le ipotesi circa l’assenza di Conifere spontanee
sono due: ecologica e antropica.
L’ipotesi ecologica può giustificarsi con
l’osservazione che negli ambienti caratterizzati da atlantismo climatico manca
la fascia delle Conifere sovrastante la faggeta.
La presenza, nel vicino bacino del Cervo, di rade
Conifere spontanee è probabilmente da attribuire ad un ambiente microclimatico
adatto e non alla difficile accessibilità.
L’ipotesi antropica può essere giustificata dal
fatto che da lungo tempo l’uomo si è introdotto nella valle e che il fabbisogno
di legname può aver provocato, nel corso dei secoli, la scomparsa delle più
ricercate essenze forestali.
Se la considerazione, avvalorata anche da alcuni
toponimi (Brengula, Dasè, Peccia), è ritenuta possibile per altre zone, vi è da
dire che da antichi documenti del Santuario si rileva che il legname da
costruzione era sempre trasportato da Biella.
Non si spiega altrimenti la necessita di questo
trasporto se non con la mancanza di
essenze adatte.
In base a queste considerazioni è da ritenere quindi
molto più probabile, almeno in epoca storica, che l’assenza delle Conifere sia
dovuta a motivi ambientali e non alla loro totale utilizzazione, seppur la cosa
sia meritevole di una più specifica ricerca.
La flora della Valle Oropa e della Valle Cervo risulta
costituita da specie di varia provenienza, seppure prevalenti siano le specie
centroeuropee e quelle endemiche alpine.
Rifacendoci a quanto analizzato da Pignatti circa i
più importanti gruppi corologici della flora italiana, riscontriamo nella zona studiata,
specie subatlantiche (Calluna vulgaris Salisb., Sarothamnus scoparius Wim.) che
si estendono sulla massima parte dell’Europa e specie centroeuropee, cioè delle
zone a clima temperato (fra queste citiamo Quercus sessiliflora Salisb.,
Quercus pedunculata Ehrh., Carpinus betulus L., Fagus silvatica L., Fraxinus
excelsior L.).
Fra le specie sudeuropee - montane, diffuse cioè sui
sistemi montuosi di origine terziaria, troviamo abbondanti la Gentiana Kochiana
Perr. et Song. e la Soldanella alpina L., mentre ovviamente la prevalenza
spetta alle specie endemiche alpine.
L’elemento mediterraneo è costituito da una specie
stenomediterranea (specie che sono strettamente legate al clima mediterraneo)
occidentale, il Narcissus poeticus L., da specie mediterraneo - montane fra cui
Paradisia Liliastrum Bert., Crocus vernus Hill. e Cyclamen europaeum L., nonché
da alcune specie euromediterranee (specie che pur avendo un areale
prevalentemente mediterraneo penetrano più o meno profondamente nell’Europa
media) nei siti migliori, tra queste: Castanea sativa Mill. e Quercus pubescens
Willd.
Sono presenti anche specie di provenienza orientale
fra cui alcune subpontiche [specie con diffusione più vasta di quelle pontiche
(il cui areale si trova nell’Ucraina, Valacchia ed in generale nelle regioni a
nord del Mar Nero)] (Bromus erectus Huds., Cytisus laburnum L.), nonché specie
euroasiatiche (Anthoxantum odoratum L., Poa trivialis L., Lillium Martagon L.,
Fragaria vesca L., Primula officinalis Hill.).
Fra le eurosibiriche è diffuso l’Evonymus europaeus
L. e il Melanpyrum silvaticum L.
Alle paleotemperate, diffuse in tutte le regioni
temperate dell’Eurasia appartengono: Arrhenatherum elastius Mert. et K.,
Dactylis glomerata L., Populus alba L., Aquilegia vulgaris L.
Sono invece Circumboreali, specie con distribuzione
su tutte le zone temperate dell’emisfero boreale, la Poa alpina L., il Nardus
stricta L., il Majanthemum bifolium Schm., la Convallaria majalis L., l’Anemone
nemorosa L., i Vaccinium sp., la Caltha palustris L., il Myosotis palustris
Hill.
L’elemento artico alpino è rappresentato in Valle
d’Oropa e Valle Cervo da piante che vivono alle alte quote, fra cui il
Polygonum viviparum L., l’Eriophorum Scheuchzeri Hoppe., la Saxifraga aizoides
L., l’Azalea procumbens L., il Salix herbacea L.
Numerose anche le specie cosmopolite, fra cui
Pteridium aquilinum Kuhn., Urtica dioica L., Plantago major L., Taraxacum
officinale Weber.
Da ultimo vogliamo mettere in evidenza la presenza
di un buon numero di specie officinali e mellifere.
La flora officinale ha permesso da lungo tempo la
presenza al Santuario di una erboristeria, e nel 1917 - 1920, sotto la
direzione dl Mattirolo, furono eseguite per conto del Comizio Agrario alcuni
tentativi di coltivazione, ripresi più tardi dal Pomini.
La flora mellifera presente è in discreta quantità e
di buona qualità e permetterebbe l’esercizio dell’apicoltura come nomadismo
estivo nelle zone più alte e stanziale nella bassa valle (Perino, 1975).
LA VEGETAZIONE
La vegetazione di un territorio è oggetto di studi e analisi in quanto, con i suoi aspetti floristici e fisionomici esprime l’ambiente in cui si trova, sempre che siano tenuti in debito conto le risultanze dell’opera modificatrice dell’uomo.
L’analisi della vegetazione, infatti, permette di
valutare l’effetto che i singoli fattori (clima e suolo) con il loro gioco di
integrazione producono.
Nella trattazione degli aspetti vegetazionali
abbiamo fatto riferimento alla successione altitudinale in Piani (divisioni
fisionomiche fondamentali della vegetazione di una regione) e Orizzonti
(sottodivisione dei Piani con ben differenziate caratteristiche bioecologiche)
individuati non tanto dalla quota topografica ma bensì dalla fisionomia del
paesaggio vegetale. Nell’ambito dei Piani e Orizzonti la vegetazione è
descritta nei suoi aspetti reali e potenziali secondo il metodo delle Serie
dinamiche di OZENDA (generalmente adottato per la cartografia della vegetazione
delle Alpi) prendendo a base i raggruppamenti vegetali in via di evoluzione
verso lo stadio climax (stadio evolutivo finale della vegetazione che è in
equilibrio con un clima, suolo e fauna senza intervento dell’uomo) e quelli che
ne derivano per degradazione.
Sono considerati pertanto sia gli aspetti finali sia le varie facies di evoluzione e degradazione nonché gli aspetti derivanti dall’utilizzazione del territorio (pascoli, castagneti, ecc…). All’interno delle Serie dinamiche, per identificare i vari raggruppamenti vegetali, abbiamo fatto ricorso al metodo fitosociologico.
E’ opportuno ricordare come l’attuale paesaggio non sia altro che il risultato degli effetti del clima, della pedogenesi, di eventi saltuari (valanghe, frane, ecc.) e dell’opera dell’uomo nel corso dei secoli.
Gli aspetti oggi più evidenti dell’attività antropica si collegano alla presenza dei castagneti, delle conifere, dei prati e pascoli della bassa e media valle e di quelle aree ove il fuoco e il pascolo incontrollato hanno portato ad una degradazione del soprassuolo boschivo.
Inoltre il fabbisogno di legname nei periodi bellici (I e II guerra mondiale) e negli immediati dopoguerra ha poi portato ad una ulteriore degradazione della vegetazione originaria, per cui le aree a vegetazione naturale non antropizzata sono molto ristrette, almeno nella bassa e media valle.
Nella Valle Oropa, che si sviluppa in altezza fra
390 e 2391 m, si ha la presenza di più Piani e Orizzonti caratterizzati da un
corteggio floristico specifico.
Il Piano Basale è presente solo con l’Orizzonte
Submontano e si estende fino a 1000 m circa con varianti a seconda del versante
e di particolari situazioni microclimatiche.
E’ in questa zona, caratterizzata dalla presenza di
latifoglie mesòfile con dominanza del castagno in basso e del frassino e
dell’acero più in alto, che si ha la maggior presenza di insediamenti abitati
così come di prati e prati - pascoli.
Il Piano Montano comprende due Orizzonti:
Inferiore fino a 1400 m circa, caratterizzato dalla
presenza del faggio dei prati - pascoli nonché dei coniferamenti;
Superiore che, a seconda delle esposizioni, si
innalza fino a 1800 - 2000 m con arbusteto a rododendro e mirtillo e con
l’ontano verde nelle stazioni più umide.
Al di sopra dei 200 m si trova il Piano Culminale
con l’Orizzonte Subalpino e, al livello delle vette più elevate, l’Orizzonte
Alpino.
Un inquadramento della vegetazione, secondo i Piani
altitudinali può farsi ricorrendo alle fasce di vegetazione di E. Schmid, unità
biocorologiche complete, costituite da specie con comportamento analogo
rispetto ai principali fattori climatici.
Nella Valle Oropa si riconoscono:
la fascia del Quercus robur - Calluna (Qr.C.)
caratterizzante l’Orizzonte Submontano del Piano Basale;
la fascia del Fagus - Abies (F.A.) e del Larix -
Pinus cembra (L.C.) a livello del Piano Montano;
la fascia del
Vaccinium uliginosum-Loiseleuria (V.L.) a livello del Piano Culminale.
Volendo invece inquadrare la vegetazione sotto un
profilo fitoclimatico cioè in zone definite prendendo a base le caratteristiche
climatiche e dove la vegetazione assume uniformità di aspetto secondo un
determinismo climatico, abbiamo fatto ricorso alla classificazione di Pavari
(in De Philippis - 1937) per la vegetazione forestale italiana.
Le zone fitoclimatiche presenti nella Valle Oropa
sono:
Castanetum fino a circa 800 m, Fagetum tra gli 800 e
i 1500 m, Picetum tra i 1500 e i 1800 m circa, Alpinetum oltre i 1800 m.
Più propriamente il Castanetum è localizzato come
sottozona calda fino a 600 m nelle esposizioni migliori, come sottozona fredda
dai 600 agli 800 m.
Il Fagetum si localizza come sottozona calda fino a
1300 m circa e come sottozona fredda fra 1300 e 1500 m con differenze secondo
il versante e l’esposizione.
Al di sopra si colloca il Picetum con le sottozone
calda e fredda, influenzate, oltre che dall’altitudine, anche dall’aspra
orografia con frequenti rotture di pendenza e cambiamento di esposizione.
Come già riferito, per motivi molto probabilmente
microclimatici, in Valle Oropa il Picetum non si presente con la sua
vegetazione caratteristica ma bensì come Rodoreto e Vaccinieto.
Oltre i 1800 m troviamo l’Alpinetum, dominio dei
pascoli alti.
Per quanto riguarda la Valle Cervo si trovano
invece, partendo dal basso, le seguenti zone di vegetazione:
Ø
Zona della bassa montagna divisa a sua volta in due fasce:
1. fascia del rovere e del
castagno in basso (fino agli 800 - 900 metri di altitudine);
2. fascia del faggio (dagli 800
- 900 metri sino ai 1400 - 1500 metri di altitudine).
Ø
Zona subalpina suddivisa anch’essa in due fasce:
1. fascia delle conifere (dai
1400 - 1500 metri ai 2000 - 2100 metri di altitudine);
2. fascia dei cespugli (dai
2000 - 2100 metri ai 2500 metri di altitudine).
Ø
Zona alpina (oltre i 2500 metri di altitudine) dove si può notare la scomparsa
degli ultimi cespugli.
Per “vegetazione reale” si intende la vegetazione
caratterizzante l’attuale paesaggio e che, in massima parte, è il risultato
degli interventi modificatori operati dall’uomo sull’ambiente mentre per
“vegetazione naturale potenziale” si intende la vegetazione che si costituirebbe
in un determinato ambiente, a partire da condizioni attuali di clima, di suolo,
di flora e di fauna, se l’azione esercitata dall’uomo sul manto vegetale
venisse a cessare.
Nell’ambito della vegetazione reale si riscontrano
in Valle Oropa e Valle Cervo l’area delle latifoglie eliofile (castagneti con
querce e betulle) nel Piano Basale; l’area delle latifoglie sciafile (faggete)
nel Piano Montano Inferiore e l’area degli arbusti prostrati, ascrivibile
all’area delle aghifoglie, nel Piano Montano Superiore; infine l’area delle
praterie d’altitudine nel Piano Culminale.
In tutte queste aree sono inserite zone prative e
pascolive e, nei pressi degli abitati e dove le condizioni ambientali lo
permettono, ristrette superfici a frutteto ed a orto.
La vegetazione potenziale coincide invece col climax
della roverella e della rovere (Quercion pubescenti - petraeae) in
corrispondenza dell’attuale area delle latifoglie eliofile, sostituite nelle
vallecole umide dal clima del frassino e del carpino (Fraxino - Carpinion).
In corrispondenza dell’area della latifoglie
sciafile (ombrofile) si ha il climax del faggio (Fagion silvaticae), climax che
si può realmente trovare in alcune ristrette aree.
La potenzialità del climax del peccio o abete rosso
(Vaccinio - Piceion) può essere discussa nella sua accezione tipica per le
considerazioni in precedenza esposte circa la presenza di Conifere microterme
nell’ambiente studiato.
Oltre il limite della vegetazione arborea, al livello cioè del Piano Culminale, si ha una
stretta concordanza, almeno dove gli impianti turistici e il pascolamento non
hanno portato squilibrio, fra vegetazione reale e vegetazione potenziale.
Fitogeograficamente la Valle Oropa e la Valle Cervo
fanno parte della Provincia Alpina della Regione Medioeuropea e, pur trovandosi
in una posizione di confine fra il Distretto Insubrico e quello Alpino, l’esame
delle caratteristiche climatiche e vegetazionali accostano maggiormente il
territorio studiato all’Insubria.
Specifichiamo che tutto il Biellese può essere
considerato come un prolungamento dell’Insubria occidentale, che dal Lago di
Como si estende al Lago d’Orta, caratterizzata da un atlantismo climatico
alquanto diverso dall’ambiente climatico alpino.

- Fauna
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Pesci pag.66
·
Anfibi pag.74
·
Invertebrati pag.81
·
Mammiferi pag.92
·
Rettili pag.104
- Flora
pag.113
PESCI
ALOSA FALLAX (LACÈPÈDE, 1803)
Lunghezza fino a 30 cm (popolazioni
fluviali) e 50 cm (popolazioni lacustri).
Si distinguono due sottospecie, una
che vive nei fiumi (A. f. nilotica), detta Alosa o Cheppia, e una che vive nei
grandi laghi (A. f. lacustris), detta Agone. La validità delle due sottospecie
non è accettata da tutti gli studiosi; taluni considerano infatti le due forme
come semprici ecotipi.
A. fallax nilotica è un migratore
anadromo che vive in mare aperto per gran parte dell'anno e, nel periodo
riproduttivo, compreso tra marzo e giugno, risale i fiumi per riprodursi.
Al contrario la sottospecie stanziale
A. f. lacustris vive stabilmente nell'ambiente pelagico dei laghi a profondità
variabili, avvicinandosi alle sponde in inverno e durante la riproduzione.
A. fallax nilotica era frequente,
fino al secolo scorso, nel Po a valle di Casale Monferrato: dopo la costruzione
della diga di Isola Serafini (provincia di Piacenza) la specie non è stata in
grado di risalire ulteriormente il Po ed è scomparsa dai fiumi piemontesi.
A. fallax lacustris è una sottospecie
endemica dei maggiori laghi prealpini; in Piemonte è presente nel lago
Maggiore, mentre si è estinta nel Lago d'Orta a causa del pesante inquinamento
che è gravato sul lago per alcuni decenni del '900.

SALMO (TRUTTA) MARMORATUS
(CUVIER, 1817)
Famiglia Salmonidae
Gli appartenenti alla famiglia dei Salmonidi si distinguono agevolmente dagli altri pesci presenti nelle nostre acque per avere due pinne dorsali, di cui quella posteriore è adiposa e priva di raggi. Il genere Salmo si distingue per la combinazione dei seguenti caratteri: 1) bocca grande (il margine posteriore supera il bordo posteriore dell'occhio); 2) bordo esterno delle pinne pettorali privo di una banda bianca: 3) pinna caudale priva di macchie nere rotondeggianti. La trota marmorata, le cui dimensioni possono raggiungere 1 m, si distingue inoltre dalle altre trote del genere Salmo presenti in Piemonte per i fianchi bruno-verdastri con linee arabescate brune (disegno "vermicolato"), privo di macchie rosse o nere o rotondeggianti evidenti.
S. (trutta) marmoratus si incontra nei maggiori fiumi, dal tratto montano medio a quello planiziale; si adatta anche ad acque lacustri soprattutto durante la riproduzione, che avviene tra novembre e dicembre.
Presente negli affluenti di sinistra del Po e in quelli di destra fino al Tanaro.

BARBUS
MERIDIONALIS RISSO, 1826
BARBUS
PLEBEJUS (BONOPARTE, 1839)
Famiglia Cyprinidae
Riconoscimento
Insieme alla carpa le specie
piemontesi del genere Barbus sono gli inici pesci a possedere due paia di
barbigli in prossimità della bocca. Rispetto alla carpa essi sono però molto
più allungati e hanno una pinna dorsale breve (meno di 1/5 della lunghezza del
corpo; nella carpa la pinna dorsale è lunga circa come la metà del corpo).
Le due specie si distinguono
agevolmente per il disegno dei fianchi, composto da macchie grigie minute del
Barbo (B. plebejus), di dimensioni medio-grandi e di forma irregolare nel Barbo
canino (B. medidionalis); in quest'ultima specie sono particolarmente vistose
le macchie sulle pinne dorsale e caudale. Inoltre quest'ultima specie ha un
minor numero di scaglie lungo la linea laterale (44-57 contro 49-82).
Anche le loro dimensioni sono
diverse: B. plebejus può oltrepassare i 60 cm, mente B. meridionalis ha
lunghezza massima di 20 cm.
B. plebejus vive lungo il tratto medio e superiore dei fiumi planiziali, predilige acque limpide ed ossigenate, fondo ghiaioso e sabbioso; è specie reofila, ossia amamnte delle correnti vivaci dei corsi d'acqua; più a valle si può trovare in acque torbide e poco ossigenae. B. meridionalis è dislocato generalmente più a monte rispetto al barbo comune e predilige corsi d'acqua con portata più moderata, purchè vi sia comunque una nuona ossigenazione e massi o pietre sul fondo sotto le quali rifugiarsi.
B. plebejus è una specie più diffusa,
abitando tutti i corsi d'acqua di pianura e appenninici, dov'è localmente
abbondante; non risale le valli alpine.
B. meridionalis è meno diffuso,
mancando quasi completamente nelle pianure vercellese, novarese e alessandrina,
e da gran parte del corso medio-basso dei principali affluenti del Po. Rispetto
alla specie precedente risale un po' di più i fiumi, per esempio il Toce fin
verso Domodossola. Solo in poche zone questa specie risulta abbondante.

CHONDROSTOMA GENEI (BONAPARTE,
1839)
CHONDROSTOMA SOETTA BONAPARTE,
1840
Famiglia Cyprinidae
Caratteristiche tipiche del genere
Chondrostoma sono: 1) mancanza di barigi, 2) linea laterale completa, 3) bocca
nettamente infera, con margine inferiore dure, corneo e tagliente.
Le due specie si distinguono tra loro
per la forma, molto più allungata nella Lasca (C. genei) (altezza massima del
corpo pari a 1/4-1/5 della lunghezza (da 1/4 a 1/3 nella Savetta - C. soetta),
e le dimensioni (fino a 20 cm in C. genei, fino a 40 in C. soetta); C. genei ha
una banda scura sui fianchi, assente in C. soetta e infine la pinna anale è più
lunga in C. soetta (14-16 raggi) che in C. genei (11-14).
C. soetta predilige acque profonde, ben ossigenate, vive a lungo i tratti medio inferiori dei corsi d'acqua con decorso medio-lento, ha abitudini gregarie e, benchè con popolazioni numericamente minori, è presente anche in alcuni laghi prealpini. C. genei è specie reofila e vive lungo il tratto medio-superiore di corsi d'acqua con acque limpide a fondo ghiaioso.
Queste due specie sono esclusive dei corsi d'acqua dell'Italia settentrionale. In Piemonte C. soetta è segnalato lungo il Po e il Tanaro, e in ambiente lacustre nel Lago Maggiore e nel Lago Piccolo di Avigliana; durante la fregola compare anche in molti corsi d'acqua minori. C. genei è più diffusa e si incontra, spesso abbondante, in corsi d'acqua grandi e piccoli di pianura e collina, fino a 500m.
Negli ultimi anni si è registrata una preoccupante diminuzione di C. genei in certi tratti fluviali in cui era un tempo abbondante.

Famiglia Cyprinidae
Il genere Leuciscus condivide con Rutilus le seguenti caratteristiche: 1) assenza di barbigi, 2) linea laterale completa, 3) bocca mediana, 4) origine della pinna dorsale che coincide con l'origine delle pinne ventrali. Il Vairone (Leuciscus souffia), le cui dimensioni non superano i 20 cm, si distingue dalle altre specie dei due generi sopra citati per la contemporanea presenza dei seguenti caratteri: 1) fascia laterale scura molto evidente, 2) numero di scaglie lungo la linea laterale compreso tra 45 e 53, 3) pigmento arancione alla base delle pinne inferiori.
L. souffia vive nelle acque correnti limpide e ben ossigenate dei tratti medio superiori di fiumi e ruscelli, nonchè in alcuni laghi montani (introdotto). E' specie molto sensibile alla qualità delle acque.
La specie è generalmente molto comune nei tratti pedemontani degli affluenti del Po.

Famiglia Cobitidae
I rappresentanti italiani della famiglia Cobitidae sono caratterizzati 1) dalle piccole dimensioni (max 12 cm), 2) dal corpo molto allungato e 3) dalla presenza di 3 paia di barbigi. Il genere Cobitis si distingue da Sabanejewia per 1) non possedere le pliche cutanee sul peduncolo caudale e 29 per la pinna caudale con 16 (anzichè 14) raggi. La colorazione permette di distinguere abbastanza agevolmente le due specie: nel Cobite (C. taenia) il colore di fondo è bruno-giallastro, con disegno formato da striature (di cui 2 ben evidenti e continue), oppure da 2-3 linee non ben definite sulla metà superiore del corpo e da una serie di grandi macchie scure al disotto.
Vive in corsi d'acqua sia pedemontani sia planiziali, più lenti, con fondo fangoso, e nei laghi di maggiori dimensioni, ma l'habitat d'elezione è rappresentato da corsi d'acqua dell'alta pianura a corrente moderata con acqua limpida e fondo sabbioso.
Specie diffusa e abbastanza frequente, principalmente nelle zone planiziali e appeniniche.


SABANEJEWIA LARVATA (DE
FILIPPI, 1859)
Famiglia Cobitidae
Il genere Sabanejewa si differenzia
da Cobitis 1) per il peduncolo caudale che rappresenta pliche cutanee che
decorrono fino dall'inserzione della prima caudale e 2) per il numero di raggi
della pinna caudale (14 anzichè 16). Le dimensioni sono abbastanza simili (massimo
10 cm).
Il colore del corpo del Cobite
mascherato (Sabanejewa larvata) è grigio-bruno tendente al rossastro, il ventre
è bianco. Rispetto a Cobitis taenia manca la serie di macchioline allineate o
la banda scura presenti nella parte superiore e anteriore del fianco e la
regione dell'opercolo (che ripare le branchie) molto scura.
Predilige corsi d'acqua della bassa pianura, a corrente moderata o lenta, con fondali fangoso-limosi e ricchi di vegetazione.
Specie endemica della Pianura Padana. In Piemonte la specie appare abbastanza localizzata e generalmente poco abbondante, ma la sua distribuzione non è ben nota.
Poichè i rappresentanti della famiglia Cobitidae sono facili da riconoscere e le due specie piemontesi sono incluse nella Direttiva Habitat, le difficoltà di riconoscimento non hanno implicazioni sulla loro tutela.

Famiglia Cottidae
Lo Scazzone è un piccolo pesce (fino a 15 cm) dall'aspetto caratteristico, avene testa grande e leggermente depressa, pinne ventrali molto sviluppate, due pinne dorsali molto ravvicinae e corpo privo di scaglie, talvolta con qualche minuscola spina. La specie assomiglia al ghiozzo di fiume, da cui si distingue, tra l'altro, 1) per la presenza di due spine sugli opercoli delle branchie (assenti nel ghiozzo di fiume) e 2) per le pinne ventrali separate (fuse a formare una specie di ventosa nel ghiozzo).
Piuttosto esigente in fatto di qualità delle acque, Cottus gobio abita i cori d'acqua caratterizzati da corrente intensa o moderata con acque limpide, fresche e ben ossigenate, comprese le risorgive; si incontra fino a circa 1000 metri di quota. Predilige i fondi sassosi e ciottolosi, dove può rifugiarsi durante il giorno tra i sassi e la vegetazione.
Tratti collinari e pedemontani dei tributari di sinistra del Po e nell'alto corso della Stura di Demonte e del Tanaro.

ANFIBI
TRITURUS CARNIFEX (LAURENTI,
1768)
Amphibia Caudata
Famiglia Salamandridae
Il Tritone crestato italiano è facilmente riconoscibile in tutte le stagioni per il colore delle parti ventrali rosso o arancio con estese macchie nere. La femmina e i giovani hanno dorso nero con una caratteristica linea gialla in corrispondenza della colonna vertebrale; il maschio in fase terrestre ha il dorso nerastro, mentre in fase acquatica è provvisto di una vistosa cresta vertebrale dentellata e di due creste caudali; in questa stagione mostra inoltre sulla coda una banda argentata ben visibile.
Ambienti vari in prossimità di zone umide naturali (stagni, paludi, lanche) o artificiali (laghetti, canali, risaie), preferibilmente con ricca vegetazione acquatica e privi di ittiofauna; la specie è più frequente in aree poco antropizzate, soprattutto in pianura e collina, raramente fino a 1000 metri. Il Tritone crestato ha costumi acquatici da marzo a giugno-luglio, in seguito si sposta a terra, dove viene osservato molto raramente.
La specie è ancora abbastanza diffusa in alcuni settori della Regione, mentre nelle aree più antropizzate si è molto rarefatta oppure è localmente scomparsa.